Non c'è pace per l'Indonesia: dopo l'onda anomala che ha colpito il paese asiatico sabato scorso, facendo più di 430 morti e 1500 feriti nello stretto delle isole della Sonda, è stata diramata nelle ultime ore una nuova allerta tsunami per l'eruzione del piccolo vulcano Anak Krakatau, la cui attività non si ferma da domenica per cui è possibile, avvertono gli esperti, che la situazione peggiori repentinamente. L'agenzia nazionale per la gestione dei disastri ha innalzato il livello di pericolo da 2 a 3, che è quello immediatamente precedente il massimo sui quattro della scala di rischio, il che ha comportato la chiusura degli aeroporti e il dirottamento dei voli verso altre rotte, precisando che il provvedimento non interesserà lo scalo di Giacarta, e la creazione di un zona di sicurezza di un raggio di 5 chilometri all'interno della quale è vietato il passaggio a turisti e residenti.

"C'è il rischio di nuove eruzioni – è stato il monito del portavoce della protezione civile indonesiana, Sutopo Purwo Nugroho -. Le persone nelle vicinanze del vulcano possono essere colpite da rocce, materiale piroplastico o ceneri". Il pericolo è anche per nuove frane che potrebbero generare il secondo tsunami in meno di una settimana: la distanza dal mare considerata sicura è fra i 500 metri e il chilometro dalla riva. Si ricorda che l'Anak Krakatau è un figlio del Krakatoa, un vulcano allo stato di caldera attivo tra le isole di Giava e Sumatra, noto per la sua prima violentissima esplosione nel 1883, che presumibilmente provocò il rumore più forte mai udito sul pianeta in epoca storica.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Il forte vento delle ultime ore ha portato sabbia e cenere del vulcano verso le città di Cilegon e Serang a Giava, dove ai residenti è stato consigliato di indossare maschere e occhiali all'aperto. Inoltre, le piogge torrenziali hanno provocato inondazioni in alcune zone, complicando le operazioni di soccorso delle decine di dispersi che ancora si contano dopo il maremoto di sabato 22 dicembre. Inoltre, stanno per finire le scorte di acqua pulita e medicinali, per cui si alimenta il timore delle autorità locali di una possibile crisi sanitaria.