Lo storico Galeotti: “Le spie russe non hanno licenza di uccidere in Europa. Per ora”
“Non cercano stragi e se quello di omicidi mirati è uno scenario possibile, ma ancora non si è varcata quella soglia”, dice a Fanpage.it lo studioso dei servizi russi Mark Galeotti. Sui presunti piani per assassinare dirigenti europei della difesa resta cauto. Lo scopo è “paralizzare l’Europa dividendola”, il rischio è un’operazione che sfugga al controllo. Per resistere, al riarmo vanno affiancate intelligence e protezione delle infrastrutture. Senza farsi trascinare dalla paura: “Keep calm and go on”.
Nelle ultime ore, la Polonia ha attribuito alle spie di Vladimir Putin l’incendio di una stazione Starlink e denunciato sabotaggi quasi quotidiani contro i Paesi che aiutano Kyiv. Per la direttrice della sicurezza norvegese, Beate Gangås, la situazione è la più grave dalla Seconda guerra mondiale.
Mark Galeotti è tra i massimi esperti di Russia, servizi segreti e criminalità organizzata. Studia i rapporti fra potere, apparati di sicurezza e reti criminali, dall’epoca sovietica alle guerre di Putin.
Incendio di una stazione Starlink in Polonia, sovversione quotidiana. E l’intelligence norvegese parla della situazione più grave dalla Seconda guerra mondiale. Sono cambiate le operazioni russe, Mark? O siamo noi più disposti a riconoscerle?
Ne parliamo di più. Ma sabotaggi e sovversione si sono intensificati. I russi osano di più.
Per il Cremlino l’Europa combatte contro Mosca. C’è anche una reazione emotiva: droni costruiti in Europa colpiscono la Russia con finanziamenti, informazioni e dati di puntamento europei. I russi vogliono farcene subire le conseguenze.
Poi c’è la motivazione politica. A Mosca pensano che il 2027 sarà l’anno della soluzione della guerra. Vogliono che gli europei desiderino la fine del conflitto. Per questo aumentano la pressione.
Vogliono costringere l’Europa a non aiutare più Kyiv.
Ritengono che siamo noi a tenere in vita la guerra. Non condivido questa lettura, ma è la loro. Finanziamo gli ucraini e incoraggiamo Zelensky a resistere. Per Putin è guerra per procura.
Che cosa rischiamo concretamente, lei in Inghilterra e noi in Italia?
Il paragone con la Seconda guerra mondiale fatto dai norvegesi mi preoccupa: non siamo in quel contesto. Penso piuttosto agli anni di piombo, alle Brigate Rosse, alla banda Baader-Meinhof, all’IRA. Abbiamo già vissuto qualcosa di simile.
Né la Russia né l’Occidente vogliono una guerra diretta. Temo però gli incidenti.
Un episodio non voluto potrebbe scatenare il peggio?
I russi calibrano la campagna. Non cercano stragi. Colpiscono obiettivi strategici: nodi Starlink, fabbriche che producono per gli ucraini, infrastrutture critiche. Ma se qualcosa va storto? Se invece del treno di munizioni colpiscono un treno passeggeri?
Si spingono vicino al limite. Un’operazione potrebbe innescare un’escalation che nessuno vuole. Non dico che andiamo verso una guerra su vasta scala. Ma il paragone da fare non è con il 1939 ma con il 1914: l’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo e le conseguenze a catena.
I servizi occidentali denunciano piani per uccidere dirigenti europei della difesa. Per i tedeschi, due erano in fase avanzata. Mosca autorizzerebbe omicidi?
È possibile, ma non credo che abbia già oltrepassato quella soglia. I servizi studiano scenari. Potrebbero aver effettuato ricognizioni per essere pronti se arrivasse l’ordine di uccidere.
Sul presunto piano contro Papperger, il capo della Rheinmetall, le informazioni restano vaghe. Nessun arresto, nome o identikit. Non sappiamo dove o come avrebbe dovuto avvenire l’attentato. Sono cauto sull’ipotesi di una licenza di uccidere.
Ma gli ucraini uccidono generali russi a Mosca: i servizi potrebbero considerare l’eliminazione di dirigenti europei un’azione analoga.
Dopo il tragico fiasco dell'attentato di Salisbury e le espulsioni di spie russe dalle ambasciate occidentali, Mosca recluta online agenti “usa e getta”. Mancano prove sulle operazioni letali perché impiega sconosciuti?
Al contrario. Siccome sono reclute poco competenti, ci si aspetterebbe che qualcuno fosse già stato individuato e arrestato.
È interessante notare che la gig economy, il lavoro a singolo incarico, è arrivata nello spionaggio e nel sabotaggio. A costi bassissimi. Aggiungo che non sempre i russi usano queste reclute una sola volta. Alcune, dopo un incarico riuscito, hanno ricevuto un addestramento e sono state impiegate di nuovo.
Abbiamo trascurato la capacità russa di adattarsi. Senza più le spie professioniste nelle sedi diplomatiche, si sono rivolti al web, alla criminalità e a persone reclutabili per compiti semplici.
Mosca sta trasformando la criminalità organizzata in un servizio di intelligence “in appalto”in Europa?
In parte l’ha già fatto. La criminalità russa in Europa facilita le attività delle bande locali. Non vende eroina all’angolo, ma può averla trafficata attraverso la Russia o dall’Afghanistan lungo la rotta meridionale. Fornisce competenze informatiche.
I servizi sfruttano i suoi contatti. Nel caso del pilota russo passato all’Ucraina e poi ucciso in Spagna, per quanto ho appreso, gli esecutori sono stati reclutati dal GRU, con contatti dell’FSB, attraverso gangster con base in Russia e collegamenti in Spagna.
La criminalità evita operazioni dirette per conto dei servizi: attirano le forze dell’ordine. I rischi sono alti. Fa soprattutto da intermediario. Se non trovi una recluta sul dark web, qualcuno a Mosca può conoscere qualcuno a Monaco o Manchester capace di procurarla.
Putin autorizza ogni operazione contro l’Europa o i servizi hanno autonomia?
Ora sono soprattutto nelle mani dei servizi. Putin è un autocrate pigro. Non entra nei dettagli, salvo quando deve assegnare qualche azienda ai suoi amici. Fissa le linee generali. Gli altri cercano di dimostrare di saper fare ciò che vuole il capo.
Ci sono limiti: per superarli devono chiedere a Putin. Ma le regole d’ingaggio sono più permissive che in passato. Unità e agenti hanno più libertà di agire.
I servizi russi spesso si sovrappongono e competono. Contro l’Europa vanno invece all’unisono?
L’obiettivo comune è paralizzarla dividendola e rendere più oneroso il sostegno all’Ucraina. Non c’è un grande maestro di scacchi che assegna ogni mossa al GRU, all’SVR, il servizio per gli Esteri, all’FSB, quello per la sicurezza interna, o ai troll della propaganda.
Non c’è coordinamento dettagliato. Ma il patriottismo conta: oggi le agenzie cooperano meglio e c’è meno competizione. È preoccupante. Potevamo contare sul fatto che i russi fossero i peggiori nemici di se stessi. Non è più così.
A volte però si sacrifica la qualità delle operazioni, diceva.
Ne tentano molte. Ripetono quelle riuscite o vi investono più risorse. È la filosofia delle startup della Silicon Valley: fallire in fretta. Provi, accetti gli insuccessi e vedi che cosa funziona.
“Change management”, lo chiamano i guru della rivoluzione digitale.
Comodo, se paghi pochi euro una persona di cui non ti importa e che magari non sa nemmeno di lavorare per la Russia.
L’unità 29155 del GRU, specializzata in operazioni violente ed eliminazioni, è confluita nel Servizio per le attività speciali del GRU, l’SSD. Perché? Cosa cambia?
Queste attività sono diventate una priorità, con più risorse. Non bastava ingrandire la 29155: volevano riunire capacità e componenti diverse. Il nuovo servizio riflette il cambiamento delle priorità e l’espansione delle operazioni.
Khorshevskoye Shosse 76b, Mosca: è l’indirizzo dell’”Acquario”, il quartier generale del GRU. Non è mica un segreto. Che cosa succederebbe se l’Ucraina lo colpisse?
Esiste uno strano accordo fra gentiluomini. Come i russi non hanno lanciato un Oreshnik contro la Bankova a Kyiv, così si tende a non attaccare i centri della leadership e le sedi dei servizi.
E quando gli ucraini tentano qualcosa, i russi rispondono con una forza sproporzionata. Sarebbe una scommessa rischiosa.
Il termine “Guerra ibrida” spiega ciò che accade o serve a non ammetterne la gravità?
Guerra ibrida, politica, operazioni nella zona grigia: spuntano di continuo nuove definizioni. Ma serve un termine che distingua queste attività dalla guerra su vasta scala. Altrimenti cancelliamo la soglia. Le parole contano.
Se il conflitto in Ucraina finisse, la campagna contro l’Europa si fermerebbe?
Non del tutto. Putin considera gli europei nemici. Crede di difendere la Russia da un’Europa ostile. La pressione calerebbe, con meno sabotaggi. Ma disinformazione e sovversione politica con ogni probabilità continuerebbero.
Ci prepariamo alla guerra sbagliata? Miliardi in armamenti per un eventuale conflitto futuro, mentre ce n’è uno in corso, e non lo si combatte con i missili e l’acciaio. L’Europa sta commettendo un errore?
Sì e no. Senza sicurezza militare convenzionale, l’Europa sarebbe vulnerabile a pressioni e minacce militari. La Russia usa le operazioni ibride proprio perché non può permettersi un’azione più diretta.
Dobbiamo rafforzare la difesa convenzionale. Ma recuperare trent’anni di investimenti scarsi costa molto: temo che finiremo per trascurare le altre forme di sicurezza. La sicurezza va considerata nel suo insieme.
Dobbiamo solo resistere o anche prendere l’iniziativa? Restituire qualche attacco informatico, per esempio.
Dovremmo essere quelli buoni, almeno in teoria. Quindi, rispettare le norme internazionali. Non abbiamo la libertà d’azione di Russia, Iran o Cina. E poi la Russia è un bersaglio difficile.
Perché?
Fa bene il controspionaggio. E i rischi sono alti. Ogni giorno ci sono arresti per spionaggio e sabotaggio. Quell’apparato di sicurezza enorme, potente e paranoico funziona. Siamo disposti a far rischiare ai nostri agenti anni di galera, o peggio?
Il timore di provocare Putin non lo incoraggia ad alzare il livello dello scontro?
Negli ultimi due anni non ho riscontrato questo timore, negli ambienti governativi. Abbiamo superato molte linee rosse: dal sequestro di navi della flotta ombra alle armi fornite agli ucraini per colpire dentro la Russia.
Che cosa dovrebbe fare l’Europa nei prossimi sei mesi?
Penso al terrorismo degli anni Settanta. Gli attacchi russi provocano disagi e interruzioni, anche seri, ma non minacciano la tenuta delle nostre società e dei sistemi politici.
Sono strumenti politici. Serve quindi una risposta politica: fermare i responsabili e dire che non permetteremo loro di plasmare i nostri sistemi. Le Brigate Rosse volevano provocare una repressione sproporzionata per favorire la mobilitazione rivoluzionaria.
Dobbiamo mantenere la calma e andare avanti. Arrestare, dissuadere, sventare le operazioni. E mostrare a Mosca che la strategia non funziona. Nei fatti non sta funzionando: questi attacchi rafforzano solo chi già nel 2022 era contrario al sostegno all’Ucraina.
Aiutano l’estrema destra europea. E più in generale i politici europei pro-Cremlino. Se non altro, forniscono loro argomenti.
Ma i russi non riescono a influenzare i risultati elettorali in modo significativo. Non possono più prestare soldi a politici come Le Pen senza uno scandalo. Non ci provano nemmeno: sanno che può essere controproducente.
Amplificano le nostre divisioni. Il problema siamo noi, prima di loro. Possono fare danni, certo. Sta a noi impedire che ci distraggano, dividano e demoralizzino.
Come sapremo se abbiamo vinto questa "guerra ibrida"?
Se avremo aiutato ancora Kyiv, vorrà dire che abbiamo resistito alle operazioni russe contro di noi. Sono molto critico nei confronti della politica europea: non ha un’idea chiara su come debba finire la guerra in Ucraina.
Ma se, al di là delle discussioni inevitabili, alcuni Paesi smettessero di fornire aiuti militari o finanziari perché sostenere l’Ucraina è diventato troppo fastidioso, significherebbe che abbiamo perso.