Pace in Ucraina: perché Trump, Putin e Zelensky ora hanno fretta e cosa c’entrano le elezioni midterm in USA

I bombardamenti senza tregua e la pressione degli americani rendono la pace sempre più urgente, per gli ucraini. Le perdite immani e una crisi economica incombente danno anche alla Russia ragioni per cercare finalmente un accordo. E il mediatore, Donald Trump, ha fretta di ottenere un grande successo diplomatico da far pesare nella campagna per le elezioni di midterm. L'allineamento di fattori diversi apre una finestra per finalizzare il negoziato. E infatti è appena arrivata la notizia che una nuova tornata di incontri tra Russia, Stati Uniti e Ucraina si terrà il 17 e 18 febbraio a Ginevra, come ha annunciato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, citato dall'agenzia Ria Novosti.
I due belligeranti potrebbero accettare i compromessi necessari su territori e garanzie di sicurezza.
Qui Kiev
“La gente qui è in modalità di sopravvivenza”, dice da Kiev Balazs Jarabik, politologo di R.Politik. “Abbiamo sei ore di elettricità al giorno. Ci si organizza per lavorare e sbrigare le proprie faccende in quelle ore. Poi ci si arrangia con i generatori. Chi ha figli piccoli e dove andare, lascia la città”. Gli ucraini sono concentrati solo su come tirare avanti.
Se i russi pensavano di destabilizzare Zelensky con i bombardamenti, si sono sbagliati: “La politica è stata messa in pausa. A nessuno verrebbe mai in mente di manifestare contro il governo, ora come ora”, spiega Jarabik a Fanpage.it su Signal. La linea va e viene. Jarabik è un politologo. Si trova a Kiev per incontri professionali. Sta correndo a un appuntamento.
“Modalità sopravvivenza”
La Russia lancia droni e missili balistici su obiettivi civili. Ha colpito la rete energetica ed edifici residenziali. Di nuovo. Mentre scriviamo, a Kiev 3.500 condomini sono senza riscaldamento. Oltre 100mila famiglie non hanno l’elettricità. Fonti: il sindaco Vitali Klitschko e i dirigenti della DTEK, la principale società privata ucraina di energia.
E non c’è solo la Capitale. A Odessa, quasi 300mila persone sono rimaste senz’acqua. Non c’è corrente elettrica. Almeno 200 complessi abitativi non hanno riscaldamento. Lo ha reso noto il vice primo ministro Oleksiy Kuleba. Senza contare morti e feriti.
Pressioni parallele
Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha condannato gli ultimi attacchi dicendo che il Cremlino vuole minare così i colloqui di pace a guida USA. Balazs Jarabik ride: “Mannò, semmai è il contrario: i russi vogliono convincere Zelensky ad accettare le loro condizioni per chiuder la partita”.
Fatto sta che gli spietati barrage di Mosca contro le città ucraine agiscono in parallelo alle meno macabre pressioni americane. Washington vuole che il presidente ucraino accetti buona parte dei termini massimalistici imposti da Vladimir Putin per far tacere le armi. Molte cose potrebbe averle già accettate.
Deadline americana
Volodymyr Zelensky ha definito “un’idea del tutto stupida” l’ipotesi di un suo annuncio di elezioni presidenziali e referendum su un fantomatico accordo di pace, entrambi da tenersi a primavera. Il 15 maggio. L’ipotesi è del Financial Times. Che cita persone vicine a Zelenskyy funzionari ucraini ed europei ed altri al corrente dei piani.
Nell’articolo del FT si parla di un annuncio il 24 febbraio, quarto anniversario dell’invasione russa. Zelensky ha smentito la data. Ma non ha escluso annunci futuri. L’amministrazione USA ha fissato una scadenza a giugno per finalizzare l’accordo. Altrimenti, niente garanzie di sicurezza da parte di Washington.
Il tabù Donbass può cadere
Le garanzie sono cruciali, per la leadership ucraina. Sono l’unica assicurazione contro nuove aggressioni da parte della Russia. Devono essere il primo passo di ogni accordo. Tutto il resto è subordinato, indica il presidente. Diventa quindi possibile la cessione del Donbass alla Russia? Zelensky la scorsa settimana ha detto che no, non se ne parla nemmeno: “Riguardo ai territori, restiamo sulle nostre posizioni”.
In realtà, è pronto a rompere il tabù, hanno detto due suoi consiglieri a The Atlantic. Potrebbe accettare la più dura delle concessioni: la rinuncia alla parte del Donetsk ancora in mano ucraina. E allora per Putin rispondere ancora “niet” a un cessate il fuoco diverrebbe parecchio difficile.
Una finestra per la pace
Alla Bankova, la strada del potere a Kiev, si ritiene che la fretta di Trump possa essere sfruttata per “vincere” la pace. La richiesta americana di indire elezioni e referendum può esser considerata un’occasione da non perdere, commenta a Fanpage.it Andrei Radchenko, tra i maggiori esperti dei negoziati in corso: “Zelensky ne approfitterà per chiedere agli Stati Uniti che le garanzie di sicurezza siano un prerequisito per queste consultazioni elettorali, invece del risultato di un futuro accordo politico”, spiega lo storico.
Siccome gli americani non hanno molto tempo, potrebbero anche accettare. “Trump ragiona sul breve termine, secondo le sue scadenze”, nota Radchenko. “Non gli importa dell’Ucraina. Né della Russia. Gli interessano le elezioni midterm”. Per vincerle deve poter sfoggiare il risultato di politica internazionale che “nessun altro” poteva ottenere: la pace in Ucraina.
Fattori convergenti
Anche a Mosca sanno che si è aperta una finestra per ottenere buona parte degli obiettivi senza dover continuare la guerra. C’è quindi una convergenza di fattori: la Russia ha l’occasione per ottenere territori che non ha occupato, l’Ucraina può insistere per garanzie USA come condizione preliminare al referendum e alle presidenziali.
E l’amministrazione Trump ha un motivo impellente per cercare di accontentare le parti. Entrambe. Non solo il Cremlino, come ha tentato di fare in passato. E non è una questione di giustizia ma di realismo.
Sottostanti a questo scenario diplomatico, ci sono motivi profondi. Se l’America ha fretta di arrivare alla pace, l’Ucraina ha proprio urgenza. La popolazione ha addosso quattro anni di fatica, di distruzione, di morte. La carenza di combattenti rispetto al nemico rende sempre più penosa la resistenza.
Motivi profondi
Anche per la Russia la fine della carneficina sta diventando urgente. Le sue perdite arrivano ormai a un milione e 200mila effettivi, secondo il centro di ricerca CSIS. La nuova strategia ucraina prevede di ammazzare 50mila soldati russi al mese, per superare la capacità di rimpiazzo.
Ma il vero guaio è l’economia. La spinta della spesa militare si è esaurita. Alti tassi d’interesse frenano il settore privato. Cresce il numero delle aziende in perdita. Aumentano gli arretrati salariali. Il prezzo degli onnipresenti cetrioli è salito del 42,85 per cento in un mese.
La crisi è in prima pagina: “L’ansia aumenta a causa dell’incertezza, della mancanza di denaro e del calo della produzione”, si legge sui giornali. È un coro: “Siamo nell’anticamera della recessione, calano i ricavi delle esportazioni e le entrate di bilancio, le tasse aumentano e la domanda dei consumatori si restringe”. E ancora: “Le entrate dalla vendita di gas e petrolio sono a picco, il prezzo del pane sale”.
Ora, visto che in Russia i media assecondano la narrazione del governo, è lecito pensare che si voglia preparare la popolazione a qualcosa. Forse all’annuncio di compromessi finora impensabili, per una pace che salvi l’economia? I russi ne sarebbero contenti, rilevano i sondaggi.
Il nodo delle urne
“A Mosca potrebbero voler usare questo periodo in cui Trump è davvero interessato a porre fine alla guerra per finirla davvero”, ha detto Zelensky a The Atlantic. Sa che il nemico sa. Le letture sulla finestra temporale aperta dagli americani sono simili. Gli interessi, opposti. Ma entrambi i belligeranti hanno ragioni per non richiuderla, la finestra. La cattiva notizia è che è stretta.
Un passaggio chiave è il voto in Ucraina. Non lo si organizza certo alla svelta. “I preparativi tecnici e giuridici necessari sono molti, al momento non esiste una legge sul referendum”, sottolinea Jarabik. “Andare alle urne in primavera è impensabile”. Le difficoltà sono enormi. Come e dove voteranno i rifugiati all’estero? E gli ucraini al fronte? Ma a Zelensky elezioni il prima possibile non dispiacerebbero. Con ogni probabilità sarebbero “una rielezione”, si dice a Kiev. Un nuovo mandato. Per la prima volta dal 2019.
Il tempo stringe. Nelle prossime settimane la notoriamente scarsa attenzione di Trump sarà divorata dalla campagna midterm. Potrebbe decidere di chiudere in perdita e abbandonare i negoziati. Incolpando del fallimento la Russia o l’Ucraina.
Se vuol “vincere la pace”, Zelensky dovrà persuadere il presidente americano a non rinunciare alla chance di un successo diplomatico storico. Dovrà esser disposto a “scambiare” territori per garanzie di sicurezza immediate. E preparare elezioni e referendum. Se anche Putin ha urgenza di pace, dovrebbe accettarle, quelle garanzie. Accantonare la condizione del veto e l’intransigenza bellicista. Uscire dal suo mondo autoreferenziale. Tornare alla realtà.