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Conflitto Israelo-Palestinese

Guerra a Gaza, Gad Lerner a Fanpage.it: “Chi ama Israele oggi critica la politica di occupazione”

Abbiamo raggiunto Gad Lerner per commentare la guerra tra Hamas e Israele. Il giornalista, una delle voci critiche all’interno dell’ebraismo italiano, ha dichiarato a Fanpage.it: “Chi ama Israele oggi è chi gli fa presente che non si poteva lasciare per 56 anni la questione palestinese chiusa in quella pentola a pressione. Continueranno a darmi del traditore, ma io continuerò a frequentare la comunità ebraica e a dire le cose che non vanno, perché questo è il vero modo di aiutare Israele”.
A cura di Valerio Renzi
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Non crediamo che l'opinione pubblica sia fatta solo di tifosi. Il sentimento prevalente è fatto di orrore per la strage di civili di Hamas e di condanna per la punizione collettiva perpetrata da Israele contro Gaza. Cosa possiamo fare per non sentirci però totalmente impotenti di fronte agli eventi?

L'ultima cosa che possiamo o dobbiamo fare è gli spettatori cinici, quelli che pensano di sputare sentenze da lontano, magari incitando alla guerra, all'intransigenza assoluta. "Con i terroristi non si tratta". Facile dirlo. Ma quando i terroristi hanno molti ostaggi, quando scopriamo che i terroristi sono radicati nella società palestinese, innanzitutto attraverso le scuole, le mense, la sanità pubblica, ti rendi conto che quella frase roboante non ti salva dalla necessità poi di averci a che fare.

E quindi trattare, trattare, trattare?

Ecco, io sarà per ragioni personali, perché ho tanta parte della mia famiglia in Israele, perché sono nato dall'altra parte del confine, in Libano, ma cerco sempre di mettermi nei loro panni prima di lanciare proclami roboanti…

Ci siamo abituati a pensare, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e del processo di pace, che la diplomazia, il dialogo non servono a nulla. Insomma, è una politica dei fatti compiuti quella che abbiamo di fronte…

Il fallimento degli accordi di Oslo è stata una sciagura. Molti sono troppo giovani per ricordarselo, ma due anni dopo che li hanno firmato quegli accordi, è stato ammazzato il primo ministro israeliano Rabin, sulla piazza in cui teneva una manifestazione per la pace per il negoziato. Si era stretto la mano con Yasser Arafat, il capo dei palestinesi e per questo aveva subito maledizioni. Si diceva che lui era un uomo empio, perché restituiva ai palestinesi dei territori che sono citati nella Bibbia, e quindi commetteva sacrilegio. E chi l'ha ucciso ha detto di averlo fatto in nome del popolo ebraico, in nome di Dio. Sono passati tanti anni dal 1995, ma anche allora a guidare questo movimento intimidatorio nei confronti di chi voleva gli accordi di Oslo, la pace, la nascita di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, c'era Bibi Netanyahu. E alle sue manifestazioni gridavano "morte al primo ministro", "morte al traditore del popolo ebraico".

Sono passati quasi trent'anni ma si sono fatti passi indietro più che avanti…

Sono successe tante cose, ma c'è una cosa che non è mai cambiata: l'occupazione militare di territori abitati da milioni di palestinesi non è mai cessata. Prima era occupata anche Gaza, poi Gaza è stata sgomberata, circondata e sigillata, e l'occupazione è continuata nei territori che gli israeliani messianici di destra chiamano la Giudea e la Samaria, che sarebbe in inglese il West Bank, noi la chiamiamo Cisgiordania.

Quando tu hai una pentola a pressione sul fuoco, magari la tieni a fuoco lento e pensi tanto la tengo sotto controllo. Ha un coperchio robusto. Ho una superiorità militare, tecnologica, economica soverchiante. Sono persone che siamo in grado di sottomettere i palestinesi… ma con la pentola continua a bollire, piano piano, e tu fai finta di non accorgersene. Pensi di vivere in paradiso, mentre intorno c'è l'inferno. Poi arriva il giorno del tutto inaspettato in cui salta per aria il coperchio. Il 7 ottobre è stato quel giorno, e nessuno se lo aspettava.

La società israeliana si era scordata un po dei palestinesi dietro i muri, dietro ai check point. Io ho avuto l'impressione come se vivesse in un limbo, in cui la questione palestinese era considerata chiusa con un'occupazione permanente. L'aumento delle colonie, la gestione di Gaza, i palestinesi c'erano, ma erano per lo più invisibili. Cosa ne pensa lei che conosce bene Israele?

Due dei miei figli hanno vissuto a lungo a Tel Aviv. Era la Miami Beach del Mediterraneo, la movida. Uno stile di vita trasgressivo, locali fantastici. A 90 chilometri da Tel Aviv c'è Gaza. 2.200.000 persone sigillate. Lì abitano coetanei dei miei figli che in vita loro non hanno mai avuto modo di uscire da Gaza, non parlano una lingua straniera, non hanno mai visitato un paese straniero, a volte non hanno neanche mai conosciuto qualcuno che non sia di Gaza.

Questa coabitazione era fondata soltanto sulla schiacciante superiorità di un controllo che, si pensava, addirittura potesse essere solo di natura tecnologica. A un certo punto mandiamo anche meno soldati sul confine, perché c'è lo scudo d'acciaio contro i missili, e con dei buoni radar li teniamo a bada. Invece non si può, prima o poi il tappo salto. Quindi sì è stato un grande rimosso, anche della gioventù israeliana, anche di quella libertaria. Un rimosso che ha coinvolto anche chi non sopporta più il potere degli ultra ortodossi con le loro protese, di chi è come i fanatici che vanno a fare gli insediamenti in Cisgiordania e vogliono la protezione dell'esercito. Un rimosso anche di quelli che hanno riempito le piazze di Israele per più di 40 settimane di fila contro la riforma della giustizia, che dava tutto il potere in mano a un governo estremista di destra. Stavano insieme in quelle piazze, ma con un grande rimosso. Non ci dividiamo, non  parliamo di cosa si deve fare coi palestinesi perché è un ginepraio. Non saremo più tutti uniti. Oggi c'è stato questo shock.

Senta, che impressione le fa sentire oggi le stesse parole d'ordine della guerra al terrorismo che abbiamo sentito dopo l'11 settembre 2001, che non hanno portato molta fortuna. Diciamo quella lettura della politica, della politica estera. Cosa prova sentendo questo ritorno di fiamma dello scontro di civiltà?

Non credo che sia solo la ripetizione dell'11 settembre, così come non è la ripetizione della guerra del Kippur di cinquant'anni fa. C'è un volta pagina storico e questo mi spaventa. La vulnerabilità di Israele era un fatto inaspettato. Quando ci sono state tutte le polemiche sull'immigrazione, o sul terrorismo islamico, anche la destra italiana diceva facciamo come Israele, quelli sì che sanno tenerli a bada,. Si è dimostrato che non è efficace, non basta tenerli a bada. E cambieranno anche le alleanze internazionali. Adesso noi ci rivolgiamo alla Turchia, ci rivolgiamo al Qatar, ci rivolgeremo scommetto all'Algeria, sapendo che lì stanno i capi di Hamas. I capi di Hamas mica stanno a Gaza. Si sono visti anche a fare conferenze stampa a Doha e a Istanbul nei giorni scorsi. E noi tratteremo con loro. Poi nelle piazze la gente che ha il ‘culo nella bambagia', urla "guerra, guerra", "intervento di terra a Gaza subito". Ma state tranquilli che saranno i primi a trattare.

Lei è una delle voci critiche dell'ebraismo italiano. Negli ultimi anni abbiamo visto le istituzioni dell'ebraismo italiano e non solo, gradualmente sovrapporre la propria la propria agenda a quella a quella di Israele, provocando una cesura sempre più drammatica anche con il mondo progressista. Come si riapre il dialogo?

Io spero che si riapra un dialogo anche dentro al mondo ebraico italiano. Fino a qualche tempo fa funzionava così: che la parola d'ordine dei portavoce delle comunità ebraiche era "noi stiamo con Israele senza se e senza ma". E chiunque avanzi una critica al governo israeliano, qualunque essa sia, è "un traditore della nostra gente", "un ebreo che odia se stesso", che fornisce "strumenti al nemico". Poi è successo un fatto nuovo, e cioè che si è lacerata la società israeliana. E se adesso vedo che vogliono, come dire attaccare Patrick Zaki perché ha dato serial killer a Netanyahu, andassero a vedere i cartelli portati nelle piazze di Tel Aviv e delle altre città israeliane in cui è addirittura raffigurato come un gerarca nazista. Leggete in questi giorni non soltanto cosa scrive il quotidiano progressista Haaretz, ma anche il conservatore Jerusalem Post sul premier israeliano. Sentite che cosa scrivono David Grossman, Yuval Harari.

Quindi non è questione di rapporto con la sinistra, la questione è che fa bene a Israele essere criticato, chi ama Israele oggi è chi gli fa presente che non si poteva lasciare per 56 anni la questione palestinese chiusa in quella pentola a pressione. Continueranno a darmi del traditore. Ma io ho un maestro al quale ho voluto tanto bene, che si chiamava Alexander Langer, che diceva che c'è molto bisogno di traditori ma non di transfughi. Io continuerò a frequentare la comunità ebraica, ma continuerò a dire le cose che non vanno, perché questo è il vero modo di aiutare Israele.

E il dialogo dove oggi c'è solo il rumore della guerra è possibile?

Io conosco il dolore delle vittime di una parte e dall'altra. Ho amiche e amici straordinari laggiù che hanno avuto il coraggio di incontrarsi fra genitori di bambini o giovani caduti in battaglia o vittime di attentati. Loro sì, stanno lavorando per la pace.

Grazia. Allora, come diceva Alexander Langer, viva i costruttori di ponti.

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