video suggerito
video suggerito

Ricoverato in terapia intensiva, muore a 26 anni perché l’unico medico era collegato da webcam

Conor Hylton aveva 26 anni ed è morto negli Stati Uniti dopo un ricovero in terapia intensiva per pancreatite: l’unico medico che lo seguiva era collegato in webcam con un sistema di telemedicina.
A cura di Davide Falcioni
0 CONDIVISIONI
Immagine

Conor Hylton aveva 26 anni, una cintura nera di taekwondo e un futuro come dentista, seguendo le orme dei genitori. La sua vita si è fermata nell'agosto del 2024 in un letto del Bridgeport Hospital, nel Connecticut. Ma a rendere la sua scomparsa un caso degno di nota – raccontato anche dalla CNN – non è solo la giovane età o la tragica fatalità clinica, bensì un dettaglio che ha sollevato interrogativi inquietanti: Conor è stato assistito, monitorato e infine dichiarato morto da un medico che non era nella stanza, ma collegato attraverso uno schermo.

Il calvario inizia il 14 agosto. Conor arriva in pronto soccorso con forti dolori addominali, vomito e una diagnosi complessa: pancreatite e disidratazione. La situazione precipita durante il turno di notte, dopo il trasferimento in terapia intensiva. È qui infatti che emerge il cortocircuito denunciato dalla famiglia in una causa legale: in quel reparto, nelle ore cruciali, non c’era un medico specializzato presente fisicamente. L’ospedale si affidava a un servizio di "tele-ICU", una pratica sempre più diffusa negli Stati Uniti, dove specialisti remoti monitorano i pazienti via webcam.

Secondo i documenti legali, mentre i parametri vitali di Conor crollavano, l’unico dottore presente in loco – un internista – non avrebbe mai visitato il ragazzo. Quando il giovane è andato in arresto cardiaco, il ritardo nei soccorsi è stato grottesco: il medico di guardia chiamato d'urgenza dal pronto soccorso per intubarlo non riusciva a trovare il reparto di terapia intensiva, perdendo dieci minuti preziosi a chiedere indicazioni nei corridoi.

"Non puoi fornire assistenza d'emergenza attraverso un video. Un monitor non ha braccia per intervenire", ha dichiarato l'avvocato della famiglia, Joel Faxon. Il punto nodale della vicenda non è l'uso della tecnologia in sé, bensì la sua trasformazione da strumento di supporto a sostituto della presenza fisica. La causa sostiene che la famiglia non fosse stata informata dell’assenza di medici in reparto; se lo avessero saputo, avrebbero chiesto il trasferimento in strutture vicine, dotate di personale in presenza.

Un'indagine governativa successiva ha confermato gravissime carenze: comunicazioni interne inesistenti, mancati passaggi di consegne tra i turni e l'assenza totale di valutazioni sul dolore o sullo stato mentale del paziente una volta entrato in ICU. L'ospedale è risultato "non in conformità con i requisiti di legge per gli standard di cura".

Il caso Hylton è la punta dell'iceberg di una tendenza accelerata dalla pandemia. Se nel 2018 il 25% delle terapie intensive americane usava la telemedicina, oggi la cifra è sensibilmente superiore. Il problema, avvertono gli esperti di etica medica come Art Caplan della New York University, è che gli standard normativi non hanno tenuto il passo della tecnologia. Non esistono protocolli nazionali rigidi su quando la presenza fisica sia obbligatoria e quando il "consenso informato" debba esplicitare che il medico curante si trova a centinaia di chilometri di distanza.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views