Il 15 settembre 2020 sarà per sempre ricordato come una data storica per gli equilibri in Medio Oriente: a Washington, infatti, sono stati firmati i cosiddetti accordi di Abramo tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e Bahrain che segnano, per lo Stato ebraico, l'apertura formale di relazioni diplomatiche con questi paesi, e la prima svolta diplomatica di questo tipo dai trattati di pace con Egitto e Giordania, nel 1979 e nel 1994. "Dopo decenni di violenze assistiamo all'alba di un nuovo Medio Oriente grazie al coraggio dei leader visionari di questi tre Paesi", è stato il commento del presidente americano Donald Trump che ha co-firmato l'intesa, la prima di una lunga serie che "altri sette o otto paesi arabi", "compresi i grandi", si stanno preparando a concludere "molto presto" per normalizzare le loro relazioni con Israele. Ma cosa implica tutto ciò? Fanpage.it lo ha chiesto ad Annalisa Perteghella, ricercatrice presso il Centro Medio Oriente e Nord Africa dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), ed esperta di sistemi politici mediorientali, in particolare di Iran e della regione del Golfo.

Dottoressa Perteghella, che Medio Oriente emerge dopo la sigla degli accordi di Abramo?

"Prima di tutto, vorrei sottolineare che più che di accordi di pace, perché di fatto i paesi firmatari non sono in guerra tra di loro, bisogna parlare di accordo di normalizzazione, da cui emerge di certo un Medio Oriente riallineato, nel senso che finora Israele era isolato nella regione perché in guerra con la maggior parte dei paesi arabi, mentre con questa nuova intesa si salda l'asse con i paesi del Golfo, per il momento Emirati e Bahrein, in un'ottica di contenimento e di isolamento dell'Iran, che è il grande nemico comune che li ha portati ad allinearsi. Il problema è ora che più cresce la pressione su Teheran, più quest'ultima si sente minacciata e più diventa aggressiva". 

Non solo Iran: c'è anche la questione palestinese. Che scenari si aprono in tal senso dopo la firma dell'intesa?

"I palestinesi non sono stati coinvolti in questo accordo tra Israele e i Paesi arabi. Bisogna però distinguere la leadership palestinese dal popolo. La prima ha perso un po' di occasioni nella storia recente per sistemare la situazione con Israele. È vero che le condizioni sono a loro ostili, ma è altrettanto vero che nulla è stato fatto dalla classe politica e dirigenziale per uscire dall'empasse. Hanno rifiutato in toto il piano di pace presentato sempre da Donald Trump a gennaio di quest'anno, al quale, pur penalizzandoli, non hanno saputo opporre una controproposta. In altre parole, si tratta di una leadership che è arroccata su posizioni che non rispettano più la realtà dei fatti, che vede Israele aumentare la sua potenza nella regione e da questo non si può tornare indietro. Diverso il discorso relativo alla popolazione palestinese ed in particolare alla generazione più giovane che ha ormai fatto i conti con la realtà, comprendendo che la soluzione a due stati, finora tanto agognata e di cui si parla dalla fine degli anni Novanta, è di fatto defunta. Si va, dunque, verso lo stato unico di Israele, che dovrebbe essere democratico, inglobando dentro di sè la Palestina e dando ai palestinesi i diritti che gli spettano. Anche se al momento, complice la non partecipazione della leadership palestinese, lo scenario è quello di uno Stato in tutto e per tutto israeliano mentre i palestinesi sono confinati in aree ristrette, come poi è la situazione oggi". 

Anche i razzi che ieri sono caduti su Gaza facendo 13 feriti devono essere considerati in quest'ottica?

"Gaza è uno dei problemi principali di Israele ed è anche uno dei motivi per cui il Paese ha una politica così aggressiva nei confronti dei palestinesi. Gaza come sappiamo è sotto il controllo di Hamas, che è un movimento islamico terrorista, che sostiene la Palestina, in un grande gioco delle parti. Il che ha portato Israele a cercare delle alleanze nel Golfo". 

Il ruolo di Trump: quali interessi hanno mosso l'interesse del presidente Usa?

"Trump vuole chiaramente lasciare un segno, un'eredità in politica estera. A gennaio aveva già presentato l'accordo di pace tra Israele e Palestina che però si era concluso con un nulla di fatto, per cui ha dovuto in un certo rimediare adesso facilitando quest'ultima normalizzazione in cui può ergersi a paciere. Al contempo, ha ridisegnato l'assetto della regione puntando all'esclusione graduale dell'Iran e segnando un netto distacco rispetto a quanto aveva fatto il suo precedessore alla Casa Bianca, Barack Obama. Quest'ultimo aveva aperto a Teheran con l'accordo sul nucleare perché la sua idea era quella, sempre nell'ottica di un minore coinvolgimento americano in Medio Oriente, di creare una sorta di condominio dei principali paesi della regione, Iran incluso. Trump invece ha fatto il contrario, è tornato indietro, affidandosi ai suoi alleati storici, che sono proprio Israele e il Golfo, ed isolando Teheran. Poi, dal momento che siamo nel vivo della campagna elettorale per le presidenziali Usa 2020, c'è anche un discorso molto importante che è legato all'elettorato evangelico, che è uno dei fiori all'occhiello dell'ex tycoon e che è molto sensibile alla causa israeliana. Per cui si può dire che ha ottenuto una vittoria anche con l'elettorato interno".