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Perché la risposta dell’Iran all’attacco Israele-Usa potrebbe allargare il conflitto: tutti gli scenari

Come si è arrivati all’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran e cosa succederà adesso: alla vigilia degli attacchi Trump aveva detto di non essere felice dei negoziati sul programma nucleare iraniano. I possibili scenari.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Nelle scorse ore Israele e Stati Uniti hanno lanciato “un’operazione militare di ampio raggio” contro l’Iran. L’operazione “Ruggito del Leone” ha un’estensione maggiore rispetto agli attacchi della cosiddetta guerra dei 12 giorni dello scorso giugno. Esplosioni sono state avvertite a Teheran, Tabriz, Isfahan, Karaj, Qom e Kermanshah ma anche nell’area dove si trova il palazzo presidenziale e il Consiglio di sicurezza nazionale dell’intelligence iraniana. La guida suprema iraniana, Ali Khamenei, si troverebbe fuori dalla capitale in una località segreta.

La fine della diplomazia

I raid segnano la fine dell’opzione diplomatica tra Stati Uniti e Iran, così come è avvenuto lo scorso giugno. Alla vigilia degli attacchi, Donald Trump, aveva detto di non essere felice dei negoziati che erano in corso a Ginevra e in Oman in merito al programma nucleare iraniano. Il presidente Usa aveva avvertito che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare sostenendo che il paese avesse a disposizione missili che avrebbero potuto raggiungere l’Europa e presto anche gli Stati Uniti.

Tuttavia, prima del via libera ai raid, sembrava possibile che ci fosse un nuovo round di colloqui la prossima settimana mentre lo stesso Trump nel suo discorso sullo stato dell’Unione aveva sostenuto di preferire la diplomazia all’intervento militare. Eppure, il presidente Usa aveva avvertito che i negoziatori iraniani non avevano mostrato “buona fede e coscienza” nei colloqui.

Il disperato tentativo omanita

L’ultimo a tentare di evitare i raid è stato il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, che aveva sostenuto che un “accordo di pace” fosse vicino. E così nella notte di ieri, Albusaidi è volato a Washington per convincere Trump ad evitare i raid. I nodi da sciogliere sul tavolo dei negoziatori erano i livelli ammissibili di arricchimento dell’uranio da parte iraniana, la collocazione delle riserve di uranio già arricchito, da trasferire all’estero, e l’inclusione del programma missilistico iraniano in un possibile accordo.

La partenza del personale non necessario

A chiarire che un attacco fosse vicino è arrivata la richiesta di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Iran, la regione e Israele.

Il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, aveva programmato una visita a Tel Aviv a inizio della prossima settimana. Mentre il vicepresidente, JD Vance, era sembrato contrario a un attacco contro l’Iran perché avrebbe potuto portare una guerra di lungo corso. “Dobbiamo evitare gli errori del passato”, aveva detto Vance, in riferimento alle conseguenze disastrose della guerra in Iraq del 2003.

Il report dell’AIEA

L’escalation è stata innescata, come avvenne anche lo scorso giugno, da un nuovo report dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea) che aveva avvisato di non aver avuto accesso alla centrale di Isfahan. L’Aiea ha anche riferito di attività in corso nelle strutture di Natanz e Fordow, quest’ultima colpita dai raid Usa di giugno, alle quali gli ispettori dell’agenzia non hanno avuto accesso.

Le autorità Usa avevano sostenuto che in pochi giorni l’Iran avrebbe potuto dotarsi di un’arma nucleare. Questa eventualità è sempre stata smentita dalle autorità iraniane.

Sebbene l’Aiea ammetta che gli attacchi dello scorso giugno non rendono semplice l’accesso alle centrali iraniane, gli ispettori hanno definito “indispensabile e urgente” l’accesso. In particolare, gli oltre 400 kg di uranio arricchito oltre il 60% in dotazione dell’Iran potrebbero, secondo l’Aiea, già essere stati sufficienti per avviare la realizzazione di armi atomiche.

Le proteste in Iran

Trump ha chiesto agli iraniani di prendere il controllo delle istituzioni iraniane sostenendo che si tratta “di un’occasione unica per generazioni”. “La nostra azione congiunta creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino", ha aggiunto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. La nuova ondata di proteste è scoppiata in Iran contro il carovita lo scorso 28 dicembre. La partecipazione di giovani, donne, disoccupati, lavoratori ha reso queste mobilitazioni tra le più partecipate della recente storia iraniana.

Nei giorni scorsi le manifestazioni sono riprese nelle principali università di Teheran, come Sharif, Shahid Beheshti e Amir Kabir. Gli studenti si sono mobilitati di nuovo per ricordare i loro compagni di corso uccisi nelle proteste 40 giorni dopo, come da tradizione nell’Islam sciita. Sono oltre 7mila le vittime delle proteste, secondo le autorità iraniane. Altre fonti riferiscono di oltre 30mila morti nella repressione del regime. Migliaia di attivisti sono stati arrestati e condotti nel carcere di Evin dove si trovano i prigionieri politici.

La risposta iraniana

Non si è fatta attendere la risposta di Teheran contro Israele. I raid iraniani hanno colpito Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva e altre città. Le autorità iraniane avevano fatto sapere che in caso di attacco la risposta iraniana sarebbe stata devastante.

Alla vigilia dell’attacco della notte scorsa, la massiccia presenza militare degli Stati Uniti alle porte del Golfo Persico non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq del 2003. E così oltre alle navi da guerra Abraham Lincoln e Gerald Ford, sono centinaia i jet, inclusi F-35, F-22 e F-16, e i sistemi di difesa Usa, impegnati per attaccare per azzerare il programma nucleare e missilistico iraniano.

L’escalation del conflitto

La reazione iraniana potrebbe determinare un’escalation del conflitto. I pasdaran potrebbero decidere di colpire gli interessi statunitensi nella regione, inclusa la base Usa in Qatar di al-Udeid, come è avvenuto lo scorso giugno, ma anche colpire il Bahrain, come sta già avvenendo, e altri paesi vicini dove sono presenti basi Usa. I pasdaran potrebbero anche decidere di chiudere lo Stretto di Hormuz bloccando il traffico marittimo commerciale.

D’altra parte, non è chiaro quale possa essere l’obiettivo americano. I raid potrebbero limitarsi ad azzerare le capacità nucleari e militari iraniane lasciando in piedi il regime. Oppure potrebbero avere come obiettivo di chiudere la stagione della Repubblica islamica e favorire una transizione che porti ad elezioni. In questo caso potrebbero avere un ruolo sia le figure riformiste che i sostenitori della monarchia, che hanno guidato mediaticamente dall’estero questa ondata di mobilitazioni.

Ma la guerra in Iran potrebbe anche determinare il caos regionale con l’attivazione delle milizie sciite nella regione dall’Iraq al Libano, inclusi gli Houthi in Yemen, sebbene non appaia plausibile un impegno militare a sostegno di Teheran da parte di Cina e Russia che pure, nei giorni scorsi, hanno partecipato a esercitazioni militari congiunte nel Golfo, insieme all’Iran.

Mentre si aggravano le tensioni al confine tra Pakistan e Afghanistan, gli Stati Uniti di Donald Trump insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu sono di nuovo impegnati in un conflitto contro l’Iran, dopo lo scorso giugno. Questa volta la guerra potrebbe avere una durata più lunga del previsto e coinvolgere l’intera regione. Sarà poi necessario valutare quali effetti avrà sulla leadership iraniana e se determinerà un cambiamento di regime che potrebbe azzerare i vertici della Repubblica islamica per come la conosciamo fin qui. Non solo, una guerra ad ampio raggio potrebbe ulteriormente destabilizzare una regione già segnata da gravi conflitti, a partire dalla guerra a Gaza.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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