L’unico sopravvissuto al disastro aereo Air India: “Penso sempre a quel giorno. Ogni notte è un incubo”

Tutti lo definiscono "l'uomo più fortunato del mondo" ma lui, unico sopravvissuto del disastro aereo di Air India che lo scorso giugno ha causato la morte di 241 persone a bordo e 19 a terra, vive stati d'animo in bilico tra il senso di riconoscenza per essere stato protagonista di un "miracolo" e quello di profonda angoscia per la sorte toccata a tutti i suoi compagni di viaggio. Viswashkumar Ramesh, 39 anni, a mesi di distanza ha parlato per la prima volta ai media raccontando la storia che lo ha visto protagonista.
Era il 12 giugno quando il Boeing 787 diretto a Londra era decollato da Ahmedabad, nell’India occidentale: pochi secondi dopo il decollo, un guasto all’alimentazione dei motori lo aveva fatto precipitare e avvolgere dalle fiamme. Le immagini del relitto in fumo e di un uomo che si allontanava barcollando, ferito ma vivo, avevano fatto il giro del mondo: era lui, Viswashkumar.
Oggi, però, quel sopravvissuto che tutti considerano "l’uomo più fortunato del mondo" si definisce una persona "spezzata". "Sono vivo, ma ho perso tutto", ha detto alla BBC. "Mio fratello Ajay era a pochi posti da me. Era il mio sostegno, la mia spina dorsale". Da quando è rientrato a Leicester, nel Regno Unito, dove vive con la moglie e il figlio di quattro anni, Ramesh lotta con le conseguenze fisiche e psicologiche del trauma. Non riesce a dormire, fatica a parlare e si isola da tutti. È stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ma non ha ricevuto cure adeguate dopo il ritorno in UK. "Non voglio vedere nessuno. Penso tutto il tempo a quel giorno. Ogni notte è un incubo".

Oltre al dolore per la perdita del fratello, Ramesh affronta gravi difficoltà economiche: la piccola impresa di pesca che gestiva con Ajay in India è crollata dopo l’incidente. Air India gli ha versato un risarcimento provvisorio di 21.500 sterline, cifra che i suoi consulenti giudicano "insufficiente anche per le necessità immediate". Il leader comunitario Sanjiv Patel e il portavoce Radd Seiger, che lo assistono, denunciano il silenzio della compagnia: "Air India dovrebbe incontrare le famiglie, ascoltare, capire, e agire. Non si può lasciare un uomo in queste condizioni a cavarsela da solo dopo aver sopravvissuto a un disastro simile".
Dalla compagnia, di proprietà del gruppo Tata, è arrivata una replica: i vertici, affermano, continuano a visitare le famiglie delle vittime e hanno già offerto un incontro ai rappresentanti di Ramesh. Ma per il “miracolato” di Ahmedabad la strada verso la guarigione è ancora lunga. "Ogni giorno è una battaglia", ammette. "Mi dicono che sono fortunato, ma la mia fortuna è sopravvivere al dolore".
