L’italiano Paolo Campolo soccorre feriti a Crans-Montana e denuncia: “Soccorsi carenti, mancava tutto”

"La celerità dei soccorsi non è stata adeguata e i mezzi impiegati sono stati pochi, a livello di pompieri, di sanitari, di materiale, mancava tutto", dice a Fanpage.it Paolo Campolo, cittadino svizzero di origini italiane, che ha attivamente contribuito a salvare ragazzi e delle ragazze intrappolati nel locale andato a fuoco a Crans-Montana la sera di Capodanno.
"Mio figlio di 19 anni – continua Paolo – è una recente recluta della Protezione civile svizzera e quella notte è intervenuto con me, con tanto coraggio, per prendere a mano, a braccia, i feriti. Abbiamo portato in salvo dal locale in fiamme circa una ventina di persone in tutto".
Nella macchina dei soccorsi attivata per fronteggiare il disastro qualcosa, secondo Campolo, non ha funzionato: "Sono rimasti a terra giovani feriti e bruciati, abbandonati da soli per diverse ore con temperature di -11 gradi, mentre i loro familiari venivano respinti dietro le linee senza poterli aiutare, nonostante i pianti e le urla. E questo semplicemente perché gli ufficiali presenti erano stati formati con delle procedure che non si adattavano a quelle circostanze. Erano procedure pensate per incidenti di minore entità".
A mancare, per quanto ha potuto constatare Paolo Campolo, è stato anche il principio di selezione per gravità: "Non si è organizzata una zona di selezione dei feriti, non avevamo neanche i cartoni per indicare chi era più grave".
Persino tra chi era impegnato a dare una mano non sono mancate divergenze: "Ho avuto diversi scontri con il capitano, perché non voleva darmi la bombola dell’ossigeno che aveva ferma nel suo veicolo. Io l'ho aperto io stesso, ho preso la bombola, ma poi lui me l’ha strappata dalle mani. Avevo bisogno di quella bombola perché stavo soffrendo di asfissia da intossicazione, essendo già entrato dentro il locale diverse volte".
"Inoltre con la bombola – spiega ancora Paolo – stavo per aprire una porta chiusa sul retro, visto che mettere in salvo le persone dall'ingresso principale era diventato impossibile. Volevo provare a sfondarla e dare poi ossigeno anche alle persone all'interno, ma tutto questo mi è stato negato".
Molti dei pompieri di Crans-Montana – dice Campolo, che risiede nella cittadina da vent'anni – sono volontari e mi rammarico che siano stati lasciati soli, senza appoggio. Io stesso avevo chiesto alle forze dell'ordine presenti di lanciare immediatamente il piano catastrofe, ma mi è stato risposto sistematicamente ‘Questo lo vedremo dopo'".
"Il Vallese – riflette Campolo – è un cantone che dispone di una base militare a 40 chilometri di distanza da Crans-Montana, con la presenza costante di militari, di infrastrutture, elicotteri, velivoli che avrebbero potuto intervenire con personale dedicato per tirare fuori la gente".
"C'è stato un problema – conclude – da cui dobbiamo trarre degli insegnamenti a livello federale, a livello svizzero". Intanto l'amministrazione comunale di Reggio Calabria, città d'origine dei nonni di Paolo Campolo, sta pensando di dargli la cittadinanza onoraria per lo spirito di solidarietà e il coraggio dimostrati la notte del 31 dicembre.
Ha collaborato Simone Giancristofaro