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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

MSF non consegnerà a Israele la lista del suo personale a Gaza: “Non abbiamo garanzie sulla loro sicurezza”

Medici Senza Frontiere ha annunciato che non consegnerà l’elenco del proprio personale richiesto dalle autorità israeliane per consentire all’organizzazione di continuare a operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania: “Israele si rifiuta di darci garanzie sulla loro sicurezza”
A cura di Giulia Casula
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Medici Senza Frontiere ha annunciato che non consegnerà l'elenco del proprio personale palestinese e straniero internazionale richiesto da Israele per consentire all'organizzazione di continuare a operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. L'organizzazione teme per la sicurezza dei proprio operatori, che in passato hanno subito minacce, arresti ingiustificati e violenze da parte delle autorità di Tel Aviv. Ora però c'è il rischio che il governo israeliano decida di espellere Msf dalla Striscia, con conseguenze potenzialmente devastanti per i palestinesi sopravvissuti al massacro dell'Idf.

Perché MSF si rifiuta di dare la lista del suo personale a Israele

Il contenzioso era partito lo scorso marzo, quando le autorità israeliane annunciato che le organizzazioni intenzionate a registrarsi sarebbero state tenute a fornire informazioni personali sul proprio staff. Una richiesta fin da subito vista con sospetto da parte di Msf, che ha preteso in cambio adeguate garanzie di sicurezza.

"Dall’ottobre 2023 – ha ricordato l'organizzazione – sono stati uccisi 1.700 operatori sanitari e 15 membri" durante il conflitto. Molti altri sono stati minacciati, detenuti arbitrariamente e attaccati. Da qui le giustificate preoccupazioni di MSF che ha chiesto rassicurazioni sulla gestione indipendente delle operazioni umanitarie all'interno della Striscia.

Dopo che lo scorso 30 dicembre le autorità israeliane hanno comunicato che la precedente registrazione di MSF era scaduta, hanno intimato all'organizzazione di cessare le propria attività entro sessanta giorni. Per continuare a fornire assistenza medica essenziale, una settimana fa, MSF ha informato Tel Aviv di essere disposta a condividere un elenco definito di nomi del personale palestinese e internazionale – naturalmente con il loro consenso – ma a condizione che venisse garantita la loro sicurezza.

Tuttavia le trattative non hanno portato niente di buono. "Nonostante i ripetuti sforzi, negli ultimi giorni non è stato possibile instaurare un dialogo con le autorità israeliane sulla base delle garanzie concrete richieste", hanno fatto sapere da MSF. Tra queste, "l'impegno a utilizzare le informazioni relative al personale esclusivamente per scopi amministrativi dichiarati senza mai mettere a rischio i colleghi, la garanzia per MSF di mantenere piena autorità su tutte le questioni relative alle risorse umane e alla gestione delle forniture mediche umanitarie e l’interruzione di tutte le comunicazioni che diffamano MSF e compromettono la sicurezza del personale".

Garanzie che Israele si è rifiutata di concedere e che ad oggi, rendono impossibile trovare un accordo per la loro permanenza nei territorio colpiti dall'esercito dell'Idf. "Nel mezzo della catastrofe umanitaria in corso a Gaza e dell’estrema violenza contro gli operatori sanitari, le autorità israeliane stanno costringendo le organizzazioni umanitarie a prendere una decisione impossibile – scegliere di condividere informazioni sul proprio personale, o di dover interrompere l’assistenza medica salvavita", si legge nel comunicato diffuso dall'organizzazione.

"Se MSF venisse espulsa da Gaza e dalla Cisgiordania, le conseguenze sarebbero devastanti, poiché i palestinesi si troverebbero ad affrontare un inverno brutale, tra case distrutte e urgenti necessità umanitarie", hanno avvertito. L'organizzazione infatti ha dichiarato di aver fornito, solamente nel 2025, 800mila visite, di aver assistito in un parto su tre e di aversostenuto un posto letto ospedaliero su cinque. "Servizi che non possono essere sostituiti facilmente", si legge. Nonostante l'apparente tregua le condizioni umanitarie "rimangono catastrofiche: quasi 500 persone sono state uccise da ottobre scorso, i servizi essenziali, tra cui cibo, acqua, alloggio, assistenza sanitaria, carburante e mezzi di sostentamento, sono stati in gran parte distrutti e il sistema sanitario non è quasi più funzionante, con molti servizi specializzati non disponibili, come ad esempio la cura delle ustioni".

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