“Israele vuole annettere anche Gerusalemme”: cosa sta succedendo alla moschea Al-Aqsa, sacra all’Islam

La giornata che ha decretato l'inizio del Ramadan – il mese di digiuno per i musulmani – è stata segnata ieri da nuovi abusi da parte di Israele: le autorità dello stato ebraico hanno pesantemente interdetto l'accesso dei fedeli palestinesi al complesso della moschea di Al-Aqsa – nella Gerusalemme Est occupata – per le preghiere del venerdì. Migliaia di persone sono rimaste in coda per ore al checkpoint di Qalandiya, vicino a Ramallah, nella speranza per lo più vana di riuscire a entrare in uno dei luoghi più sacri dell'Islam.
Dietro queste severe restrizioni non si nascondono presunte ragioni di sicurezza bensì gli ennesimi cinici calcoli delle autorità israeliane. I coloni dell'ultradestra ebraica hanno infatti fatto serenamente il loro ingresso nel complesso sacro ai musulmani scortati da centinaia di agenti di polizia, tra canti e preghiere vietate per decenni: una mossa, anzi una provocazione, che dimostra come il governo di Tel Aviv sembri aver scelto la Spianata delle Moschee come il terreno principale sul quale costruire la propria sopravvivenza elettorale. Lo status quo che risaliva al 1967, e che garantiva una parvenza di stabilità all'area, è collassato sotto la spinta di un'ultra destra israeliana che punta, senza più farne mistero, all'annessione definitiva di Gerusalemme Est e del resto della Palestina.

C'è però un elemento da non sottovalutare: storicamente, i cambiamenti nello status quo della della moschea di Al-Aqsa hanno avuto il potenziale di scatenare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il Medio Oriente. Fanpage.it ne ha parlato con Giuseppe Dentice, analista dell'OSMED presso l'Istituto di Studi Politici "San Pio V".
Dottor Dentice, in queste ore le cronache da Gerusalemme descrivono un clima pesantissimo: la polizia israeliana che irrompe nella moschea di Al-Aqsa proprio all'inizio del Ramadan, arresti indiscriminati, dure restrizioni per i fedeli musulmani e, di contro, un numero crescente di attivisti ebrei che entrano nel complesso per pregare apertamente. È un incidente di percorso o siamo di fronte a qualcosa di più strutturale?
Quello che sta accadendo non è un caso e non è una novità improvvisa. Siamo di fronte a un’accelerazione brutale di dinamiche che osserviamo da anni, ma che oggi hanno un motore potentissimo: la sopravvivenza politica del governo Netanyahu. Con la prospettiva di elezioni anticipate in primavera, l’esecutivo sta usando Gerusalemme e la Cisgiordania come un immenso palcoscenico elettorale proprio mentre c’è un calo dei sondaggi in favore di Netanyahu, puntano sui temi che infiammano la base più radicalizzata e polarizzata della società israeliana. Gli episodi di Al-Aqsa – irruzioni durante il Ramadan, arresti di imam, restrizioni senza precedenti – sono la prova che lo "status quo" che reggeva dal 1967 sta collassando. Non è solo gestione dell'ordine pubblico, è una scelta politica: trasformare un luogo di preghiera in un simbolo di sovranità esclusiva per fare populismo identitario. Si colpisce Gerusalemme Est perché è lì che si vince o si perde la battaglia del consenso nella destra israeliana.
Ci spiega perché quel luogo è così importante? Cosa rappresenta Al-Aqsa oggi, oltre l'aspetto religioso?
Al-Aqsa e il complesso di Al-Haram al-Sharif sono il cuore identitario e ideologico di ciò che resta della questione palestinese. Colpire Al-Aqsa significa mobilitare i "passionari" da entrambe le parti, ma significa anche dare un indirizzo strategico chiaro. Quello che l’attuale esecutivo sta facendo da quattro anni è agire legalmente per scardinare lo status riconosciuto dagli accordi di Oslo. La gestione ordinaria è affidata alla Giordania, che monitora gli accessi. Ma Israele sta spingendo su una narrazione secondo cui sarebbe "discriminata" perché non permette ai suoi fedeli di pregare sul Monte del Tempio. Non è vero: esiste da tempo una gestione condivisa, ma l'obiettivo dell'esecutivo è usare questo escamotage per assumere la titolarità dell'intero complesso e, di fatto, cacciare i musulmani e gli arabo-palestinesi dall'area. È un processo che coinvolge anche i cristiani, e infatti il Vaticano è molto netto nel condannare queste derive. Ricordiamoci che le tensioni su Gaza riguardano anche e soprattutto questo punto.
Eppure, e non da oggi, vediamo immagini di centinaia di attivisti ebrei che entrano nel complesso cantando e pregando, scortati dalla polizia. È questo il "nuovo corso"?
È la dimostrazione che lo status quo è collassato. La polizia, che oggi risponde a figure come Itamar Ben-Gvir, non solo non impedisce le provocazioni ma le scorta. Ben-Gvir stesso ha dichiarato di voler alzare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga. Per farlo si attivano personalità e associazioni pro-sioniste radicali; pensa che persino la moglie del ministro è a capo di un’organizzazione che si batte per la "conquista" di Al-Aqsa. Tutto questo si intreccia con la propaganda bellica, la tensione con l'Iran e il "Piano Colonizzazione 2030" annunciato dal Ministro delle Finanze Smotrich. Questo piano prevede lo smantellamento dell'architettura diplomatica di Oslo e l'annessione definitiva. Israele sta facendo di tutto per ribaltare la realtà: mostrare i palestinesi come aggressori quando, invece, sono gli aizzatori israeliani a colpire per primi per far evolvere la situazione a proprio vantaggio.
In molti descrivono Al-Aqsa come un "detonatore". Questo cambio di status può incendiare l'intera regione?
Sì, perché cambiare lo status significa demolire l'impianto identitario su cui si innesta la stessa questione israelo-palestinese. Significa cancellare 80 anni di storia e definire che Gerusalemme Est e la Cisgiordania – o Samaria e Giudea, come le chiama il governo di Tel Aviv – sono solo territorio israeliano. È un detonatore enorme. Il rischio è un problema di ordine pubblico e sicurezza diffusa che va oltre l'aspetto politico. Finché Israele ha a che fare con l’ANP sa di avere vita facile, ma il vero pericolo sono le insurrezioni spontanee, la resistenza di chi decide di difendere le proprie case e i propri simboli dai rastrellamenti. Gli ingredienti per una rivolta ci sono tutti. Il fatto di aver scelto l'inizio del Ramadan per queste retate e imboscate è un fattore assolutamente disgregante.
Sta parlando di una possibile nuova Intifada?
Gli elementi di pericolosità sono chiari. Più che un'Intifada strutturata, che richiederebbe un'organizzazione e una guida politica che oggi latitano, vedo il rischio di un'insurrezione violenta e diffusa. Puntare sulla divisione religiosa proprio in questo mese sacro è una scelta che ha impatti devastanti sulla tenuta sociale.
Ultima domanda: quali sono le ricadute sugli altri attori mediorientali?
Le ripercussioni più gravi sono sulla Giordania. Siamo nella fase più bassa delle relazioni diplomatiche dal 1994, dall'accordo di pace. Amman non può restare indifferente di fronte a quello che percepisce come un attacco diretto alla sua funzione di custode dei luoghi sacri. C’è poi l’asse egiziano-giordano che, pur con motivazioni diverse, è alleato nel tentare di frenare questa iniziativa israeliana. I paesi del Golfo, invece, restano ambigui: tante chiacchiere, ma pochi atti concreti, come abbiamo visto anche rispetto al massacro di Gaza. Gli unici a mostrare una vera insofferenza, anche per opportunità politica, sono Turchia e Qatar. Si muovono su una lunghezza d'onda simile a quella che ha portato alla contrapposizione frontale su Gaza. Il punto nodale resta Gerusalemme: se salta l'equilibrio della Moschea, salta l'intera architettura diplomatica dell'area.