
Provate ad andare sulla pagina Instagram di Sua Altezza Sheikh Tahnoon bin Zayed, @hhtbzayed. Negli ultimi mesi ha pubblicato le foto dei suoi incontri negli Emirati Arabi Uniti con Satya Nadella di Microsoft, con i vertici di Meta e di società finanziarie come Blackstone, Morgan Stanley e il fondo sovrano norvegese, ma anche con capi di governo come Mark Carney e Alex Stubb. Un giorno spunta Tony Blair. Sheikh Tahnoon, come potete vedere dalle foto, indossa sempre un paio di occhiali da sole.
Chi è questo personaggio e perché è importante conoscerlo per allargare la prospettiva sul conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran?
Lo sceicco con gli occhiali da sole
Sheikh Tahnoon è già uno dei leader mondiali dell’intelligenza artificiale, perché controlla parte dei capitali che hanno reso possibile una corsa tecnologica plasmata da tre ingredienti principali: i talenti, le imprese, e appunto i soldi. Quest’ultimo ingrediente non manca agli Emirati Arabi Uniti e alle altre monarchie del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita e dal Qatar, che alimentano in modo sempre più significativo la competizione tecnologica in corso.
Il 3 marzo 2026, Amazon Web Services ha comunicato interruzioni ai servizi dopo che gli attacchi dei droni iraniani avevano colpito alcune sue strutture in Medio Oriente: due data center negli Emirati Arabi Uniti direttamente colpiti, e uno in Bahrain danneggiato da un’esplosione nelle vicinanze.
Quest’attacco si inserisce in una vulnerabilità crescente delle infrastrutture fisiche che rendono possibile la nostra vita energetica e tecnologica, dagli impianti petroliferi alle varie reti di telecomunicazioni. Pensiamo, per esempio, all’attacco degli Houthi del 2019 alle strutture di Saudi Aramco in Arabia Saudita, ma anche al taglio dei cavi sottomarini nel Mar Rosso nel 2024.
Come ho sostenuto nel mio libro “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, esiste una dimensione materiale della tecnologia che in un mondo attraversato da tensioni e da guerre emerge sempre di più. E finisce sotto attacco. Anche per un altro particolare: la corsa tecnologica è alimentata in modo decisivo dalle ricchezze del Golfo.
Torniamo a Sheikh Tahnoon. Nato nel 1968 e figlio del fondatore degli Emirati Arabi Uniti, ha costruito la propria ascesa in modo metodico e lontano dai riflettori. Negli anni Novanta, come presidente dell’ufficio privato del padre, esercitava il classico potere dell’anticamera, dell’accesso al potente; nel 2016 diventava consigliere per la sicurezza nazionale, assumendo di fatto la guida dell’intelligence emiratina e dei suoi investimenti in tecnologia e cybersicurezza. Esercita il potere d’intesa col fratello Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan (noto con l’acronimo MBZ), Presidente degli Emirati, che gli ha delegato il controllo operativo delle leve più critiche.
Le relazioni con l'America (e Trump)
Alla fine degli anni Novanta, Sheikh Tahnoon rimase folgorato dal mondo degli sport da combattimento: non come spettatore, ma come stratega. Fondò nel 1998 l’Abu Dhabi Combat Club con l’obiettivo di costruire uno standard globale per le arti marziali basato sulla tecnica e la leva, non sulla forza bruta. Nel 2010 acquisì una quota del 10% nell’ Ultimate Fighting Championship (UFC), l’organizzazione di arti marziali miste che ha oggi una enorme influenza nel mondo trumpiano e nel suo legame coi giganti digitali: Dana White, il patron della lega, è entrato nel consiglio di amministrazione di Meta a inizio 2025.
L’arsenale finanziario presieduto dallo sceicco-lottatore fa leva sui principali fondi emiratini, oltre alla International Holding Company (IHC), un tempo modesta azienda ittica, divenuta la seconda società per capitalizzazione del Golfo. Sheikh Tahnoon presiede anche la società di intelligenza artificiale G42, il cui CEO è Peng Xiao, già a capo di DarkMatter, l’azienda di cybersicurezza attraverso cui ex dipendenti della NSA avevano condotto delicate operazioni di sorveglianza per conto degli emiratini. G42 deve il suo nome a “Guida Galattica per gli Autostoppisti”.
Sheikh Tahnoon, secondo le inchieste realizzate negli ultimi mesi dal “Wall Street Journal” e del “New York Times”, ha investito enormi somme attraverso i veicoli emiratini anche sui legami finanziari con società della famiglia Trump e della famiglia Witkoff (l’inviato diplomatico di Trump). Questi investimenti si sono affiancati al lobbying degli Emirati a Washington per ottenere le autorizzazioni all’acquisto di chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Altri investimenti emiratini hanno invece mantenuto legami piuttosto stretti con la Cina.
Gli sceicchi e l'IA
Oggi i fondi sovrani del Golfo, e in particolare degli Emirati, dell’Arabia Saudita e del Qatar, rappresentano una quota significativa degli investimenti globali, soprattutto negli Stati Uniti.
Il veicolo più significativo è MGX, fondata nel 2024 da Mubadala e G42 con Sheikh Tahnoon alla presidenza, proprio per investire sulle nuove opportunità tecnologiche. La sua presenza nei principali affari sui data center e l’intelligenza artificiale è impressionante. MGX ha investito tra l’altro in OpenAI, DataBricks, xAI. Nel 2024, MGX aveva già lanciato la Global AI Infrastructure Investment Partnership insieme a BlackRock, Global Infrastructure Partners e Microsoft, per costruire data center. Nel gennaio 2025, MGX è entrata nel Progetto Stargate, a fianco di OpenAI, SoftBank e Oracle. Recentemente, MGX ha poi acquisito Aligned Data Centers per 40 miliardi, la più grande operazione nella storia del settore, in consorzio con Microsoft, BlackRock, NVIDIA. Poche settimane fa, a febbraio, MGX è stato tra i principali investitori dell’ultimo round di Anthropic, a cui ha partecipato anche il Qatar.
Questo significa concretamente che Dario Amodei di Anthropic avanza la sua visione di un’intelligenza artificiale diversa, una prospettiva che lo mette in contrasto col Pentagono, ma poi allo stesso tempo prende comunque i soldi delle monarchie del Golfo.
Non sono solo capitali, ma infrastrutture. Lo stesso progetto Stargate non esiste solo negli Stati Uniti, ma avanza da qualche mese in parallelo negli Emirati, grazie a una joint venture tra G42, Microsoft e OpenAI. Un tweet di gennaio della principale società di consulenza sui semiconduttori al mondo, SemiAnalyis, fondata dal ventinovenne Dylan Patel, ha sostenuto che il mega-progetto degli Emirati sia perfino più avanti di quello negli Stati Uniti, ricordando nello stesso contesto l’importanza per i data center emiratini delle turbine a gas prodotte dall’azienda italiana Ansaldo Energia.
Tra le tre monarchie (Emirati, Arabia Saudita, Qatar) ci sono frizioni e competizione. Anche nel campo dell’intelligenza artificiale. Gli sceicchi si sono sfidati, finora, nella gara a chi ha firmato le partnership più ambiziose con NVIDIA, AMD e le altre aziende leader della tecnologia, e continuano a sfidarsi nel finanziamento delle università specializzate sull’intelligenza artificiale e nelle arene della formazione con una proiezione regionale sempre più ampia, soprattutto in Africa. Attraverso i loro capitali e la relazione privilegiata con Trump (il quale chiaramente ammira il modello di governo delle monarchie del Golfo), Abu Dhabi, Riyad e Doha sono divenute vere e proprie capitali della corsa all’intelligenza artificiale.
I data center e la guerra
Tutto quest’edificio di relazioni e investimenti si regge su una premessa: la stabilità delle stesse monarchie del Golfo.
Questi governi hanno trascorso l’ultimo decennio a costruire l’argomento per cui il loro territorio è il luogo ideale per le infrastrutture più critiche dell’economia digitale del XXI secolo, con argomenti in apparenza convincenti: decisioni concentrate su poche persone legate da vincoli familiari, energia abbondante, sistema di permessi accomodante, centralità geografica, capitali senza fondo.
La guerra ha incrinato questa percezione. Non solo per gli influencer di Dubai, ma proprio per i data center (che del resto consentono pure agli influencer di fare il loro mestiere). Se il mondo è trainato dall’intelligenza artificiale, che concretamente è un insieme di data center, allora queste strutture, che si trovano in luoghi ben precisi e possono avere anche un uso duale, possono diventare bersagli nelle guerre.
Ciò che i data center contengono, le infrastrutture di calcolo per l’intelligenza artificiale, ha un costo molto elevato e cicli di produzione con tempistiche che non possono essere compresse più di tanto. Colpire tutto questo, con un mix di attacchi fisici, sabotaggi e attacchi digitali, non è poi molto costoso. Potrebbero anche nascere nel prossimo futuro nuovi “mercati” e “mercanti” per gli attacchi mirati ai data center.
Così, in un mondo sempre più attraversato da tensioni, i data center dovranno essere difesi di più. Forse emergeranno ulteriori soluzioni tecnologiche, meno concentrate e più distribuite. Ma il costo di costruire infrastrutture digitali in zone di potenziale conflitto aumenterà. Inoltre, se le monarchie del Golfo dovranno pagare nuovi costi di difesa per attacchi inediti, forse non potranno continuare lo stesso ritmo di investimenti nella corsa all’intelligenza artificiale.
Oggi gli occhiali da sole di Sheikh Tahnoon guardano questo mondo con perplessità, pensando alla prossima mossa.