Rottura Trump-Zelensky, l’ex responsabile dell’intelligence NATO: “Incertezza sul sostegno a Kiev favorisce Mosca”
La rottura era inevitabile. Donald Trump ormai guarda alla lotta dell’Ucraina contro l’invasione russa solo attraverso le lenti delle midterm e del prezzo dei carburanti. Cerca di distrarre gli elettori dalla vera causa degli aumenti: la sua guerra illegale all’Iran. Il “diesel deal” rientra in questa strategia. Volodymyr Zelensky non poteva che commentare con durezza: “Ecco come la Russia ha ringraziato Trump per l’accordo sul diesel ”, ha detto mentre si contavano le vittime provocate da cinque bombe plananti guidate dai militari di Putin su un condominio a Zaporizhzhia.
I rapporti sono precipitati. Il presidente americano ha invitato Zelensky a dimettersi. Poi, ha proclamato una “tregua energetica” fra Ucraina e Russia senza avvertire Kyiv. Gli USA minacciano di non condividere più la loro intelligence se gli attacchi ucraini sulle raffinerie non finiranno, riportano Financial Times e Bloomberg. Un meeting diplomatico a Miami è stato chiuso bruscamente dai funzionari ucraini, sconcertati dalle posizioni dei negoziatori statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.
Non è il primo scontro. Ma quanto è pericoloso per l’Ucraina in questo momento? Colpisce soprattutto il perentorio invito alle dimissioni. Trump potrebbe fare gravi danni interferendo nella politica ucraina. “Ne va anche della legittimità di un eventuale accordo di pace”, commenta a Fanpage.it David Cattler, già Segretario generale aggiuntivo della NATO per l’intelligence e la sicurezza.
Con tutto questo, le posizioni massimaliste del Cremlino non cambiano di una virgola. Anzi: il governo ha ulteriormente alzato l’obiettivo per la spesa militare del 2027: di circa il 27 per cento, fino all’equivalente di 202,58 miliardi in dollari, secondo documenti ufficiali visti da Reuters.
“Putin è rimasto straordinariamente coerente col suo obiettivo di fondo, nota David Cattler. Fanpage.it gli ha chiesto di fare il punto sulle tensioni in atto e sulle possibili conseguenze sulla guerra e sulle prospettive, labili, di pace.
L’intervista è stata rivista per ragioni di chiarezza e di spazio.
Washington dice di voler abbassare i prezzi dell’energia. Kyiv vuole aumentare il costo della guerra per la Russia colpendone le raffinerie. Che mai può uscirne fuori, Segretario Cattler?
Gli sviluppi degli ultimi giorni mostrano una tensione potenzialmente pericolosa. I due obiettivi possono anche coesistere. Ma diventano incompatibili se la pressione per un compromesso ricade soprattutto su Kyiv.
Se Trump riuscisse a imporre a Zelensky uno stop agli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe, avvicinerebbe in qualche modo alla pace?
L’Ucraina ha dimostrato di poter colpire la Russia ben oltre il campo di battaglia. Se Kyiv fosse spinta a ridurre questi attacchi senza analoghe restrizioni per la Russia, Mosca potrebbe pagare meno per continuare la guerra e l’Ucraina di più per difendersi. Non è necessariamente una formula per la pace. Può invece incentivare Putin a continuare a combattere.
Però una tregua energetica, con l’inverno alle porte, servirebbe anche agli ucraini.
Una tregua effettiva e reciproca potrebbe essere utile. Ma reciprocità e verifiche sono essenziali. Una tregua che limita una parte più dell’altra non è soltanto una pausa nei combattimenti. Può cambiare gli equilibri della guerra.
Gli americani forniscono informazioni d’intelligence decisive. Non hanno il diritto di porre condizioni?
Le notizie secondo cui la cooperazione d’intelligence potrebbe essere usata come leva di pressione sono quelle che mi preoccupano di più. La condivisione delle informazioni non è una forma di assistenza militare come le altre. È fondamentale perché l’Ucraina possa anticipare gli attacchi nemici, proteggere le proprie forze e prendere decisioni operative.
Non è che anche solo con le minacce si stia facendo un favore a Mosca?
Anche solo prospettare di non fornire più intelligence può avere conseguenze. L’incertezza sul sostegno americano può diventare un vantaggio strategico per Mosca prima ancora che Washington prenda una decisione.
Trump suggerisce a Zelensky di dimettersi. Cerca un accordo di pace o solo un altro presidente ucraino?
C’è una differenza sostanziale tra incoraggiare un partner a negoziare e cercare di decidere chi debba guidare quel Paese. Spetta agli ucraini scegliere. Altrimenti, la legittimità di un eventuale accordo rischia di essere compromessa prima ancora della sua attuazione.
E se fare pressione su Kyiv fosse il prezzo da pagare per ottenere concessioni da Putin?
Non darei per scontato che le pressioni su Kyiv producano concessioni sostanziali da parte di Mosca. I calcoli di Putin dipenderanno da quanto riterrà più vantaggioso continuare a combattere anziché accettare un compromesso. Il vero banco di prova di qualsiasi iniziativa diplomatica è se modifica gli incentivi che hanno reso possibile la guerra e continuano ad alimentarla.
Cosa vuole davvero Putin?
Impedire che l’Ucraina diventi uno Stato sovrano e indipendente, saldamente ancorato alle istituzioni occidentali.
Quindi? Significa la sua disfatta? Vuole occupare tutto il Paese?
Non necessariamente. Significa che Mosca vuole avere un controllo sulle scelte politiche e strategiche dell’Ucraina, per evitare che si sottragga all’influenza russa.
Ma allora Putin non accetterà mai un cessate il fuoco o un accordo negoziato che lasci a Kyiv un governo indipendente.
Invece potrebbe accettarlo. Dobbiamo distinguere fra ciò che Putin vuole di più e quello che potrebbe esser disposto ad accettare in un particolare momento. E va sottolineato che permettere all’Ucraina di esistere non è la stessa cosa che permetterle di essere libera e di poter determinare il proprio futuro. Questa è la distinzione che ritengo vada tenuta d’occhio.
La Russia ha alzato l’obiettivo per la spesa militare del 2027 di circa il 27 per cento, fino all’equivalente di 202,58 miliardi in dollari, secondo documenti del governo visti da Reuters. Guerra continua, per gli anni a venire? Putin se lo può permettere?
La Russia ha dimostrato di poter assorbire la pressione sull’economia, le perdite al fronte e l’isolamento internazionale. In questo senso, ha avuto capacità maggiori di quanto molti osservatori occidentali prevedessero. Ma non si deve confondere la resilienza con la resistenza illimitata. Il Paese sta consumando a ritmi sempre più sostenuti le risorse economiche, demografiche e industriali di cui necessita per il suo futuro a lungo termine.
Bene, non confondiamo la resilienza con l’endurance. Ma lei in pratica sta dicendo che prima o poi i soldi per la guerra di Putin finiranno, giusto?
Quel che è importante domandarsi non è semplicemente quando la Russia possa esaurire le finanze o gli armamenti. La questione cruciale è se il costo cumulativo di continuare la guerra alla fine possa diventare maggiore del costo politico e strategico che Putin associa a un eventuale cambiamento di corso.
E da che dipende questo calcolo?
Non solo dalla situazione interna della Russia, ma anche dalla resilienza dell’Ucraina e dalla stabilità del sostegno occidentale. Mosca sta scommettendo sulla propria capacità di continuare la lotta più a lungo dell’Ucraina. Soprattutto, più a lungo di quanto i partner dell’Ucraina siano disposti a continuare nel loro impegno.
Mosca dice che l’Europa partecipa attivamente alla guerra e quindi respinge ogni ipotesi di un suo ruolo di mediazione. Ma ci sono politici europei convinti di poter aprire trattative con Putin. Volontà virtuosa o solo promesse per acchiappare voti? Cosa serve per rendere la prospettiva più concreta?
I leader europei hanno più forza contrattuale di quanto a volte venga riconosciuto. Ma solo se possono trasformare forza economica, capacità industriale e impegno politico in un effetto strategico efficace e persistente.
Putin non ha molte ragioni per negoziare seriamente se crede che il tempo stia lavorando a suo favore. L’effetto leva dell’Europa dipende dal fargli rivedere i calcoli.
Come?
Sostenendo la capacità dell’Ucraina di difendersi, aumentando i costi per la Russia nel continuare la sua aggressione e dimostrando che il supporto occidentale non si vanificherà con la prossima crisi interna, politica o economica.