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Guerra Ucraina-Russia

Perché la rinuncia dell’Ucraina alla NATO non semplifica i negoziati di pace

Tra territori contesi e proposte ambigue di Mosca, la strada verso la pace resta tortuosa. Gli analisti diplomatici Clarke e Gould-Davies: “La membership era da tempo un non-problema”. Lo scoglio è sul Donbass: “Un referendum non è realistico e una demilitarizzazione è problematica”, dice Mark Galeotti.
A cura di Riccardo Amati
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La concessione fatta da Volodymyr Zelenskyy di dimenticare un volta per tutte la NATO cambia solo in parte le carte sul tavolo del negoziato. Di certo non scioglie il nodo delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Il do ut des di Kyiv ha come contropartita l’impegno Usa ad assicurare che la Russia in un futuro non attacchi di nuovo. Ma è ciò di cui si parla da mesi. Era già nei famigerati 28 punti di Steve Witkoff. Se è sulle garanzie che alla fine si giocherà la partita della pace, prima c’è da superare uno scoglio che sta diventando un’impervia falesia: il destino del Donbass ancora in mano ucraina. L’ipotesi di un referendum appare impraticabile. Quella della demilitarizzazione ha aperto a tattiche ancora da interpretare. Forse piuttosto subdole. Analizzare i dettagli e scovare tutti i diavoli che vi si nascondono richiederà parecchio tempo. Il presidente ucraino dovrà far pesare parecchio la sua ultima concessione unilaterale, per cercare di far uscire il suo Paese dall’incubo.

Una rinuncia tattica

“La membership NATO era un non-problema: nessuno pensava che la questione si ponesse più per almeno un decennio”, commenta a Fanpage.it Michael Clarke, a lungo capo del think tank londinese del settore difesa RUSI. “Con l’elezione di Trump alla presidenza USA, l’entrata dell’Ucraina nell’alleanza era già diventata meno di una lontanissima ipotesi”. In realtà, Zelensky non sta concedendo proprio niente ma “riconosce pragmaticamente che Stati Uniti e altri membri chiave dell’Alleanza non intendono ammettere l’Ucraina”, concorda il diplomatico Nigel Gould-Davies, in forza all International Institute of Strategic Studies (IISS). “Più che un cambio di rotta, è la presa d’atto della realtà politica”, spiega a Fanpage.it. Fatto sta che Zelensky cerca di farla passare come una rinuncia determinante. “E fa benissimo”, dice Clarke. “Non si tratta solo di mostrarsi ragionevole, ma di chiedere qualcosa di grosso in cambio: il Donbass non occupato dai russi”. Se l’abbandono dell’obiettivo NATO non ha importanza in quanto tale, ha infatti un forte significato politico: implica che l’Ucraina accetta, di fatto, un limite alla sua sovranità. Voluto da Mosca. Un corrispettivo e un ritorno negoziale sono dovuti. Almeno in teoria.

Il rischio di proteste popolari

Nessuno ormai ci sperava davvero, ma far digerire agli ucraini la formalizzazione, nero su bianco, della rinuncia all’Alleanza Atlantica mica è cosa da niente. Un sondaggio del New Europe Centre (NEC) ha appena rilevato che il 71,3 per cento della popolazione continua a considerare imprescindibile l’entrata della NATO. Non solo: “Metà degli ucraini è pronta a scendere in piazza se ci venissero imposte condizioni inaccettabili”, rivela a Fanpage.it da Kyiv il direttore del NEC, Sergiy Solodkyy. “Soprattutto se si trattasse del ritiro delle truppe”. Con queste premesse, Zelensky dovrà far pesare la sua mossa unilaterale alla Nato come un macigno, al tavolo delle trattative. E ottenere il massimo sul Donbass. L’addio al sogno atlantico sommato a un eventuale ritiro da territori difesi a costo di decine di migliaia di caduti provocherebbe una rivoluzione. Non è solo una questione emotiva. L’area di cui parliamo è ancora abitata da 250mila persone, al netto di milioni di sfollati. Comprende le cosiddette “città‑fortezza” di Kramatorsk, Sloyansk, Kostjantynivka e Druzhkivka. E se i difensori la lasciassero, potrebbe facilmente essere utilizzata per futuri attacchi russi più in profondità in territorio ucraino.

Un referendum impraticabile

L’ipotesi di un referendum nei territori che la Russia vorrebbe sottrarre all’Ucraina anche se in quattro anni non è riuscita a invaderli è con ogni probabilità una schermaglia tattica che non avrà seguito. “Non va presa sul serio, Zelensky rilancia la palla nella metà campo di Putin”, afferma Mark Galeotti, storico dei servizi di sicurezza russa e direttore di Mayak Intelligence. Le difficoltà tecniche di andare a votare in un Paese in guerra e parzialmente invaso sono enormi. E il voto si terrebbe sotto il tiro del nemico. Perché il Cremlino ha subito precisato che non ci sarebbe alcun cessate il fuoco. I russi non si fermerebbero certo ad aspettare il responso delle urne sulle condizioni da imporre a Kyiv. “Negoziamo pure ma intanto andiamo avanti a combattere, tanto vinciamo”, è il mantra registrato da Fanpage.it in più interviste agli uomini di Vladimir Putin. La possibilità che Mosca prenda in considerazione una tregua che preceda la finalizzazione dei negoziati è nulla.

Demilitarizzazione del Donbass

Una possibile soluzione alternativa in discussione è permettere a Mosca di rivendicare il Donbass che non occupa, ma allo stesso tempo trasformarlo in una zona demilitarizzata (DMZ) per garantire che le truppe russe restino fuori.

L’idea è degli americani. Anche questa opzione è difficilmente praticabile. Se non altro perché l’ineffabile Yuri Ushakov, capo-negoziatore di Putin, ha subito detto che “sì se ne può parlare ma certo dovremo schierare in quei territori almeno la nostra Guardia Nazionale, che è la nostra polizia, per mantenere l’ordine e organizzare la vita della popolazione”. Peccato che la Guardia Nazionale russa, conosciuta come Rosgvardiya, è un molto più di un reparto di polizia.

Creata nel 2016 sotto il generale Viktor Zolotov, ex guardia del corpo di Putin, fa capo direttamente al presidente. Come i pretoriani dell’antica Roma all’imperatore. È composta da circa 180.000 uomini. Ne fanno parte le unità di risposta rapida SOBR, dotate di armamenti pesanti; la polizia antisommossa OMON; truppe corazzate, tra cui l’1ª Divisione Operativa Separata, con carri armati e artiglieria. Tutte queste formazioni hanno partecipato all’invasione del 2022, acquisendo fama per operazioni brutali contro i partigiani nei territori occupati. Far entrare la Rosgvardiya in una DMZ significherebbe permettere a Mosca di schierare un esercito mascherato — ma nemmeno tanto — da forze di polizia.

Ucraini sempre più scettici

“L’idea della DMZ sembra partorita non da un mediatore di pace ma da un imprenditore immobiliare: affronta questioni legali e territoriali ma non le realtà di natura emotiva e politica esistenti sul terreno”, è la critica di Mark Galeotti. È chiaro che nel caso di una demilitarizzazione si porrebbe la questione di chi deve mantenere l’ordine. Nella situazione ucraina, difficile capire come affrontarla. Se si vorrà farlo, saranno necessari tempi lunghi e “un’attenzione ai dettagli molto più alta di quanto la proposta preveda”, conclude Galeotti.

Il negoziato per ora resta in alto mare. Dopo la rinuncia di Zelensky alla NATO, “L’Ucraina a i suoi alleati europei avranno ancora molto da fare per ottenere forma di garanzia appropriate”, conclude Gould-Davies. Intanto, per gli ucraini “diventa sempre più evidente che il mediatore ovvero gli Stati Uniti, stia cercando di imporre le condizioni della Russia”, riferisce Sergiy Solodkyy. L’inchiesta statistica dell’istituto da lui diretto registra come a ogni nuovo turno di negoziati cresca lo scetticismo. “Gli ucraini vogliono la pace. Non la accetteranno a qualunque costo. Le loro aspettative restano caute”.

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