Non solo Hormuz, il ruolo strategico dello Stretto di Malacca nella sfida tra USA e Cina: l’analisi di ISPI

Prima fu Suez, oggi è Hormuz. La storia ci insegna come le tensioni e il conseguente blocco degli snodi strategici (i cosiddetti ‘choke points') da cui transitano i commerci mondiali rendano decisivo il controllo di questi passaggi.
In un contesto internazionale sempre più instabile, il potere infatti si misura anche dalla capacità di presidiare le rotte vitali, esposte a crisi e pressioni. Una di queste è lo Stretto di Malacca, situato tra la penisola malese e l’isola indonesiana di Sumatra.
"Costituisce il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale, fungendo da porta d’accesso marittima all’Asia", ha spiegato a Fanpage.it Paola Morselli, Research Fellow per l'Asia Center di ISPI.
Che importanza ha lo stretto di Malacca per i commerci globali?
La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente.
In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.
Chi gestisce il passaggio delle navi?
Il transito nello Stretto di Malacca non è controllato da un’unica autorità centrale, ma è il risultato di un sistema di cooperazione, e a volte competizione, tra gli Stati che si affacciano sul passaggio, ovvero Indonesia, Malesia e Singapore, con il coinvolgimento anche della Thailandia.
Dal punto di vista della sicurezza di navigazione, tema centrale in un passaggio spesso vittima di operazioni di pirateria, un ruolo chiave è svolto dal meccanismo di cooperazione, noto come Malacca Straits Patrols (MSP), avviato nel 2004. Questo vede il dispiegamento di pattugliamenti coordinati tra le marine dei Paesi coinvolti, assieme ad attività di sorveglianza aerea e un intenso scambio di informazioni tra i centri operativi.
Questo modello si basa quindi su una gestione condivisa del passaggio: gli Stati costieri mantengono la sovranità sulle proprie acque, ma collaborano per garantire sicurezza e fluidità del traffico in uno dei passaggi più congestionati al mondo.
Uno stimolo alla cooperazione per mantenere aperto e efficiente il passaggio è il vantaggio economico che questi Paesi hanno dai traffici e commerci legati allo stretto.
Singapore, ad esempio, grazie alla centralità dello stretto di Malacca è diventata uno dei principali hub logistici globali, mentre i porti malesi e indonesiani hanno assunto un ruolo crescente nel transhipment regionale. Tali fattori creano un forte incentivo politico ed economico a mantenere lo stretto aperto al traffico internazionale.
Che ruolo ha lo Stretto di Malacca nel braccio di ferro tra Usa e Cina?
Proprio per la sua importanza nel commercio internazionale e nei flussi energetici e commerciali dell’Asia, lo Stretto di Malacca è stato inevitabilmente trasformato in uno dei punti più sensibili della competizione tra Stati Uniti e Cina.
Non è un mistero che per Pechino lo stretto rappresenti una vulnerabilità strutturale: gran parte delle importazioni energetiche cinesi, incluso il petrolio proveniente dal Medio Oriente, transita da questo passaggio “obbligato”.
Questa dipendenza è spesso definita “Malacca dilemma”, che indica il timore che, in caso di crisi o conflitto, il traffico possa essere interrotto o limitato da attori ostili o da dinamiche di instabilità regionale, danneggiando gravemente l’economia e la stabilità cinese.
Dal punto di vista cinese, la presenza e l’influenza statunitense nella regione, insieme ai rapporti strategici tra Washington e partner chiave per il controllo dello stretto come Singapore, alimentano la percezione che lo stretto possa diventare un punto di pressione geopolitica.
Tale aspetto è diventato quindi una delle motivazioni centrali che negli ultimi anni hanno spinto la Cina a investire significativamente in rotte e infrastrutture alternative per ridurre questa dipendenza.
Un esempio emblematico è il China-Myanmar Economic Corridor, che collega la provincia cinese dello Yunnan al porto di Kyaukpyu, in Myanmar. Analogamente, lo sviluppo di porti, ferrovie e corridoi terrestri sotto l’ombrello della Belt and Road Initiative risponde anche all’esigenza di diversificare le rotte strategiche cinesi.
Va però sottolineato che i rischi per lo stretto non sono solo geopolitici. La sua vulnerabilità è legata anche a fattori non militari: congestione del traffico, incidenti navali, pirateria e soprattutto rischi ambientali.
Come buona parte della regione sudest asiatica, l’area è esposta a eventi naturali estremi come tsunami o condizioni meteorologiche severe, che potrebbero interrompere temporaneamente il traffico con impatti sulle catene di approvvigionamento globali.
Quali implicazioni avrebbe la chiusura di questo stretto (visto cosa sta accadendo con Hormuz)?
Una chiusura dello Stretto di Malacca è uno scenario estremo e, ad oggi, poco probabile. La gestione condivisa tra i Paesi del Sud-est asiatico, tradizionalmente orientati a una politica estera neutrale, non allineata e basata sulla non-interferenza, ha finora garantito un certo grado di stabilità e continuità nei flussi commerciali.
Detto questo, le conseguenze di un’interruzione sarebbero enormi, e in molti casi persino più gravi di quelle che stiamo osservando nello Stretto di Hormuz.
La crisi in corso in seguito dall’escalation tra Israele, Stati Uniti e Iran sta già aumentando dei prezzi dell’energia, causando tensioni sui mercati e ricadute sull’economia globale, in particolare sui mercati asiatici fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
In questo contesto, un’eventuale crisi nello Stretto di Malacca avrebbe un effetto moltiplicatore. Se Hormuz è il principale punto di uscita del petrolio dal Medio Oriente, Malacca è la porta attraverso cui quel petrolio raggiunge le economie asiatiche.
Inoltre, lo Stretto di Malacca è ancora più congestionato di Hormuz e, in alcuni punti, estremamente stretto – meno di due miglia nautiche – il che lo rende particolarmente vulnerabile a incidenti o blocchi anche parziali.
A confronto con Hormuz, le alternative allo stretto di Malacca sono similmente limitate, con un impatto immediato sui costi di trasporto e sui tempi di consegna.