Nablus, Palestina. Il coronavirus è arrivato anche qui. Non si sa se abbia attraversato uno dei checkpoint israeliani o sia arrivato dalla Giordania, ma di colpo si è portato via la gente dalle strade, provocando la chiusura delle botteghe e degli uffici e costringendo le persone in casa. Già, ma quali case? In città gli appartamenti puoi chiamarli così, in altri angoli di questo territorio frammentato dagli accordi di Oslo, le case sono spesso piccole e ospitano più persone di quante possiamo immaginarne. La famiglia media palestinese è composta da sei persone. A New Askar Camp, un campo privo di supporto dell’Agenzia dei Rifugiati (UNHCR), ci sono 7.000 abitanti in meno di un chilometro quadrato, fra strade ora deserte e un’economia fatta di lavori giornalieri che sono venuti a mancare. Quelle che ci vivono sono persone orgogliose: se arrivano a mandare messaggi in Europa la situazione deve essere pesante. «La prima volta che ne sentimmo parlare – racconta Naser – fu quando i notiziari locali e internazionali iniziarono a parlare di questa malattia che si diffondeva in Cina. Inizialmente, non ci fu grande interesse, tutti pensavano che fosse solo un'influenza e il problema si sarebbe risolto in pochi giorni. Invece il Presidente e il governo palestinese hanno preso spunto da quanto è accaduto in Europa e hanno emesso un’ordinanza per imporre l'emergenza. Hanno chiuso tutte le università, le scuole e i luoghi turistici e ricreativi e hanno cominciato a organizzare una rete di lezioni online. In un primo momento era stata limitata la circolazione tra le città, poi a partire dal 21 marzo è stato deciso di fermare anche il movimento interno, imponendo la quarantena a tutti i residenti per un periodo di 14 giorni».

Naser ha cinquant’anni e si guadagna da vivere facendo la guida turistica, ma ciò che rende nobile il suo impegno è la Odeh Association, in cui insegnanti e volontari integrano il lavoro delle scuole ufficiali e si dedicano ai bimbi disabili. «Questa malattia è un pericolo per tutti gli abitanti della Terra – dice – le persone pensano solo a quando l’incubo finirà e la vita tornerà alla normalità. Preghiamo tutti insieme dalla Terra Santa. Musulmani, cristiani, ebrei e samaritani. Un solo cuore che pulsa affinché gli ammalati siano assistiti e tutti imparino a convivere con la grande tristezza per i propri morti. Preghiamo che il nostro mondo in futuro sia sano, non frammentato dalla politica. L’esperienza dei questa regione dovrebbe insegnarci l’importanza dell'umanità e delle relazioni sociali, senza muri a dividerci. Ma sarà davvero così?».

Una delle piazze di Nablus deserte dopo i primi casi di coronavirus
in foto: Una delle piazze di Nablus deserte dopo i primi casi di coronavirus

Israele infatti i muri li ha rafforzati, chiudendo i varchi e i confini verso il resto del mondo. E qui adesso la gente priva di lavoro non ha le risorse per comprare da mangiare. In questo quadro così difficile di cui nessuno parla, dalle strade polverose e svuotate si percepisce il respiro affannoso di un popolo avvezzo alla sofferenza, ma ora in difficoltà. Le misure del governo hanno impedito la circolazione dell’epidemia, i casi sono davvero pochi, ma la quarantena ha portato alla paralisi. «Il governo israeliano – dice – ha preso una serie di decisioni tardive in merito a questa malattia e solo a metà marzo ha preso misure preventive, chiudendo le barriere per impedire ai lavoratori di entrare e limitando così i movimenti tra le città palestinesi. L'occupazione non presta molta attenzione al problema sanitario del popolo palestinese e non ci ha fornito assistenza, in particolare nella Striscia di Gaza assediata, ma anche al popolo di Gerusalemme e ai prigionieri».

Anche questa volta, ammette, dovranno cavarsela da soli, in questa Terra Santa che ricorda sempre di più le diseguaglianze e l’oppressione da cui duemila anni fa nacque la profezia cristiana. L’occupante più forte è in procinto di annettere anche la Valle del Giordano e il popolo palestinese viene considerato sempre più alla stregua di un fastidio da tenere in debita considerazione per i soli aspetti legati alla sicurezza. «Dipendiamo prima di tutto da Dio – dice – e dalle misure prese dal nostro governo. Il periodo di quarantena è un passaggio necessario a beneficio dei cittadini, quindi tutti qui la rispettano. Il sistema di solidarietà sociale che abbiamo adottato e la capacità di aiutarci imparata negli ultimi anni sotto l'occupazione israeliana ci stanno aiutando, venendo in supporto alle fasce più povere. E tanto stanno facendo anche le associazioni di volontari che lavorano per fornire ciò di cui i poveri hanno bisogno di aiuto per superare questi problemi. Nessuno qui va a dormire senza aver mangiato o senza un posto dove pernottare. Viviamo in una grande famiglia, mentre le Nazioni Unite durante questa crisi non hanno fornito ai rifugiati alcun servizio fra quelli menzionati attraverso i loro centri sanitari o sociali».

L'esercito e la polizia israeliani controllano tutti gli ingressi alle città palestinesi e alle principali strade della Palestina e impediscono il movimento tra le città. Solo le ambulanze e le macchine di sicurezza sono autorizzate a muoversi. Il numero dei contagi al 23 marzo non superava quota 70, con 16 ricoverati già rimandati a casa e circa 15 palestinesi rientrati dall’estero, tenuti in quarantena per il tempo necessario. «Ce la stiamo mettendo tutta – dice – e c’è effettivamente qualcosa che l’Europa può fare per noi, offrendo il suo aiuto alla Development and Rehabilitation Association per il supporto ai suoi programmi nell'aiutare la popolazione con ciò di cui ha bisogno durante questo periodo. Si noti che tutte le banche sono attualmente chiuse in Palestina per un periodo indeterminato, per cui il modo migliore per capire come muoversi e aiutarci è mettersi in contatto attraverso la pagina facebook».

Il mercato centrale che di solito è un ribollire di colori, profumi e voci è un tunnel disadorno di pietra e porte chiuse. Le strade sono deserte. Le auto sfasciate e chiassose sono sparite. Anche qui non resta che pregare e aspettare. Anche se al netto delle rivendicazioni orgogliose del governo palestinese e delle sue scelte, non è sempre facile convincere i più deboli che il solo aiuto su cui possono davvero contare è quello di Dio.

Enzo Vicennati