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Crisi in Venezuela dopo l'attacco USA

Perché Trump ha attaccato il Venezuela e arrestato Maduro: quali sono i suoi obiettivi

Trump aveva già provato, nel corso del suo primo mandato presidenziale, a scalzare Maduro dal potere. Ora sembra esserci riuscito. Le ragioni di questo attacco sono di ordine politico ed economico.
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Nelle prime ore della scorsa notte, gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco terrestre dal cielo contro il Venezuela, che tante volte avevano minacciato nelle ultime settimane. Poco dopo, attorno alle 10,30 ore italiane, Donald Trump annunciava sui social di avere catturato il presidente venezolano Nicolás Maduro e sua moglie. La vicepresidente venezolana Delcy Rodríguez, più tardi, diceva in televisione che il luogo ove si trova Maduro è sconosciuto e chiedeva a Trump una prova che sia ancora in vita. Così, un inizio drammatico che sembrava potesse sfociare in una guerra nella regione latino-americana, si è convertito in un vero e proprio golpe: gli Stati Uniti sono tornati a imporre la legge della forza in quello che considerano il loro patio trasero, con un attacco unilaterale a un paese sovrano. E nessuno sa cosa potrà accadere ora, se si andrà verso una soluzione negoziata e la convocazione di nuove elezioni, o ci sarà una reazione dell’esercito bolivariano normalmente leale al regime.

Grande cautela tra i paesi latino-americani, a pate la netta contrarietà di Cuba che parla di terrorismo di Stato e rischia di essere il prossimo paese sotto il mirino statunitense. Al principio, dopo i bombardamenti, si è pronunciato il presidente colombiano Gustavo Petro, facendo un appello al ridimensionamento del conflitto. Il ministero degli Esteri spagnolo ha fatto appello alla moderazione e al rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite, offrendosi come mediatore per la soluzione pacifica della crisi. Netta invece la condanna da parte del socio di minoranza del governo spagnolo Sumar e dell’antico alleato Podemos. Appello al rispetto del diritto internazionale anche da parte dell’Unione europea. L’opposizione venezolana, in un comunicato a firma di Marina Corina Machado, ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno rispettato la promessa e che loro sono pronti per governare il Paese, indicando in Edmundo Gonzalez Urrutia il nuovo presidente.

L’aggressione statunitense al Paese caraibico arriva dopo alcuni mesi in cui è stato un crescendo di minacce e attacchi a imbarcazioni nel Mare dei Caraibi e nel Pacifico, accusate di trasportare droga negli Stati Uniti. Dal 2 settembre, si sono susseguiti i bombardamenti sulle presunte narco-lance, oltre 33, con l’uccisione di almeno 110 persone, tutte azioni extra-giudiziarie e senza il consenso del parlamento americano. Gli Stati Uniti avevano concentrato nell’area un contingente militare importante, compresa la portaerei Gerald Ford, tanto da far pensare a un attacco imminente sul territorio venezolano. Sferrato questa notte con bombardamenti sugli Stati di Miranda, Aragua, La Guaira e sulla capitale, Caracas, colpendo obiettivi militari prossimi al palazzo presidenziale e alle principali installazioni delle reti di informazione, con l’uso di aerei ed elicotteri militari.

Ha così vinto la strategia bellicosa del segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio, contro quella più dialogante del vicepresidente Vance. Rubio, figlio della diaspora cubana, che ha una potente presenza a Miami, è vicino alla leader dell’opposizione venezolana, María Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace, una degli esponenti dell’estrema destra internazionale legata al presidente americano. Trump aveva già provato, nel corso del suo primo mandato presidenziale, a scalzare Maduro dal potere. In questa seconda legislatura inizialmente aveva preso a dialogare con Maduro, salvo poi accusarlo di essere a capo del narcotraffico, montando così una campagna contro il traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti. Le ragioni di questo cambiamento sono di ordine politico ed economico.

In primo luogo c’è il petrolio, di cui il Venezuela possiede le riserve maggiori nel mondo e di una qualità pregiata. Molto di questo petrolio, in parte intercettato dagli americani negli ultimi giorni con la cattura di alcune navi petroliere, viene importato dalla Cina. Che è il principale Paese con cui gli Stati Uniti competono, misurando la capacità d’influenza e di penetrazione commerciale nel continente latino-americano. Ma soprattutto c’è la rinnovata applicazione della Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dall’omonimo presidente statunitense, secondo cui tutto il continente americano è considerato nella sfera di interessi degli Stati Uniti. Quella che la nuova strategia della Sicurezza Nazionale statunitense considera debba essere la guida nell’ingerenza americana sui paesi dell’emisfero occidentale. Il cortile di casa appunto, che quando non si riescono a influenzare le elezioni per imporre governi amici, prevede anche l’uso della forza, come nel passato, come fu l’ultima volta a Panamá, nel 1989. E la regione latino-americana sta affrontando un importante ciclo elettorale che, prossimamente, vedrà andare al voto paesi come la Colombia, il Brasile e il Perú.

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Elena Marisol Brandolini, giornalista, laureata in Economia, con un master in Diritti del lavoro e un dottorato in Relazioni Internazionali ha lavorato come ricercatrice economica, sindacalista della Cgil e dirigente nella pubblica amministrazione. Da corrispondente dalla Spagna e attenta ai paesi del Sudamerica, ha collaborato con l’Unità, Il Fatto Quotidiano e Radio3Mondo. Scrive su Il Messaggero, il Manifesto, Domani e la rivista East West.
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