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Iran, guerra del petrolio e rischio inflazione: perché rischiamo davvero una crisi globale

Guerra in Iran e crisi del petrolio: tra le mosse di Trump, il controllo iraniano su Hormuz e l’incognita delle riserve IEA, quali possono essere le conseguenze sui mercati globali.
A cura di Mariangela Pira
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Un mondo sottosopra porta volatilità sui mercati che, tutto sommato, al di là dell'Asia reggono. La reazione vera, invece, la vediamo da parte del petrolio. Trump da una parte si vanta di essere il primo produttore e dice che un aumento del prezzo arricchirà gli USA, dall’altra sa bene che i prezzi della benzina dal 27 febbraio sono già in rapida crescita nel suo Paese e i cittadini statunitensi non ne saranno certo contenti. La serie di decisioni incredibili prese nelle ultime ora giustificano soprattutto questo secondo punto: il rilascio di riserve strategiche da parte dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il placet agli acquisti di petrolio russo, la possibilità (ancora non vi è concretezza data la situazione) di scortare le navi da parte della marina militare Usa. Possibile anche la sospensione (che ridurrebbe costi di trasporto e logistica) del Jones Act, una legge del 1920 che impone l'utilizzo di navi americane per le spedizioni nazionali. L’effetto sulle quotazioni però è stato vano. Perché?

Il tema rilascio scorte petrolio però è stato controproducente e ci dimostra che, se è vero che Trump prende le decisioni, altrettanto vero è che non ne può controllare le conseguenze. Gli analisti hanno visto l’annuncio, mai verificatosi dalla fondazione della IEA, sia stato fatto perché la situazione è grave e questa guerra non finirà affatto presto. Non è stato efficace, insomma. La percezione è che mentre il presidente Usa continua a cantare vittoria, affermando che il conflitto finirà solo quando lo dirà lui, la palla sia in mano all’Iran che controlla Hormuz e seleziona chi far passare (leggasi navi cinesi) e chi no, cercando di sfiancare Trump con la guerriglia e di allargare il conflitto ad altri stati.

Nel frattempo gli Usa iniziano a svenarsi sia economicamente (la guerra costa quasi 2 miliardi di dollari al giorno) sia militarmente per tutto l’arsenale pregiato (e rimpiazzabile in tempi lunghi) che sta utilizzando. “Sono attrezzati per una guerra più basata sull’aviazione e meno sui droni, tanto che l’Arabia Saudita si è rivolta all’Ucraina per acquistare droni intercettori e difendere così i suoi pozzi di petrolio”, spiega Antonio Cesarano, Chief Investment Advisor di Sella Sgr. “Sul fronte mercato azionario – continua Cesarano – è sempre più evidente che, malgrado scalfito dal tema dazi, il dollaro rimanga sempre un bene rifugio in casi estremi, in assenza anche di alternative valide sul fronte azionario”. A fronte di un oro che, invece resta fermo malgrado la guerra. L’Asia, colpita in quanto principale ricevitrice di gas e petrolio da Hormuz, fa male a fronte di una Europa e di Wall Street che – apparentemente e per ora – reggono.

Infine la Cina. Forse è una lettura forzata ma non sono pochi gli osservatori che ritengono colpire prima il Venezuela e poi l’Iran significhi sferrare un colpo importante a uno degli importatori più importanti dello Stretto. L’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump dovrebbe tenersi il 31 marzo e sarà preceduto da un incontro del Segretario Bessent con la delegazione cinese domenica 15 e lunedì 16 marzo. Che l’intenzione del presidente Usa fosse quella di mostrarsi forte al tavolo delle trattative con il petrolio versus le terre rare cinesi? Forse. Di certo, come scritto sopra, anche in questo caso difficile conoscere le conseguenze delle azioni.

Il rischio è che il conflitto si protragga e che questo porti di nuovo la temuta inflazione, ovvero la forte diminuzione del nostro potere d’acquisto. Il costo dei noli – il passaggio nave del petrolio e dei container – è già in rialzo di 10-12 dollari a barile (se si guarda al greggio) in una nave che va da Texas a Singapore. Se a questo aggiungiamo l’intenzione dell’amministrazione Usa di lavorare ancora sui dazi, il gioco è presto fatto. Gli esperti temono un blocco delle catene di fornitura globali simile a quello che accadde quando tutto ripartì dopo la pandemia e a quello immediatamente successivo con la guerra in Ucraina. Oggi il ministro dell’energia danese ha fatto appello ai cittadini. “Please, please, please – ha detto – non usate le auto in questo momento perché il costo del petrolio è troppo elevato”. Non proprio una frase rassicurante.

Negli Usa la revisione del dato sul Pil del quarto trimestre mostra una vistosa frenata e l'inflazione a gennaio è sopra al 3%. Di fronte al caro prezzi le banche centrali, per raffreddare l’economia, i tassi li alzano e questo coincide con prestiti e mutui più costosi. Conviene a Trump in vista delle elezioni di medio termine?

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Giornalista professionista. Conduttrice e Reporter di SkyTg24. Su Linkedin cura la rubrica #3fattori, con cui la mattina spiega con linguaggio semplice gli elementi che caratterizzeranno la giornata finanziaria, economica e geopolitica. Ha lavorato a Class Cnbc e Milano Finanza. Qui ha curato le finestre sui mercati per il Tg5 e La7 ed è stata responsabile del Desk China. E’ stata contributor del South China Morning Post e di Caixin.com. Per il Ministero degli Affari Esteri è stata conduttrice di Esteri News Dossier, progetto per cui ha viaggiato in Afghanistan, Iraq, Libano, Israele, Palestina. Continua a occuparsi di cooperazione con Terre des Hommes. Ha iniziato la sua carriera all'Ansa di New York, seguendo alcuni processi e la prima Inauguration Week del Presidente George Bush. Ha scritto con Baldini&Castoldi "Fozza Cina" e con Chiarelettere nel 2020 l'ebook "Cronaca di un disastro non annunciato" e il libro "Anno Zero d.C."
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