Ieri Hong Kong è stata chiamata al voto per il rinnovo dei consigli distrettuali. Si tratta del primo appuntamento elettorale dell'inizio delle proteste che hanno sconvolto la città negli ultimi mesi: di fatto le elezioni sono percepite come un referendum sul movimento che ha occupato strade, università e l'aeroporto in opposizione a una crescente stretta da parte di Pechino. E in rifiuto dell'amministrazione della città, vicina al governo di Xi Jinping, guidata da Carrie Lam.

Il voto degli hongkonghesi è stato chiaro: una netta negazione del fronte pro-establishment e un sostegno, nemmeno troppo indiretto, alle proteste che dallo scorso giugno lottano contro l'ingerenza della Cina continentale. E mentre Lam ha assicurato che rispetterà il voto, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha commentato: "Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale. Qualsiasi tentativo di danneggiare il livello di prosperità e stabilità della città non avrà successo". Anche se generalmente non si attribuisce un peso rilevante a questa tornata elettorale, è anche vero che la conquista dei consigli distrettuali da parte dei democratici assicurerà una presenza nell'Assemblea legislativa, il parlamento di Hong Kong, in cui al momento domina la linea pro-Pechino.

Ma come si sono originate le proteste? Che cosa chiedono i manifestanti? Qual è la strategia della Cina continentale a riguardo? Per rispondere a queste domande è necessario fare quale passo indietro.

L'origine delle proteste

La crisi a Hong Kong va avanti da mesi ormai. Le manifestazioni sono cominciate lo scorso giugno e inizialmente avevano a che fare con un emendamento alla legge sull'estradizione. In caso di approvazione, questo avrebbe consentito di spostare nella Cina continentale i processi per reati gravi, quali omicidio e stupro. I protestanti temevano che la Cina potesse strumentalizzare l'emendamento per estradare i suoi dissidenti politici e, in questo modo, per rafforzare il suo controllo sulla città.

Le manifestazioni sfociarono presto in scontri con la polizia: in pochi giorni oltre una settantina di persone rimase ferita. Il 15 giugno Lam annunciò la sospensione dell'emendamento. Tuttavia, il fatto che la proposta non fosse stata ritirata in modo definitivo, ma semplicemente messa in pausa, aveva alzato i sospetti che la governatrice di Hong Kong stesse solo prendendo tempo. I manifestanti la accusarono di voler reintrodurre l'emendamento una volta disperse le proteste: le violenze della polizia non fecero altro che amplificare le proteste che si trasformarono presto in un movimento di ribellione verso Pechino che chiede maggiori libertà e più democrazia.

Le richieste sono aumentate: non solo si esige il ritiro definitivo del disegno di legge sull'estradizione e le dimissioni di Carrie Lam, ma si pretende anche un'inchiesta sull'uso della forza e sulle violenze da parte della polizia, il rilascio dei manifestanti arrestati e maggiori libertà democratiche. I due punti più critici delle proteste sono state le occupazioni dell'aeroporto e la battaglia del politecnico. Lo scorso agosto i manifestanti hanno lasciato le strade della città per riunirsi nell'aeroporto, uno degli scali più trafficati di tutto il continente asiatico. La scelta di bloccare l'aeroporto risponde a un'esigenza precisa: quella di far sapere al mondo intero cosa succede a chi contesta il controllo di Pechino.

In autunno gli scontri si sono concentrati nelle università. In particolare, i manifestanti hanno occupato il politecnico, blindandolo per respingere le repressioni della polizia. In un primo momento gli agenti hanno fatto scendere una pioggia di lacrimogeni sull'edificio, intimando agli attivisti di uscire e minacciando processi per "riot", in cui è prevista una condanna fino a 10 anni di carcere, e l'utilizzo di armi da fuoco. La carica della polizia è stata però respinta con bottiglie motolov e dando fuoco all'ingresso per impedire il passaggio delle forze dell'ordine. A quel punto i poliziotti hanno deciso di aspettare, chiudendo ogni via di fuga, e battendo i manifestanti su stanchezza ed esasperazione.

Sono diversi i feriti dall'assedio del politecnico, e ancora di più gli arrestati. Si è arrivati ad un punto di tensioni altissime. Alcuni giorni fa è arrivata la notizia dell'incostituzionalità della legge, promulgata da Lam, che vietava l'uso di maschere che nascondono il viso in modo da evitare il riconoscimento dei manifestanti. L'Alta Corte ha sancito che il decreto viola la Costituzione. E fin qui tutto bene: ma non è questo il punto principale. Il fattore più preoccupante della vicenda è il fatto che l'amministrazione di Hong Kong ha potuto emanare quella legge in quanto ha dichiarato lo stato di emergenza. L'ultima volta in cui si è fatto ricorso allo statuto di emergenza è stato nel 1967, durante la rivolta contro gli inglesi. In base alla normativa, durante un'emergenza, il governatore può introdurre qualsiasi norma senza dover passare prima in Parlamento: Lam potrebbe, fra le altre cose, autorizzare detenzioni arbitrarie da parte della polizia, oscurare i media, confiscare proprietà e dare il via libera a ricerche senza alcun mandato. Ma soprattutto, l'amministrazione locale potrebbe chiedere all'esercito cinese di intervenire per garantire la sicurezza e l'ordine pubblico. E infine, proprio grazie allo stato di emergenza, Pechino potrebbe aumentare i suoi poteri sulla città per fronteggiare la crisi.

La peculiarità di Hong Kong

È importante ricordare che Hong Kong appartiene alla Cina, ma è una regione amministrativa speciale. Detiene di fatto un elevato livello di autonomia per cui ha una moneta propria, un sistema politico e giuridico diverso da quello cinese, così come un'identità culturale completamente diversa da quella della Repubblica Popolare. Questo perché fino al 1997 Hong Kong è stata una colonia britannica. Londra ha imposto il suo dominio in seguito alla Guerra dell'Oppio, introducendo un sistema economico capitalista, un modello scolastico, amministrativo e giuridico basato su quello inglese e un'attitudine in campo di diritti umani e democrazia di stampo occidentale.

Alla fine degli anni Novanta tuttavia, Hong Kong ritornava sotto il controllo della Cina, che però si impegnava a non cambiarne il sistema economico e politico per i seguenti 50 anni, quindi fino al 2047. Si tratta del principio di "un Paese, due sistemi" idealizzato dall'allora presidente cinese Deng Xiaoping per ribadire l'unità nazionale della Repubblica popolare, pur riconoscendo le differenze con i territori ad amministrazione speciale, come Hong Kong e Macao.

Al momento appare chiaro che la città non abbia alcuna voglia di diventare a tutti gli effetti cinese, andando così a perdere quella serie di libertà democratiche di cui ora (seppur non a 360 gradi) può affermare di godere. Tuttavia, è altrettanto evidente che Pechino ha una certa fretta di mettere fine al meccanismo di "un Paese, due sistemi", per instaurare la propria supremazia sulla totalità del territorio. Già nel 2014 Hong Kong si era resa protagonista di proteste contro le tendenze egemoniche della Repubblica Popolare. Il Comitato permanente del Congresso nazionale aveva deciso di riformare il sistema elettorale della città, di fatto lasciando pre-selezionare al Partito Comunista Cinese i candidati alla guida della città. Si scatenò allora la cosiddetta Rivoluzione degli Ombrelli, una serie di proteste contro l'interferenza cinese che dapprima furono pacifiche, ma sfociarono presto in scontri e arresti.

Secondo il responsabile cinese dei rapporti con Hong Kong e Macao si sarebbe arrivati al momento più critico della relazione città-Stato. Pechino sta iniziando a mostrare apertamente la sua contrarietà e la comunità internazionale inizia a temere un uso della forza da parte del governo centrale. Xi Jinping si trova in una posizione abbastanza scomoda: se da un lato non può cedere alle richieste dei manifestanti, in quanto sarebbe un segno di debolezza e un precedente che potrebbe portare ad altre richieste o creare reazioni simili nella Cina continentale, dall'altro un intervento armato irriterebbe la comunità internazionali, con pesanti rischi per l'economia. Per ragioni economiche, è improbabile che Hong Kong finisca per essere una nuova Tienanmen, ma è anche vero che le repressioni sono sempre più pesanti.

Pechino sembra al momento aver optato per la terza via: lasciare cioè che le proteste si auto-distruggano. I mesi di blocchi e manifestazioni hanno già inciso sull'economia hongkonghese e Pechino spera che presto i disagi verranno attribuiti ai manifestanti, finendo per isolarli. Nel frattempo, lascia trapelare immagini di violenze e instabilità nel resto del Paese, puntando il dito contro i dissidenti e sottolineando i pericoli che comporta una società aperta. L'autoritarismo del Partito appare allora come un qualcosa di necessario a mantenere l'ordine e la sicurezza, che in ultima istanza sono da preferire al caos.

Perché Hong Kong ci riguarda

Le proteste a Hong Kong, in un certo senso, si inseriscono tra i movimenti che stanno occupando le piazze di tutto il mondo, dal Cile al Libano, passando per i gilets jaunes francesi, l'Iraq e la Catalogna. Ovviamente ognuno di questi ha le sue particolarità, nasce in contesti diversi e si batte per cause diverse. Ma è un ritorno alle piazze che sta riguardando il mondo nel suo complesso. Nel momento in cui la politica si fa populista, le proteste cittadine seguono la stessa linea: non c'è una struttura chiara a livello ideologico, non ci sono leader designati, l'organizzazione avviene per lo più tramite la rete e non ha nessuno stratega a tirarne i fili.

Hong Kong rappresenta però anche un caso specifico per l'Europa e l'Occidente. La piccola enclave capitalista e liberale non è solo un hub finanziario importantissimo nel continente asiatico, ma è anche il simbolo dell'eredità democratica circondata dalla chiusura cinese in termini politici e civili. La Repubblica Popolare è il contrasto tra un ferreo autoritarismo e uno sfrenato liberismo commerciale che non conosce scrupoli: l'Europa ha sempre rifiutato una dicotomia di questo tipo, affiancando le sue azioni economiche e commerciali a ideali di rispetto dei diritti umani e tendenze politiche democratiche da considerarsi imprescindibili.

Ma su Hong Kong rischia di giocarsi tutto. Le proteste degli hongkonghesi ci riguardano perché interessano direttamente la visione democratica e la tutela dei diritti civili su cui il progetto europeo è stato fondato. Se chiudiamo gli occhi di fronte al soffocamento della libertà di espressione e ci voltiamo dall'altra parte quando una potenza reprime il diritto a manifestare le proprie posizioni, allora il nostro modello di democrazia è in profonda crisi. Hong Kong da sola non può resistere alle pressioni di Pechino: non c'è una soluzione alla Davide contro Golia in questo caso. Ma se con il silenzio maschereremo l'incapacità di prendere posizione di fronte al sopruso delle libertà democratiche, dovremo ammettere una sconfitta che non riguarda solo la libertà dei cittadini di Hong Kong.

Ed è qui che si ritorna ai movimenti di piazza: è in corso una rivoluzione democratica per la democrazia che sta rivelando tutta l'incapacità di far fronte ai cambiamenti che stanno interessando ogni angolo del pianeta. E che ci ricorda una crisi di ideali che forse non abbiamo già più.