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Guerra tra Iran, Usa e Israele

“Gravi impatti sui Paesi del Golfo se la guerra in Iran dura più di 6 settimane”: l’analisi di Costantini

Le economie del golfo sono abituate agli shock esterni, ma un conflitto di media durata può avere forti impatti sulle economie interne. Il petrolio, il turismo e l’acqua al centro degli interessi strategici. L’intervista a Irene Costantini, docente di governance regionale e globale all’Orientale di Napoli.
Intervista a Irene Costantini
Docente di Governance regionale e globale, Università L'Orientale di Napoli
A cura di Antonio Musella
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La guerra all'Iran sta coinvolgendo in maniera pesante i paesi del golfo, stretti tra i missili che arrivano sui loro territori, colpendo obiettivi militari americani ma anche infrastrutture logistiche ed energetiche, e gli impatti economici derivanti dal conflitto. Il blocco nello stretto di Hormuz mette a rischio non solo l'esportazione di petrolio, dando vita a una bolla speculativa che coinvolge tutto il mondo, ma anche la capacità delle monarchie del golfo di estrarre il petrolio stesso. L'impatto sul turismo poi è pesantissimo con la chiusura sostanziale dello spazio aereo sopra la penisola arabica. Quanto potranno reggere i paesi del golfo agli impatti economici del conflitto? E come questa guerra può cambiare le relazioni tra le monarchie arabe e gli Stati Uniti di Trump? Lo abbiamo chiesto a Irene Costantini, docente di governance regionale e globale all'Università Orientale di Napoli. 

Il conflitto con l'Iran sta coinvolgendo diversi paesi del golfo, Arabia, Bahrein, Emirati, e tanti altri. Tra blocco dei flussi turistici e di altra natura, quanto possono reggere le economie dei paesi del golfo a questa pressione?

C'è una enorme ambiguità strategica intorno a questa guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, non si capisce se vogliono colpire le capacità nucleari, le capacità missilistiche oppure avere un regime change, questo influirà anche sulla durata del conflitto. Sulla tenuta economica dei paesi del golfo, molto dipenderà dalla durata del conflitto. La ritorsione iraniana è stata più vasta di quella del giugno 2025, in termini di numero di attacchi e come range più vasto di target. Hanno colpito obiettivi militari nel golfo, ma anche luoghi di produzione di petrolio, gas e raffinerie, in Qatar, in Arabia e in Iraq. Poi sono stati colpiti i porti e le infrastrutture. Sul turismo l'impatto è stato fortissimo sulle città. Le economie del golfo dipendono da un'unica risorsa, gli idrocarburi, e in seconda misura dal turismo. Queste economie sono molto suscettibili a degli shock esterni, questo vuol dire che nel breve termine non ci sono grossi problemi e sono economie abituate a queste crisi, si tratta di economie avanzate capaci di assorbire shock. Se la guerra durasse però più a lungo allora ci sarebbe un impatto molto più serio. Se il conflitto durasse 5 o 6 settimane l'impatto diventerebbe più grave, perché va a impattare in un momento molto fragile per le economie del golfo che hanno tutte in campo piani di diversificazione economica, che però si basano tutte ancora sulle entrate petrolifere. I piani di diversificazione si basano su investimenti esteri e sulla capacità attrattiva dei paesi del golfo e girano intorno alle infrastrutture che sono state poi colpite dagli attacchi iraniani. Quindi un periodo di conflitto prolungato, nel medio termine, può avere impatti seri. Non è un caso che la leadership degli Emirati Arabi si sia mostrata a passeggio sulle infrastrutture per rassicurare gli investitori stranieri sulla loro stabilità, ma più il conflitto va avanti e più questa stabilità, centrale nei piani di diversificazione economica, viene meno.

Il tema dell'acqua potabile nei paesi in conflitto sembra essere un tema importante, il funzionamento dei dissalatori di acqua marina è cruciale. Può spiegarci quanto pesa questo aspetto sull'impatto del conflitto?

Al momento c'è stato un solo attacco a una centrale di dissalazione dell'acqua in Bahrein. Per la geografia del golfo le risorse idriche sono scarsissime, sono in corso enormi progetti di investimento per trasformare l'acqua del mare in acqua potabile attraverso i dissalatori, si tratta di infrastrutture chiave. Questo attacco è un segnale chiaro, che mostra una debolezza. Non mi pare che ci siano rischi immediati, perché è stato un solo attacco, ma è un segnale importante, vuol dire che sanno dove colpire. Gli attacchi alle infrastrutture civili non sono una cosa nuova, lo abbiamo visto in Siria, in Ucraina, ovviamente a Gaza, è un trend del modo di condurre la guerra sempre più ostile, con un impatto forte sulla popolazione civile.

Le vicende dello stretto di Hormuz, sotto pressione iraniana, rischiano di generare un aumento esponenziale del costo del petrolio con un forte impatto sulle economie occidentali. Quanto però le dinamiche dello stretto di Hormuz possono avere conseguenze sulle economie del golfo?

Gli attacchi ai centri di estrazione del petrolio sono stati tanti, ma ci sono delle difese, quelli che hanno poi colpito le infrastrutture sono stati di meno. In Arabia Saudita molti centri di produzione sono stati chiusi perché sono dei target, in generale i paesi del golfo stanno avendo anche dei problemi di estrazione del petrolio. Le vicende dello stretto di Hormuz hanno un impatto sull'export: l'aumento del prezzo del petrolio per i paesi del golfo non è un male, ma il problema è che la capacità di commercializzare il prodotto che viene minata. Se si fa fatica a estrarlo e lo stesso non arriva a destinazione, c'è sicuramente un problema. Anche qui è una questione di durata del conflitto, se dura poco tutto si può assorbire, ma se dura di più l'impatto si può vedere anche sulle economie del golfo. Poi c'è anche l'Iraq che ha sicuramente una strutture economica molto debole e lì la forza di impatto sull'economia derivante dalla guerra può essere ancora più elevato.

Bombardamenti iraniani a Dubai
Bombardamenti iraniani a Dubai

Cosa può succedere se i missili iraniani colpissero direttamente i civili, oltre che gli obiettivi militari e le infrastrutture?

La risposta iraniana agli attacchi di Usa e Israele ha già colpito altri obiettivi come le infrastrutture di petrolio e gas e anche gli aeroporti. I segnali dell'Iran verso i paesi del golfo sono stati distensivi, vogliono rispondere agli attacchi ma senza esagerare, penso ci sia una strategia di usare la leva dei paesi del golfo per accelerare la fine del conflitto, proprio per le ripercussioni che può avere su questi paesi. Da parte loro, i paesi del golfo, spingono per una risoluzione di tipo diplomatico alla guerra, non hanno interesse ad inasprire il conflitto. Chiaramente allo stesso tempo se vengono attaccati si riservano il diritto di rispondere.

Molti paesi del golfo hanno investito nel "board of peace" di Gaza creato da Trump. Un investimento sulla carta per la pace, e subito dopo si sono trovati coinvolti in una guerra. È possibile che mettano in discussione i loro investimenti davanti a questo conflitto?

L'Indonesia e il Pakistan hanno congelato gli investimenti sul "board of peace", questo è un dato. Per tornare all'area di riferimento dobbiamo leggere le relazioni tra i paesi del golfo e gli Stati Uniti, quest'ultimi sono i garanti della sicurezza delle monarchie dell'area. Ma questa idea di garanzia di sicurezza data dagli Usa ai paesi del golfo si è indebolita nel tempo, già dai tempi di Obama e poi nelle amministrazioni successive, dove non sono cambiati i rapporti sulla sicurezza tra Usa e questi paesi. I paesi del golfo hanno una percezione di un impegno meno certo da parte degli Usa sulla loro sicurezza, tanto che hanno sviluppato delle politiche estere molto pragmatiche, ad esempio allacciando rapporti con Russia e Cina. Le monarchie dell'area partecipano al "board of peace" se possono fare affidamento su questa garanzia di sicurezza fornita dagli Usa, ma se invece la presenza americana nel golfo diventa una vulnerabilità e non più una garanzia di sicurezza, chiaramente si riservano sui fondi da investire in un "board of peace" che ha molto poco di multilaterale ma è a guida Trump, quasi una iniziativa personale. Penso che queste mosse siano un messaggio, io investo nel "board of peace" fino a quando posso contare su una solida garanzia per la sicurezza, se invece non lo è allora la riflessione sugli investimenti ci può stare da parte dei paesi del golfo, ovviamente sempre in base alla durata del conflitto. È un ragionamento da aggiornare tra qualche settimana.

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