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Guerra Ucraina-Russia

“Putin ha perso la scommessa sull’isolamento di Kiev”: la Nato punta sull’Ucraina dopo il vertice di Ankara

Per il direttore del Centro Nuova Europa di Kyiv, il summit segna una svolta: la NATO riconosce il ruolo dell’Ucraina nella sicurezza euro-atlantica, garantisce aiuti militari di lungo periodo e rafforza il pilastro europeo dell’Alleanza. “La pace resta lontana, ma il Cremlino dovrà rivedere i suoi calcoli”. L’intervista di Fanpage.it.
Intervista a Sergiy Solodkyy
direttore del Centro Nuova Europa di Kyiv, esperto di politica internazionale e sicurezza vicino al governo ucraino.
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L'Ucraina non è più soltanto un Paese da difendere, ma un cardine della sicurezza euro-atlantica. È il passaggio più significativo della dichiarazione finale del vertice NATO di Ankara. Gli Alleati si sono impegnati a garantire a Kyiv 70 miliardi di euro di aiuti militari nel 2026 e un sostegno almeno equivalente nel 2027, rafforzando il pilastro europeo dell'Alleanza e ribadendo che la Russia resta una minaccia di lungo periodo. Il documento finale del summit rafforza la leva militare e diplomatica di Volodymyr Zelensky. Che, vista anche l’efficacia degli attacchi sulle raffinerie russe, ha qualche motivo in meno per fare ulteriori concessioni in un eventuale negoziato.

“Il Cremlino ha scommesso sull'isolamento dell'Ucraina e ha perso”, dice a Fanpage.it Sergiy Solodkyy, direttore del Centro Nuova Europa di Kyiv, esperto di politica internazionale e sicurezza vicino al governo ucraino.

Sergiy Solodkyy
Sergiy Solodkyy

Dottor Solodkyy, com’è andato il vertice NATO di Ankara, dal punto di vista dell’Ucraina?

Lo consideriamo un vero e proprio punto di svolta. Introduce un cambiamento concreto. Spesso i vertici della NATO si sono conclusi con dichiarazioni politiche importanti ma prive di impegni realmente vincolanti. Ad Ankara, invece, vediamo decisioni operative e di lungo periodo. È ciò che l'Ucraina chiedeva da anni.

La vera novità non è soltanto l'entità del sostegno, ma la sua prevedibilità. Sapere che l'assistenza militare e finanziaria verrà programmata anche nel futuro cambia il quadro strategico.

Perché questo elemento è così importante?

Perché fin dall'inizio dell'aggressione russa, già nel 2014, il Cremlino ha costruito tutta la propria strategia su una convinzione: che prima o poi l'Occidente si sarebbe stancato dell'Ucraina.

Ogni elezione negli Stati Uniti o in Europa veniva interpretata come l'occasione per dividere il fronte occidentale e lasciare Kyiv isolata. Finora questa previsione si è rivelata sbagliata. Al di là delle difficoltà e delle oscillazioni politiche, il sostegno strategico dell'Occidente non è mai venuto meno.

Dopo le tensioni emerse al vertice dell'Aia, possiamo dire che le incertezze sono superate?

Non completamente. Sarebbe ingenuo dirlo. Negli Stati Uniti l'attenzione dell'opinione pubblica è rivolta verso altre crisi internazionali. È comprensibile: ogni società ha le proprie priorità. E questo ha contribuito, lo scorso anno, all'interruzione degli aiuti americani. L'Ucraina ha dovuto spiegare ancora una volta che sostenerla non significa fare un favore a Kyiv, ma difendere un interesse strategico dell’Occidente.

L'Europa ha dimostrato di poter assumere un ruolo più importante?

Sì. L'ultimo anno ha smentito una delle principali convinzioni del Cremlino: che senza Washington l'Ucraina sarebbe crollata.

Non stiamo dicendo che la guerra sia vicina alla conclusione o che la vittoria sia dietro l'angolo. Ma la previsione di una rapida capitolazione si è dimostrata falsa. Gli europei hanno saputo assumersi una parte molto più consistente dello sforzo di sostegno.

Trump ha autorizzato la produzione su licenza dei sistemi di difesa aerea Patriot in Ucraina. È un cambio di passo?

È certamente una decisione molto importante. Rafforzare la produzione militare ucraina significa aumentare la nostra autonomia e la nostra capacità di difesa.

È un segnale politico positivo. Tuttavia la guerra ci ha insegnato che conta soprattutto la continuità delle decisioni. Un singolo provvedimento non basta ancora per parlare di svolta definitiva.

La NATO avrà un pilastro europeo più forte, a quanto pare. Kyiv si fida? L’Europa sarà capace di garantire la sua sicurezza, e quella del continente?

Sì. L'Ucraina si fida della NATO e continuerà a farlo. È nel nostro interesse, che il ruolo europeo cresca.

L'Ucraina possiede oggi un patrimonio unico di esperienza nella guerra moderna: droni, guerra elettronica, innovazione tecnologica, adattamento rapido sul campo. Tutto questo può rafforzare la sicurezza dell'intera Europa.

Se Washington chiede agli europei di assumersi maggiori responsabilità, allora dovrebbe anche sostenere l'ingresso dell'Ucraina nella NATO. Sarebbe il modo più efficace per consolidare il pilastro europeo dell’Alleanza.

L'adesione alla NATO, che a un certo punto sembravate aver accantonato o quasi, torna a essere obiettivo strategico?

Senza alcun dubbio. La storia dell'Ucraina dimostra che molte cose considerate impossibili sono poi diventate realtà. Dieci anni fa sembrava impensabile che il nostro Paese avesse una prospettiva concreta di adesione all'Unione Europea. Oggi quel processo è iniziato. Ci sono molti problemi che dobbiamo risolvere, prima di arrivare al risultato. Ci vorrà tempo. Ma ci arriveremo.

La stessa logica vale per la NATO. La storia dell'Alleanza è fatta di cambiamenti e di decisioni che, in passato, sembravano impossibili.

Il vertice di Ankara definisce l'Ucraina un contributore alla sicurezza euro-atlantica, non più soltanto un Paese da proteggere. Quanto pesa questo riconoscimento?

Moltissimo. L'Ucraina oggi non porta ai tavoli diplomatici soltanto richieste. Porta capacità militari. La NATO riconosce che la Russia rappresenta una minaccia di lungo periodo e, allo stesso tempo, riconosce che l'Ucraina sta già contribuendo a contenere questa minaccia, pur non essendo ancora membro dell'Alleanza.

È un cambiamento politico molto importante, che rafforza anche la nostra posizione negoziale.

Questo significa che la pace è più vicina?

Non ancora. Se l'Occidente avesse reagito con questa determinazione già nel 2014, probabilmente questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ankara rappresenta un passo molto importante, ma non basta ancora a modificare da sola i calcoli del Cremlino.

Vede segnali di un cambiamento nella posizione russa?

Più che un cambiamento di Putin, immagino un'evoluzione della Russia. Il sistema russo è molto più complesso della sola figura del presidente. Esistono gruppi di interesse, dinamiche interne e una società che, pur vivendo sotto un regime repressivo, mostra segnali di crescente stanchezza verso la guerra. Ogni decisione occidentale aumenta questa pressione. È un effetto cumulativo che potrebbe produrre conseguenze difficili da prevedere.

Quali concessioni è oggi disposta ad accettare l'Ucraina?

Kyiv ha già indicato quale ritiene possibile: fermare i combattimenti lungo l'attuale linea del fronte. Per noi è già una concessione enorme, perché significa accettare, almeno temporaneamente, che circa il 20% del territorio resti sotto occupazione russa.

Ma le richieste del Cremlino – il ritiro delle nostre truppe, la rinuncia alla NATO e altre condizioni analoghe – restano inaccettabili. Non riesco a immaginare, nemmeno nel futuro, una leadership ucraina che possa accettarle.

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