“Circostanze straordinarie richiedono misure straordinarie”. È con queste parole che il presidente francese Emmanuel Macron ha introdotto le misure proposte assieme ad Angela Merkel: un piano d’aiuti da 500 miliardi di euro, parte del budget europeo e finanziato interamente dall’emissione di titoli di debito europei per aiutare a fondo perduto le economie dell’Unione a fronteggiare la crisi economica post Coronavirus. Forse nemmeno esagera, Macron. Perché davvero questa proposta può avere una portata storica che va oltre i tempi straordinari che stiamo vivendo.

Questo oltre si chiama Stati Uniti d’Europa, o se preferite meno enfasi, la nascita di una vera e propria entità politica continentale, sovrana e democraticamente eletta. Perché si, è questo il piano inclinato su cui la cancelliera tedesca e il presidente francese hanno lanciato la loro pallina. Perché bond europei e un bilancio europeo di queste dimensioni richiedono necessariamente un ministro delle finanze europeo che se ne occupi. Perché una figura di questo tipo, che distribuisce una tale mole di risorse – all’Italia arriverebbe il doppio di quanto stanziato con il cosiddetto decreto rilancio, per dire – non può non essere democraticamente eletto. Perché se eleggi il ministro delle finanze europeo non si capisce perché il resto della commissione, a partire dal suo presidente, debba essere nominato.

Così andassero le cose, ci ritroveremmo in men che non si dica ad avere un governo federale e un parlamento federale e la necessità di riscrivere i trattati comunitari per adattarli a questo nuovo stato delle cose diventerebbe indifferibile. Trattati che a quel punto assumerebbero davvero la forma di una nuova costituzione europea. Quella stessa costituzione che – sembra passato un secolo, ma sono meno di cinque anni – Emmanuel Macron quando ancora era ministro dell’economia del governo Valls -propose di far votare a suffragio universale da tutti i cittadini europei, in quelle che sarebbe stato il referendum fondativo degli Stati Uniti d’Europa.

Questa è la portata storica della proposta Merkel-Macron e i segnali resistenza arrivati dai Paesi del nord e dell’est Europa danno il senso della rivoluzione in atto. Peraltro, bisognerà valutare la consistenza di questa resistenza. Se sarà un fuoco di paglia come in molti casi è stato quando la Germania ha deciso di accelerare – ad esempio, sposando la linea del Quantitative Easing di Mario Draghi, un tabù prima che Merkel smettesse di definirlo tale -, o se invece si riproporrà la situazione del 2015, quando al “ce la possiamo fare” della Cancelliera, che aprì le frontiere tedesche a tutti i profughi siriani, i Paesi dell’est risposero alzando barriere di filo spinato.

È da questo bivio che passano il cosa e il come dell’Europa che sarà. Se Merkel e Macron andranno dritti per la loro strada è probabile che questa nuova Unione potrà perdere dei pezzi e che questi nuovi trattati non saranno sottoscritti da tutti e 27 i Paesi dell’Ue, forse nemmeno da tutta l’area Euro. Se invece l’asse franco-tedesco cercherò la mediazione e il coinvolgimento di tutti, senza forzare la mano, è probabile che questa proposta possa arrivare annacquata alla meta. O peggio, morire prima di essere nata, ennesimo aborto di un’Europa con un passato troppo ingombrante e bandiere troppo pesanti per rinascere davvero.