“L’Iran combatte per sopravvivere, potrebbe ricorrere al terrorismo internazionale”: l’analisi dell’esperto

"In uno scenario di sopravvivenza il terrorismo resta per l'Iran l'arma asimmetrica per eccellenza". A dirlo, in un'intervista rilasciata a Fanpage.it, Emmanuele Panero, analista militare e responsabile del desk Difesa e Sicurezza del CeSI, il Centro Studi Internazionali. A una settimana dai primi attacchi di Israele e Stati Uniti alla Repubblica Islamica le capacità belliche di Teheran appaiono seriamente compromesse: oltre ad aver perso la sua leadership politica, infatti, l'Iran ha subito un duro colpo anche nella sua capacità militare, tanto che – secondo alcuni dati operativi – i lanci di missili verso l'esterno negli ultimi giorni sono diminuiti del 90%, mentre quelli di droni sono crollati dell'83%.
Questo però non significa che Teheran si arrenderà: al contrario, secondo Panero "l'Iran passerà all'impiego di mezzi meno sofisticati ma insidiosi, come i droni navali esplosivi contro le petroliere o attacchi sporadici con droni d'attacco low-cost verso obiettivi meno difesi". Il rischio più concreto però è un altro, ed è quello che maggiormente preoccupa i servizi segreti occidentali. La Repubblica Islamica potrebbe tentare di compensare la debolezza militare sul campo fomentando azioni di carattere terroristico attraverso le proprie reti esterne.
Dottor Panero, siamo a sette giorni dai primi attacchi di Israele e Stati Uniti all'Iran. Partiamo subito con un bilancio: cosa abbiamo visto in questa prima settimana di guerra e cosa ha capito un analista come lei osservando i movimenti sul campo?
Quello a cui abbiamo assistito è la condotta di due operazioni militari massicce, coordinate e perfettamente sincronizzate, ma con obiettivi geografici e strategici distinti. Da un lato abbiamo il fronte settentrionale, dove l’operazione Roaring Lion viene condotta dalle Israel Defense Forces (IDF). La componente aerea di Tel Aviv si è concentrata fin dai primissimi istanti sulla disarticolazione dei vertici istituzionali della Repubblica Islamica. Il focus dei bombardamenti su Teheran non è casuale: si tratta di una riproposizione, potenziata da tutto il ritorno di esperienza dell’operazione Rising Lion (la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno), mirata a colpire l'apparato di comando iraniano.
L’integrazione tra un’intelligence affinatissima e una capacità di bombardamento chirurgico ha permesso quello che molti ritenevano impossibile: la neutralizzazione della Guida Suprema, l'Ayatollah Khamenei, e di gran parte della leadership politica e militare nei primissimi istanti dell’attacco. Contemporaneamente, Israele sta conducendo una campagna di soppressione delle difese aeree iraniane per dominare i cieli e distruggere i lanciatori di missili prima che possano colpire, permettendo ai velivoli con la stella di David di penetrare sempre più a fondo nello spazio aereo iraniano.

Mentre Israele colpisce a Nord, gli Stati Uniti si stanno occupando del Sud. Che tipo di operazione sta conducendo Washington?
Esattamente. Parallelamente a Israele, gli Stati Uniti stanno portando avanti l'operazione Epic Fury, molto più massiva in termini di numeri e volumi di fuoco. È un'operazione multidominio gestita dal Comando Centrale (CENTCOM) che vede coinvolte U.S. Navy, U.S. Air Force e persino lo U.S. Army con il lancio di missili balistici a corto raggio. Il loro obiettivo è il cosiddetto fronte meridionale: partendo dal Golfo Persico, gli americani stanno martellando l'area sud-occidentale dell'Iran.
Oltre alla distruzione delle difese aeree, necessaria per passare all'uso di munizionamento a caduta libera (molto meno costoso dei missili a lungo raggio), gli USA stanno colpendo sistematicamente l'intera catena logistica e industriale. Non colpiscono solo il missile sulla rampa, ma risalgono la filiera: colpiscono le industrie dei precursori chimici, le fabbriche di componentistica elettronica e i depositi. È un attacco frontale al complesso militare-industriale della Repubblica Islamica, con un'attenzione particolare alla componente navale per azzerare ogni capacità di minaccia nel Golfo.
La reazione di Teheran naturalmente non è mancata. Come si sta configurando la rappresaglia iraniana in questi giorni?
La rappresaglia era prevedibile e, anche in questo caso, abbiamo visto come Teheran abbia fatto tesoro degli errori di giugno. L'Iran ha avviato operazioni di risposta molto più disperse e diffuse. Per loro questa è, a tutti gli effetti, una guerra di sopravvivenza. La strategia iraniana attuale punta a colpire non solo Israele, ma soprattutto gli obiettivi militari statunitensi nella regione per alzare il costo del conflitto.
C’è poi un secondo livello: il tentativo di generare una leva politica internazionale. Attraverso la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture critiche dei paesi arabi vicini, Teheran spera di provocare uno shock economico-finanziario globale che spinga la comunità internazionale a imporre un cessate il fuoco. È una mossa disperata per costringere i Paesi arabi a fare pressione su Washington.
Veniamo a una domanda che preoccupa molti italiani: esiste un rischio reale per il territorio nazionale? L’Iran può colpire l’Europa o l’Italia?
Bisogna essere molto chiari su questo punto per evitare allarmismi ingiustificati. Analizzando la questione sotto tre profili – tecnico, operativo e logistico – la risposta è che una minaccia diretta al territorio nazionale è quantomeno avventata.
Tecnicamente, l'arsenale iraniano non è stato concepito per colpire l'Europa; i vettori a più lungo raggio arrivano a circa 2.000-2.500 chilometri. Ma attenzione: i missili non vengono lanciati dal confine, bensì dall’entroterra orientale, dove l’Iran cerca di proteggerli dai bombardamenti. Questo riduce ulteriormente la portata effettiva verso occidente. Operativamente, inoltre, esiste oggi una rete di difesa aerea multinazionale (israeliana, statunitense e dei Paesi arabi regionali) che rende estremamente difficile per un missile iraniano anche solo avvicinarsi al continente. Infine, logisticamente, gli arsenali di vettori pregiati sono stati drasticamente erosi dagli scontri degli ultimi anni e dalle distruzioni sistematiche operate in questi giorni da Roaring Lion ed Epic Fury.
A proposito di arsenali, si possono fare dei numeri? Quanti missili sono rimasti all'Iran dopo una settimana di bombardamenti subiti?
Dare cifre esatte sarebbe scientificamente scorretto in questo momento. Dobbiamo considerare che il CENTCOM americano impiega giorni per completare il Bomb Damage Assessment, ovvero la valutazione reale dei danni causati dai propri attacchi. Tuttavia, i dati operativi ci dicono qualcosa di molto significativo: da sabato scorso a oggi, i lanci di missili dall'Iran verso l'esterno sono diminuiti del 90%, mentre i lanci di droni sono crollati dell'83%. Questo indica che la capacità di fuoco iraniana è stata pesantemente degradata, non solo per la distruzione dei vettori, ma per la rottura delle catene di comando e controllo.
Se la capacità missilistica sta crollando, che tipo di guerra dobbiamo aspettarci dall'Iran nelle prossime settimane? Adotteranno una nuova strategia di sopravvivenza?
Assolutamente sì. Man mano che i vettori pregiati e precisi scarseggiano, vedremo un'involuzione delle capacità militari. L'Iran passerà all'impiego di mezzi meno sofisticati ma insidiosi, come i droni navali esplosivi contro le petroliere o attacchi sporadici con droni d'attacco low-cost verso obiettivi meno difesi. Se all'inizio puntavano alle basi USA e alle città israeliane, ora l'obiettivo si sposta verso target civili, industriali e marittimi.
Il rischio più concreto, ed è quello per cui l'intelligence internazionale è in massima allerta, è che la Repubblica Islamica possa tentare di compensare la debolezza militare sul campo fomentando azioni di carattere terroristico attraverso le proprie reti esterne. Anche se i proxy (come Hezbollah o le milizie in Iraq) sono stati indeboliti, il terrorismo resta l'arma asimmetrica per eccellenza in uno scenario di sopravvivenza.
Un'ultima questione: la geopolitica dei sostegni. Russia e Cina stanno facendo qualcosa per aiutare Teheran o l'Iran è rimasto solo sotto le bombe?
Allo stato attuale, non osserviamo forniture militari di alcun tipo da parte di Mosca o Pechino. Il livello di distruzione che l'Iran sta subendo è talmente profondo e rapido che né la Russia né la Cina sembrano intenzionate ad assumersi il rischio politico e militare di intervenire. Supportare un Paese che in questo momento è quasi esclusivamente "sul lato del ricevente" di una potenza di fuoco così devastante non è strategicamente conveniente. Non ci sono indicatori che suggeriscano una volontà di Mosca o Pechino di schierarsi attivamente nella difesa di una causa che appare, militarmente parlando, sempre più compromessa.