Le parole sono importanti? Bene, e allora smettiamo di chiamarla guerra, quella tra Israele e Palestina. O meglio, smettiamo di raccontare la storia per cui ci sono due parti che lottano per far soccombere l’altra. Un tempo era così, forse. Oggi, nonostante tutto, le forze in campo sono talmente sbilanciate che non ha più nemmeno senso parlare di conflitto. Ma di massacro. A senso unico.

Lo raccontano le cifre di poche ore di bombardamenti su Gaza, 122 morti dall’inizio delle ostilità, 33 dei quali bambini, 11 solo nelle ultime 24 ore, cui si sommano più di 250 feriti, contro i sette morti israeliani. Lo racconta, anche, la facilità con cui Israele, grazie al sistema d’arma mobile Iron Dome – letteralmente Cupola di Ferro – ha intercettato e reso inoffensiva la pioggia di missili di Hamas su Tel Aviv e su numerose altre città.

Ancora più delle cifre, tuttavia, lo racconta la sproporzione della forza economica e militare in campo, con un fazzoletto di terra lungo 40 chilometri e largo 10, poverissimo e sovrappopolato come nessuno al mondo che si ritrova a combattere nemmeno si capisce bene per cosa contro un nemico ricchissimo, all’avanguardia globale della tecnologia militare e scientifica – parliamo del primo Paese al mondo che ha raggiunto l'immunità di gregge contro il Covid-19 –  che per di più lo circonda su tre lati del confine, di fatto assediandolo e impedendo la libera circolazione dei suoi abitanti, anche solo per cercare un lavoro altrove.

Fossimo in Sudafrica, nel secolo scorso, lo chiameremmo apartheid,  e parleremmo di segregazione, e nessuno nell’opinione pubblica parlerebbe di equidistanza come sinonimo di obiettività. Solo che siamo in Medio Oriente, e maneggiamo la materia infiammabile della Shoah e del senso di colpa occidentale per secoli di persecuzioni antisemite, così come quella del’islamofobia che pervade le nostre società dopo gli attentati di matrice islamista che hanno punteggiato questo inizio di millennio.

E allora, in fondo, del massacro di Gaza ci importa relativamente poco. E ci importa poco del fatto che Israele decida a proprio piacimento – come ha fatto con le deportazioni di Sheikh Jarrah – di alzare a proprio piacimento il volume della tensione per avere il pretesto per tagliare l’erba di Gaza a suon di bombe, per far dimenticare gli scandali che coinvolgono il presidente Bibi Netanyahu con una bella prova di forza, per far insediare altri coloni israeliani nei Territori palestinesi, in nome della sicurezza nazionale e del diritto a Israele a esistere.

Solo che, piccolo dettaglio, qui è in gioco il diritto di Gaza a esistere, non quello di Israele. E se, come comunità internazionale, abbiamo anche solo il dubbio che quel diritto vada difeso, forse dovremmo smetterla con le ipocrite e pilatesche manifestazioni di equidistante solidarietà, e chiedere a Israele di smettere di segregare, discriminare, bombardare chi vive nell’enclave di Gaza. Se non lo facciamo – e non lo stiamo facendo – non siamo altro che complici di un massacro a senso unico, l’ennesimo che facciamo finta di non vedere. Niente di nuovo, pure qua.