La guerra per procura di Stati Uniti e Israele con i curdi iraniani può frammentare l’Iran

Nonostante il vuoto di potere determinato dall’uccisione dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, gli iraniani non sono scesi in piazza in massa contro il regime degli ayatollah, come molti auspicavano. E così se l’invio di truppe di terra statunitensi è un’eventualità che Trump non ha escluso, la guerra non si vince solo dal cielo. In altre parole, come è accaduto in Siria, Usa e Israele potrebbero armare e attivare attori per procura per frammentare l’Iran e renderlo uno stato fallito, anziché inviare soldati sul campo.
Cosa potrebbero fare i curdi iraniani contro Usa e Israele
In questo senso la minoranza curda che vive nelle province di Kermanshah e Sanandaj in Iran sarebbe la prima nella lista. Sul modello della Coalizione internazionale contro lo Stato islamico (Isis), guidata dagli Stati Uniti, nel Rojava in Siria, i curdi del Rojhelat potrebbero imbracciare le armi di Usa e Israele per combattere contro Teheran.
Per il momento è stata solo annunciata una coalizione che riunisce i cinque principali partiti curdi iraniani: il partito per la libertà in Kurdistan (Pak), il partito per il Kurdistan libero (Pjak), il Partito democratico del Kurdistan in Iran (Pdk-I), l’organizzazione Xebat e una componente dell’organizzazione comunista Komala.
I principi condivisi tra i cinque gruppi sono: l’autodeterminazione curda, i diritti politici e civili per la minoranza curda e un Iran democratico, secolare e federale. In altre parole, si tratta di linee guida molto simili all’autonomia democratica, teorizzata dal leader del partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abdullah Öcalan, in prigione in Turchia, e applicate dal partito democratico Unito (Pyd) in Rojava.
La storia dei curdi iraniani, vittime della rivoluzione del 1979
I curdi iraniani rappresentano il 10% della popolazione. I curdi sono stati tra i protagonisti della Rivoluzione del 1979. Nonostante ciò, Khomeini ha presto messo fuori legge il Partito democratico del Kurdistan iraniano (Kdp-I), sostenuto dall’Internazionale socialista, mentre i due leader del movimento Qasemlu e Sharafkandi sono stati uccisi. Non solo, migliaia di curdi vennero uccisi dopo processi sommari e con l’accusa di essere comunisti o dissidenti.
Khomeini non amava definire i curdi una minoranza. “Talvolta il termine minoranze è usato nei confronti di curdi, turchi, baluchi, ecc. Queste non sono minoranze perché ciò definirebbe una distinzione tra fratelli. Questi problemi sono stati creati da chi non vuole che i musulmani siano uniti”, spiegava l’ayatollah pochi giorni dopo il suo rientro a Teheran nel 1979.
Kurdistan militarizzato
Nelle città curde iraniane non si contano i poster che ritraggono i martiri della guerra Iran-Iraq (1981-1988). Molte famiglie curde continuano a vivere grazie ai sussidi e alle esenzioni che spettano a chi ha perso un parente nella lunga guerra che ha insanguinato questa terra.
Tra Sanandaj e Kermanshah la presenza dei militari è costantemente massiccia. È il segno di una militarizzazione che va avanti dai tempi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Mentre uomini con una barba ben curata si incamminano quotidianamente in vecchie vetture bianche per i viali dell’Università di Kermanshah e nel centro urbano.
Sono affiliati ai gruppi paramilitari basiji, o meglio definiti dai giovani curdi “trouble makers” perché capaci di creare disagi a una semplice coppia di ragazzi che cammina per strada. Sono proprio loro che durante le ondate di proteste del movimento “Donna, vita, libertà” si sono resi responsabili di violenze che hanno portato all’uccisione e al ferimento di decine di manifestanti.
A Kermanshah, tradizioni curde e influenza persiana
Eppure, dopo 47 anni dalla rivoluzione, nella provincia di Kermanshah per esempio resta poco dell’antica identità curda. I suoi abitanti sono imbevuti ormai di nazionalismo persiano. Questo è facilitato anche dai magnifici siti di epoca sasanide di Bisetoun e Taghboustan che circondano la città. Non solo, in centro, tra vicoli strettissimi e case di fango, spiccano le abitazioni di epoca Qajar, Takieh Biglar Baigi e Moaven, insieme all’immenso e antico bazaar.
Del passato curdo resta la lingua, che si continua a parlare nonostante in scuole e edifici pubblici si possa usare solo il farsi. E la musica: sono curde le danze dei matrimoni e le canzoni che si ascoltano per strada. Dai cantanti Nasser Razazi e Hassan Zikak, Adnan Pavei e Leyla Farighi, il ritmo che unisce canti popolari di tradizione orale e musica pop contemporanea spopola in queste terre.
Le radici delle tradizioni curde
Restano ancora radici curde come i riferimenti ai vestiti tradizionali. Agha (antico nome per definire i latifondisti) è ora l’epiteto che si usa per chiamare chiunque indossi larghi pantaloni detti chokorané, che cambiano poi nella cintura (shaal) e nel copricapo (jamana) in riferimento alla tribù di appartenenza.
Dai jaf agli shakak, dai sorani ai faily ogni parte del Kurdistan iraniano ha una sua lingua e sue usanze distinte che specularmente si ritrovano nelle città curde di Erbil, Haulagba, Suleimanya e Kanakin in Iraq. Anche i religiosi (mullah) curdi iraniani hanno un loro abbigliamento ben distinto, molto più laico dei loro omologhi persiani. Mentre le donne adulte sono avvolte in veli a fiori colorati. Come è stato chiaro nelle mobilitazioni degli ultimi anni, le donne sono centrali per la tradizione curda tanto che spesso nelle province curde iraniane si ammirano statue di antiche eroine che hanno salvato le città curde dagli invasori o erano proprietarie di estese piantagioni.
A Sanandaj, tra Barzani e Ӧcalan
Se a Kermanshah chi sostiene l’indipendentismo curdo è considerato spesso un terrorista, a Sanandaj il clima è ben diverso. Nel 2003, negli anni di presidenza riformista di Mohammed Khatami, è stata aperta qui la Casa dei curdi, dove si ammirano gli antichi costumi e i ritrovati della medicina tradizionale di questo popolo in un antico palazzo Qajar. Si ammirano qui i busti dei notabili curdi da Reza Talebani al poeta Karkuk fino al calligrafo Kalhoar. Questo progetto ha rappresentato per molti versi un piccolo tentativo di normalizzare la presenza curda nella società persiana, dopo la repressione dei movimenti indipendentisti.
Non solo, sono molti i giornali locali in curdo pubblicati a Sanadaj da Sirwan a Abidar, da Kushk al magazine letterario Serva. I leader curdi godono di grande popolarità per le strade di Sanandaj. Un giovane sostenitore del Kdp-I non guarda all’Iraq. “I tecnocrati al potere in Iran sono una casta corrotta e lo stesso posso dire di Barzani. Per questo l’unico leader curdo di riferimento è per me Abdullah Ӧcalan”, ci ha spiegato Kiwan, un attivista curdo. Qui sono numerosissimi i sostenitori del movimento curdo turco confluiti nel partito per il Kurdistan libero (Pjak). Secondo loro, l’opposizione curda al regime iraniano è duplice, anti-religiosa, per questo la maggior parte di questi movimenti ha aspirazioni socialiste, ma negli ultimi anni anche anti-sciita e anti-sistema, cioè in contrasto con l’ideologia khomeinista imposta dopo la rivoluzione.
Dopo lo scoppio della guerra in Iraq (2003), numerosi sono stati gli attacchi dei pasdaran a organizzazioni paramilitari curde da queste parti. Pezhak, un gruppo separatista curdo, si è costantemente scontrato con le forze di polizia iraniane nella provincia di Urumieh per esempio. Simili scontri sono frequenti tra soldati iraniani e ribelli curdi del gruppo Kongra-Gel.
L’Iran in questo momento sta combattendo contro la frammentazione dello stato. Se i curdi iraniani, già ampiamente infiltrati e armati dall’Intelligence israeliana, dovessero avviare una loro iniziativa per procura che portasse a maggiore autonomia delle province curde, sul modello siriano, nonostante le differenti radici delle due comunità, altre rivendicazioni in questo senso potrebbero emergere. Per esempio gli arabi in Khuzestan e le minoranze nel Sistan e Baluchistan potrebbero avanzare richieste simili. E così la Turchia prima di tutti, verso cui ieri è stato lanciato un missile dall’Iran intercettato dalla Nato, potrebbe avvantaggiarsi non poco del vuoto di potere nelle province curde iraniane, così come ha fatto nel Nord della Siria. In altre parole, un Iran che diventasse uno stato fragile e fallito, frammentato e colonizzato farebbe soprattutto gli interessi di Israele che non ha mai tollerato un Iran grande, prospero e solido così vicino ai suoi confini.