Piergiorgio Odifreddi: “Trump come Hitler, sta instaurando un regime. Meloni è asservita agli USA”

"Trump sta instaurando un regime dittatoriale, il paragone con Hitler non è esagerato". Piergiorgio Odifreddi non usa giri di parole e, in questa intervista a Fanpage.it, delinea un quadro geopolitico che definisce di "neoimperialismo esplicito". Al centro della sua analisi c'è l'America di Donald Trump, un Paese che ha deciso mostrare il suo vero volto, quello della forza in spregio a ogni regola: dal tentato golpe in Venezuela alle mire coloniali sulla Groenlandia, passando per le minacce a Iran, Colombia, Cuba e Messico e soprattutto per la folle proposta di portare le spese militari da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari all'anno.
Ma la riflessione del matematico si sposta rapidamente dai confini internazionali a quelli interni, dove vede profilarsi un’ombra inquietante. Odifreddi evoca senza mezzi termini il paragone con il nazismo, descrivendo quello di Trump come un tentativo di instaurare un regime basato su milizie – quelle dell'ICE – che agiscono impunemente come una moderna Gestapo. Gli Stati Uniti, secondo il saggista, stanno compiendo il passaggio verso una vera e propria dittatura oppressiva.
In questo terremoto planetario, Odifreddi riserva però le critiche più aspre alla politica di casa nostra, denunciando la "postura asservita" di Giorgia Meloni, una presidente "politicamente senza coraggio" che pur avendo costruito la sua immagine sulla forza, appare oggi "imbarazzante e inginocchiata" a Trump, incapace di una visione autonoma e in costante attesa del beneplacito di Washington su ogni dossier, dall'Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela all'Iran.
Professore, guardando alla situazione globale, dall’Iran al Venezuela fino alle mire sulla Groenlandia, che fase storica stiamo attraversando?
Credo che stiamo vivendo una fase di neocolonialismo o neoimperialismo. Ma c'è una differenza fondamentale rispetto al passato. Siamo usciti da decenni, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui azioni di questo genere si facevano in giro per il mondo, ma quasi sempre sotto traccia o con una parvenza di giustificazione legale. Oggi non è più così: siamo di fronte a un agire esplicitamente indifferente alle regole. Trump ha dimostrato chiaramente di fregarsene delle norme internazionali e persino di quelle del suo Paese; anzi, ne va fiero, lo considera un punto di forza. È l’uso della forza nuda e cruda: sa di essere armato fino ai denti e agisce di conseguenza.

A proposito di armi: l’entità della spesa militare statunitense è mostruosa. Ma a che scopo?
Esatto. Gli Stati Uniti spendono ormai una cifra folle: mille miliardi di dollari all'anno. Per intenderci, è circa metà dell'intero debito pubblico italiano. Agli inizi della guerra in Ucraina erano 800 miliardi; siamo passati a 1000, un aumento del 20%. Ma la proposta per quest'anno è di arrivare a 1.500 miliardi. Parliamo di un incremento del 50%. Perché accumulare così tante armi quando hai già una superiorità schiacciante? Se sommiamo i 1.500 miliardi degli USA ai 500 spesi dall'Europa, arriviamo a 2.000 miliardi su un totale mondiale di 2.700. La Russia spende circa 150 miliardi, un decimo della NATO. L’impressione è che l’Occidente stia chiudendo i ranghi e si prepari effettivamente a una guerra su vasta scala. L’obiettivo non è la difesa, è il dominio planetario attraverso la forza.
In questo scenario s’inserisce il caso del Venezuela, con il rapimento di Maduro in spregio a ogni norma di diritto internazionale.
Rapire un capo di Stato è un'azione singolare, ma non inedita. Mi ricorda Bush padre negli anni '90 con l'invasione di Panama: presero Noriega, lo portarono negli Stati Uniti e lo tennero in galera per vent’anni. Per Maduro il destino sembra lo stesso. Ma il problema è più ampio e va ben oltre il Venezuela: ora si parla della Colombia, dove persino un presidente democraticamente eletto come Petro viene bollato come "narcotrafficante" solo perché non si allinea a Trump. E poi c’è Cuba, con il cappio al collo dopo la fine dell'era Castro. Trump vuole la resa incondizionata e il controllo delle risorse, come il petrolio venezuelano. E chissà cosa accadrà anche con il Messico…
E poi c'è la Groenlandia, un caso in cui stanno emergendo tensioni molto, molto profonde.
La Groenlandia è un caso interessantissimo perché mette contro alleati NATO. L’Europa alza le barricate, ma nessuno nota il paradosso: l'approccio di Trump potrebbe essere il più "democratico". Lui vuole scavalcare la Danimarca, che è una potenza coloniale in Groenlandia dal Cinquecento, per parlare direttamente con i 50.000 abitanti locali. Se passasse l'idea che si può trattare con i nativi aggirando la potenza occupante, crollerebbe il castello di carte delle ex colonie europee. Pensate alla Francia, che ha territori in tutti i continenti – Martinica, Guyana, Nuova Caledonia, eccetera – e li chiama "territori d’oltremare" per non dire colonie. Trump scardina la vulgata comune: da un lato usa la forza bruta, dall'altro mette in crisi il colonialismo d'ufficio dell'Europa.

Vent'anni fa si parlava di "esportare la democrazia". Oggi quel velo sembra caduto e Trump parla esplicitamente di controllo delle risorse.
Non si fa più nemmeno finta. Della democrazia non importa nulla a nessuno. Se il sistema rimane uguale ma il leader si inginocchia agli Stati Uniti, a Washington va bene: è quello che potrebbe accadere in Venezuela dove, in fondo, non c'è stato alcune regime change. I cinesi auguravano ai nemici di "vivere in tempi interessanti", alludendo ai tempi in cui succedevano disastri. Ci siamo dentro. E trovo inconcepibile che l'Europa non proponga una soluzione diversa. La Meloni crede di essere una statista dicendo che la questione Groenlandia si risolve con la NATO o l'UE, ma è solo un modo per fare la voce più grossa. La vera soluzione democratica sarebbe l'ONU, il Consiglio di Sicurezza, il superamento del colonialismo dei singoli Stati.
In questo quadro l'Ucraina sembra sparita dai radar, per non parlare di Gaza. Trump sosteneva di poter chiudere la guerra tra Mosca e Kiev in 24 ore, ma evidentemente è stato smentito dai fatti. Cosa crede accadrà su quel fronte?
Trump è un ignorante, non conosce la storia, né quella remota né quella recente. Pensa che i trattati di pace si risolvano con un affare o una minaccia di dazi, come se dovesse vendere un grattacielo. Si gloria di aver risolto guerre che in realtà proseguono o rispetto alle quali non ha mai "toccato palla", come tra India e Pakistan. Ricordiamoci il Vietnam: Nixon fu eletto nel '68 per fare la pace, ma ci vollero cinque anni di trattative segrete a Ginevra per arrivare a un accordo nel '73, con bombardamenti feroci nel mezzo. Trump è scemo o finge, perché sa che mostrare i muscoli funziona con il suo elettorato. La questione ucraina è nata per il pericolo delle truppe NATO ai confini russi, o almeno questa è la versione che Mosca sostiene da anni e della quale dovremmo in qualche modo tener conto; Putin non firmerà mai un accordo che permetta a francesi e inglesi di stabilirsi lì militarmente. Servirebbero i Caschi Blu, truppe internazionali neutrali, non questi affaristi che giocano a fare gli statisti.
Passiamo alla politica interna americana. Le milizie per il controllo dell'immigrazione ICE stanno agendo con una violenza che molti definiscono "orwelliana". Lei vede un pericolo reale per la tenuta democratica degli USA?
È una situazione estremamente pericolosa. Accusare ogni piccolo dittatore di essere come Hitler è spesso una sciocchezza, ma nel caso di Trump il paragone regge. Sta instaurando un regime. Queste truppe per il controllo dell'immigrazione sono, nei fatti, una sorta di Gestapo. Gli Stati Uniti sono un Paese spezzato in due: da una parte l’America profonda, agricola, meno istruita che lo vota; dall'altra le coste colte e progressiste, New York e la California. Trump vuole controllare le città democratiche con l’esercito.
Siamo passati dalla "dittatura soft" di Aldous Huxley ne Il mondo nuovo – dove il controllo avviene tramite televisione, distrazione e droghe – alla "dittatura hard" di Orwell in 1984. Mi dicono che negli aeroporti controllano i telefoni e i social media per vedere se hai scritto qualcosa contro il Presidente. È un clima di terrore poliziesco. Ho vissuto e insegnato in America per 25 anni e ho sempre avuto timore della polizia locale, ma oggi siamo alla militarizzazione totale.
Crede che una nuova guerra civile negli Stati Uniti sia fantascienza?
È difficile, perché l'esercito è centralizzato e federale. Tuttavia, le tensioni sono ai massimi. Vedere il sindaco di New York, un socialista vero, giurare in una stazione della metropolitana dismessa in segno di sfida è un segnale forte. Ma quando lo Stato centrale manda truppe federali contro il volere dei sindaci e si inizia a sparare sui manifestanti, come già accaduto, il clima diventa quello degli anni '60 e '70, quelli dei quattro morti in Ohio cantati da Neil Young. Gli USA di oggi rischiano di somigliare all'Iran grazie a Trump, un uomo che chiamava Biden "Sleepy Joe"; ma onestamente, meglio uno che dorme che uno fin troppo sveglio con il dito sul bottone nucleare.

Un'ultima riflessione sull'Italia. Come giudica il silenzio di Giorgia Meloni rispetto alle manovre di Trump? Sembra più trumpiana di Trump stesso…
Usando un linguaggio caro alla destra, direi che la Meloni non ha le "pa***". Si è sempre presentata come il leader carismatico, la donna forte, ma davanti a Trump è diventata imbarazzante, totalmente supina ai suoi voleri. Aspetta di sapere cosa pensa lui prima di esprimersi su questioni cruciali come l'Ucraina. Forse è ostaggio di una coalizione divisa, con Salvini che ha posizioni diverse, e deve fare i salti mortali per restare in sella. Però, per chi fa dell'orgoglio nazionale una bandiera, vedersi così inginocchiati davanti al potente di turno è davvero umiliante. Se fossi un uomo di destra, non sarei affatto soddisfatto di come viene servito e onorato il Paese in questo momento dalla Presidente del Consiglio.