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Israeliano muore in un incidente in Cisgiordania, furia dei coloni sui palestinesi: “Sono venuti per uccidere”

Dopo la morte di un ragazzo israeliano in un incidente stradale in Cisgiordania, si è scatenata la furia dei coloni sul villaggio palestinese di Deir Al-Hatab. Il racconto dei testimoni a Fanpage.it: “Volevano uccidere bambini, donne, intere famiglie”.
A cura di Fabio Schembri
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Copia del corano incendiata dai coloni nel raid a Deir Al–Hatab
Copia del corano incendiata dai coloni nel raid a Deir Al–Hatab

A seguito di un incidente automobilistico avvenuto sabato 21 marzo 2026, la polizia israeliana ha aperto un'indagine sullo scontro tra un quad, condotto da Yehuda Sherman, adolescente israeliano di 18 anni, e un'auto palestinese. Il giorno dopo centinaia di coloni e il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich (per cui Francesca Albanese ha chiesto l'arresto nel suo ultimo rapporto proprio per le torture inflitte ai palestinesi), hanno partecipato al funerale del ragazzo, presso l’insediamento illegale di Elon Moreh, che confina con il villaggio palestinese di Deir Al-Hatab, dove è avvenuto il raid.

Burhan Omar ha perso tutto. Mostra i resti della sua casa, in mano regge una copia del Sacro Corano sgualcita e bruciata, mentre ci racconta quei momenti. "Sono arrivati al tramonto. Ho intuito subito l'entità della minaccia, ho raccolto i miei figli e siamo scappati sul tetto. Hanno dato fuoco alla casa. Dall'ultimo piano ci spostavamo da un angolo all’altro per sfuggire al fumo, hanno continuato a colpirci con una fitta sassaiola". Il terrazzo in cima all’abitazione è cosparso di grosse pietre, i pannelli solari sono in frantumi e le pareti ricoperte di fuliggine. In casa c’erano due dei suoi figli con un amico, tutti bambini piccoli. L’attacco alla loro abitazione è durato più di mezz’ora.

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"L’esercito israeliano si è reso complice di questo crimine. Hanno impedito ai nostri concittadini di aiutarci, hanno bloccato le ambulanze e i camion dei pompieri, assicurandosi che al loro arrivo non ci fosse più nulla da fare. Quello che è successo ieri non riguarda solo aver bruciato delle case. Volevano uccidere bambini, donne, intere famiglie", continua Burhan Omar. Mentre siamo sul tetto e prosegue il suo racconto, coglie l’occasione per inviare un messaggio agli israeliani: "Noi palestinesi siamo un popolo risoluto e resistente. Siamo disposti al confronto, ma anche ad affrontare ogni sfida. Siamo milioni e non ci faremo intimidire dal vostro terrore, amiamo la vita e amiamo la pace. Voi siete criminali assassini".

"È un miracolo che non sia morto nessuno, era la prima volta che veniamo attaccati, non era mai successo, ma sono venuti per uccidere". Nidal Zamil, 61 anni, ex professore di inglese in pensione e membro del consiglio comunale, commenta l’attacco avvenuto domenica sera nel villaggio di Deir Al-Hatab, a pochi chilometri da Nablus. "È stata un'azione coordinata, hanno pianificato dove e come colpire".

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L’episodio non è un evento isolato. La spirale di violenza che colpisce la Cisgiordania è un fenomeno in continuo peggioramento da molto prima del 7 ottobre 2023. Nessuno sembra in grado di contenere la brutalità dei coloni mentre possono agire forti di una sempre maggiore impunità. I testimoni parlano di svariate centinaia di individui a volto coperto, divisi in tre o quattro gruppi, che armati di Molotov, pietre e mannaie hanno assaltato il villaggio. Nidal Zamil prosegue raccontando la situazione nel suo paese.

"Ai coloni è concesso tutto e a noi lasciano un giorno all'anno per raccogliere le olive dei nostri alberi". Siamo sul tetto di una delle abitazioni distrutte. "Questa casa è in area B, gli ulivi che vedete qui di fronte sono area C, e noi li non possiamo nemmeno passarci, perché è area militare". Il terreno che ci sta indicando inizia da sotto le finestre di casa sua, confini immaginati appositamente per impedire ad intere comunità di guadagnarsi da vivere.

"L’insediamento illegale di Elon Moreh è stato fondato nel 1981. Le bandiere che vedete lì accanto invece fanno parte di un avamposto militare. Ci sono altri tre insediamenti nelle colline qui attorno. Il più recente ha appena due anni e da qualche notte li sentiamo lavorare in una nuova zona, dove hanno appena iniziato a spianare la prima strada. Lavarono col favore del buio perché quello che stanno facendo è illegale, l’esercito invece di fermarli, impedisce a noi di raggiungere quelle zone per documentare quello che stanno facendo".

"Nel pomeriggio un drone ha sorvolato la zona, stavano preparando l'attacco. Hanno tentato di fare irruzione dalle due porte sul retro, conoscono il perimetro della mia abitazione meglio di me", dichiara Yasser Mustafa, 57 anni, mentre ci mostra i mobili carbonizzati del salotto. "Siamo riusciti a domare l’incendio in tempo, hanno sfondato le finestre lanciando pietre e tentato di bruciare la casa con dentro la mia famiglia".

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Il nipote, Omar Abd Allah, è appoggiato sul cancello di casa, sul muro accanto hanno dipinto una Stella di David e la scritta "vendetta", in ebraico. Contempla i resti della sua auto carbonizzata. "Ero passato per salutare la famiglia di mio zio. Era l'ultimo giorno di Eid Al-Fitr, è tradizione". Fa riferimento alla festa sacra del calendario islamico, che inizia subito dopo la fine del Ramadan e dura tre giorni.

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Il raid è iniziato verso le 18.00 di domenica 22 marzo ed è proseguito per ore. Due case sono state completamente distrutte dalle fiamme, altre due hanno subito ingenti danni, svariate le auto carbonizzate e almeno nove le persone ferite. Un uomo di 45 anni ha riportato una ferita d’arma da fuoco al piede e una donna è stata intossicata dal fumo dei roghi.

Anche Samer Omar non ha più una casa; la sua famiglia ha già fatto le valigie, riempendole con le poche cose che si sono salvate dal fuoco. Lui resterà invece, fa il muratore, oggi piange la sua casa ma domani inizia a ricostruirla. "Non me ne andrò mai di qui". Dichiara, mentre ci mostra la stanza da dove è partito il rogo. "Mia figlia stava studiando su questo tavolo, è stata lei la prima a gridare aiuto. Ho recuperato mia moglie e le due altre mie figlie e siamo scappati sul tetto, era l’unico posto dove rifugiarsi, perché le strade erano invase dai coloni".

Attacchi di questo tipo sono avvenuti anche la notte prima, sabato 21 marzo 2026, in almeno sei altre comunità che si estendono da Jenin a Masafer Yatta, da nord a sud della Cisgiordania. Tutti i raid di sabato notte hanno avuto luogo dopo la diffusione della notizia della morte del giovane colono, che viveva nell’insediamento illegale di Shuva Yisrael Farms, fondato nel 2025 da una piccola comunità di estremisti. Diversi post, diffusi sui social media, erano intesi a organizzare una risposta coordinata e violenta.

Nonostante le cause dell’incidente non siano ancora state accertate dalla polizia israeliana, la testimonianza del fratello della vittima, che viaggiava con lui al momento dell’impatto, è bastata a fare di lui un eroe della causa sionista. Quello che potrebbe essere un incidente è stato subito etichettato come un atto terroristico per voce del padre del ragazzo, attivista di lunga data del partito di Smotrich, che professa un sionismo radicale. L’uomo ha poi incitato alla costruzione di nuovi insediamenti, illegali in Cisgiordania secondo la legge internazionale, da intitolare al figlio.

La famiglia ha chiesto al governo di Benjamin Netanyahu di abolire gli Accordi di Oslo a seguito di ciò che viene già considerato da molti un omicidio intenzionale. Secondo fonti delle Nazioni Unite e gruppi di monitoraggio sia israeliani che palestinesi quali B'Tselem e l’agenzia d'informazione Wafa, i palestinesi uccisi in Cisgiordania da parte dei coloni o dell’esercito sono 25 dall’inizio dell'anno.

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