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30 Giugno 2015
11:34

Perché la crisi di Atene non peserà sulle tasche degli italiani

L’Italia vanta crediti per 65 miliardi, ma l’esposizione diretta della banche nostrane è di soli 800 milioni. Bassi anche i pericoli per le aziende, l’export verso l’Ellade ammonta solo allo 0.2 per cento del Pil.
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Default, spread, Bund-Btp, crack, contagio, quantitative easing, bailout. È difficile riportare tutti i termini del gergo economico e, soprattutto, finanziario entrati a far parte del vocabolario comune e indissolubilmente legati alla crisi greca. Forse il più importante è Grexit, anglismo che fonde in un unico vocabolo Grecia ed uscita (Greece e exit), per sintetizzare l'ormai probabile decisione di Atene di lasciare la moneta unica per tornare ad una valuta nazionale e provare così a sottrarsi da una parte dal giogo delle misure d'austerity imposte da Bruxelles e Berlino ad Atene – attraverso la cosiddetta Troika (ovvero Unione Europa, Banca centrale europea e Fondo Monetario internazionale) –, e dall'altra a ristrutturare l'economia nazionale dilaniata da decenni di malversazioni, corruzione e gestione tutt'altro che rigorosa dei conti pubblici ellenici (situazione poi peggiorata dall'intervento rigido delle autorità europee).

La crisi, dunque, che sembra ad un passo dal suo epilogo meno auspicato e, fino a pochi giorni fa, persino meno realistico ovvero l'uscita di Atene dalla moneta unica, avrà se confermato ricadute anche per gli altri paesi dell'Unione. In particolare crescono i dubbi ed i timori per le altre economie deboli e a rischio come potrebbe essere quella italiana.

La situazione del Belpaese

Innanzitutto è bene sottolineare che la situazione del Belpaese non è né critica come quella ellenica, né in questo momento si trova in acque agitate come nel 2011, quando Roma fu molto vicina alla bancarotta. Attualmente i dati ufficiali del ministero dell'Economia, guidato da Pier Carlo Padoan, confermano che i conti pubblici nazionali rispettano il parametro di equilibrio imposto da Bruxelles del rapporto deficit-Pil (Prodotto interno lordo) contenuto sotto il 3 per cento. Anzi, secondo le proiezioni più recenti il percorso del debito tricolore continuerà a diminuire anche l'anno prossimo, mentre la crescita – sebbene ancora molto fioca e debole –, ha fatto capolino dopo anni di conti in rosso. A questa fotografia, che descrive l'Italia in una posizione di relativa tranquillità rispetto alle bufere elleniche, si deve aggiungere l'importanza della politica espansiva della Bce che, attraverso gli interventi di quantitative easing*, ha costruito una sorta di protezione contro le tensioni sui mercati per difendere la tenuta della moneta unica dagli attacchi speculativi.

Il peso del debito greco per l'Italia e l'Europa

Al momento l'Italia vanta crediti con la Grecia per un totale di circa 65 miliardi di euro (secondo l'elaborazione dati del Sole24Ore), di cui 10 di prestiti bilaterali e una parte consistente relativa ai fondi salva stati (noti con le sigle Efsf e Esm e pari a relativamente 23.3 e 14.2 miliardi di Euro). Ora il paese ellenico, sebbene sia uno Stato e non un soggetto privato, non è differente dal punto di vista legale da un comune debitore. L’eventuale uscita dalla moneta unica non annullerebbe in automatico gli obblighi derivanti dal ripagare i creditori, Italia compresa. È opinione diffusa tra gli analisti che lo scenario peggiore, non implicherebbe l'azzeramento totale dei debiti pregressi (come ad esempio avvenuto in Argentina nel 2001, quando il paese del Latino America dichiarò bancarotta e annullando, successivamente, in modo arbitrario molti dei debiti precedentemente contratti). A queste cifre va aggiunto il debito contratto da Atene con la Banca centrale europea di cui Bankitalia è parte. Sarebbero circa 6.6 miliardi di euro (pari al 12.3 per cento del totale) i fondi prestati dalla Banca d'Italia – attraverso la Bce – alla Grecia, facendo crescere ulteriormente il credito che Roma vanta verso Atene.

Queste cifre, tuttavia, secondo gli economisti italiani non dovrebbero far temere per il peggio poiché, rispetto al recente passato, la quota di titoli di stato greci presenti nel portafoglio italiano sono drasticamente diminuiti, facendo sì che l'eventuale bancarotta ellenica non avrebbe conseguenze pesanti per l'Italia. L'esposizione delle banche del Belpaese al debito ellenico sarebbe molto bassa, pari (secondo gli analisti del centro ricerche Bruegel) a circa 800 milioni di euro, su un debito complessivo di circa 315 miliardi. Pochi timori anche per le realtà produttive italiane poiché le esportazioni italiane verso Atene sono pari allo 0,9 per cento del totale, ovvero lo 0,2 per cento del Pil nazionale.

Le conseguenze sui mercati

L'instabilità di queste ore dei mercati europei ha confermato che il timore più grande continua ad essere quello finanziario per le possibili folate speculative. Non solo per l'Italia, ma per tutta l'area Ue. Nei momenti di maggior crisi i rendimenti dei titoli di Stato aumentano perché gli investitori internazionali considerano più pericoloso l’investimento sul debito di un Paese e, per questo motivo, sono portati a chiedere un premio più alto per il loro rischio. L’aumento dei rendimenti (che va ad influire direttamente sullo spread, ovvero l'indice che mette a paragone il rendimento dei titoli decennali italiani – Btp – con quelli tedeschi – Bund), implica per le casse statali la crescita dei costi per i servizi del debito pubblico nazionale, ovvero spese più sostenute per gli interessi da sostenere durante l’anno (l'abbassamento dei tassi, ad esempio, ha portato il governo italiano nel recente passato a mettere in conto una sorta di dividendo, per i risparmi assicurati dai bassi rendimenti ipotizzati per l’anno). Questa situazione d'instabilità potrebbe causare la diminuzione del dividendo o la sua estinzione. E questa situazione, implicherebbe, ulteriormente che l'Esecutivo dovrebbe trovare le risorse economiche altrove tagliando ulteriormente le spese o aumentando le tasse. Tuttavia e a differenza di alcuni anni fa, l'area della moneta unica si è dotata di meccanismi di protezione finalizzata a contenere se non bloccare eventuali crisi come questa. Uno degli strumenti più comuni è diventato il ricorso al quantiative easing, strumento attraverso cui la Bce può limitare l’aumento dei tassi e quindi prevenire gli effetti negativi derivanti dalla volatilità dei mercati descritti poco sopra.

*Il Quantitative easing o alleggerimento quantitativo rappresenta una misura straordinaria attuata dalle Bance centrali che ha l'obiettivo di dare stabilità e quindi contribuire al rilancio dell'economia nazionale o, in questo caso, europea, facendo scendere il peso del debito delle nazioni e relativi i tassi di interesse, dando nuovo vigore al mercato del credito e bloccando la deflazione (la diminuzione dei prezzi al consumo). Queste operazioni avvengono attraverso l'acquisto programmato di titoli finanziari (soprattutto obbligazioni) negoziati sul mercato. Attraverso questi interventi la Banca centrale europea immette nel sistema finanziario comunitario una dose rilevante di liquidità che serve per comprare i titoli.

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