Gaza, MSF: “Situazione catastrofica. L’Italia aumenti le evacuazioni mediche e esca dal Board of Peace”

"Manca tutto, dalle garze sterili ai pannelli solari per l'acqua potabile". A parlare, intervistata da Fanpage.it, è Monica Minardi, Presidente di MSF Italia, il cui grido di allarme arriva in un momento di fragilissimo equilibrio: la Corte Suprema israeliana ieri ha congelato temporaneamente il decreto che minacciava di espellere il personale internazionale di 37 ONG non gradite a Tel Aviv, ma il limbo operativo resta totale.
Minardi, infatti, descrive i continui ostacoli burocratici e politici imposti da Israele – dalle liste dei familiari dello staff alle clausole di silenzio sui crimini di guerra – interpretandoli come un tentativo di eliminare gli unici occhi esterni rimasti sulla Striscia e in Cisgiordania. Con oltre 18.500 persone in attesa di evacuazione medica e 1.100 già morte durante l'attesa, la presidente di MSF ribadisce l'urgenza di un afflusso massiccio di aiuti e lancia un monito sul ruolo dell'Italia come osservatore nel nuovo "Board of Peace": "I medici non fermano le guerre, lo fanno i governi. Pensiamo che il nostro possa avere un ruolo cruciale, ma non dentro il Board of Peace. Incrementi piuttosto le evacuazioni mediche".

Presidente Minardi, partiamo da una notizia di ieri. La Corte Suprema israeliana ha messo in stand-by le restrizioni del governo Netanyahu all'operatività di diverse ONG, tra cui la vostra, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Cosa pensa di questo provvedimento?
Non c'è dubbio che si tratti di un passo avanti importante, anche se al momento non sono ancora chiare le implicazioni concrete di questa decisione. In particolare su due aspetti per noi vitali: l'ingresso di forniture mediche essenziali e il destino del personale internazionale. Gaza ha bisogno di un afflusso massiccio di aiuti, adesso.
In attesa di conoscere cosa accadrà dopo questo "stand-by", qual è la fotografia che ci restituiscono i vostri operatori a Gaza e in Cisgiordania?
La realtà è che definire la situazione "difficile" è ormai un eufemismo. Siamo di fronte a una crisi umanitaria che definirei catastrofica a Gaza e gravissima in Cisgiordania. Qui, nei territori palestinesi occupati, assistiamo a un’escalation continua: attacchi alle abitazioni, espropri di terre, violenze sistematiche contro la popolazione civile. Già mesi fa avevamo denunciato, in un rapporto dettagliato, pratiche che ricalcano una vera e propria pulizia etnica. A Gaza, poi, il quadro è ovviamente molto più cupo. Manca l’accesso ai beni minimi di sussistenza, a partire dall’acqua potabile. Prima della decisione della Corte Suprema di ieri, la nostra pianificazione prevedeva di lasciare i progetti entro oggi per quanto riguarda il personale internazionale, proprio perché impossibilitato a lavorare. Sarebbe rimasto però il nostro staff palestinese, oltre 1.600 persone, che in ogni caso continueranno a operare supportate da noi da remoto.
Israele nega che ci sia un blocco deliberato degli aiuti. Eppure, voi denunciate una paralisi che dura da mesi. Cosa c’è nei vostri camion fermi al confine?
Dall’inizio di gennaio siamo sostanzialmente bloccati. Nei nostri camion ci sono farmaci, materiale per la disinfezione, kit chirurgici, materiale medico essenziale. Il sistema sanitario a Gaza è stato decimato deliberatamente. Non esiste una struttura che sia rimasta nelle condizioni pre-7 ottobre; gli ospedali sono parzialmente funzionanti, assediati, privi di elettricità e rifornimenti. Dire che gli aiuti passano è una menzogna smentita dai fatti. Lo stand-by della Corte Suprema deve tradursi immediatamente nell’apertura dei valichi.
Parlando di farmaci, c'è qualche carenza specifica che vi preoccupa più delle altre? Qual è l'emergenza sanitaria prioritaria in questo momento?
Mi piacerebbe poterle dire che mancano solo due o tre farmaci. La verità è che manca tutto. Essendoci un sistema decimato, non parliamo solo di chi è vittima di traumi da bombardamento o da esplosione di ordigni inesplosi, che necessiterebbero di kit chirurgici, anestetici e medicinali per il dolore severo. Parliamo di migliaia di pazienti con malattie croniche: diabetici, ipertesi, cardiopatici che da oltre due anni non hanno accesso regolare alle cure. C’è poi il dramma degli oncologici: da più di un anno a Gaza non esiste alcun tipo di supporto per chi ha un tumore. Abbiamo una lista di oltre 18.500 persone in attesa di evacuazione medica. Persone che prima del 2023 potevano curarsi a Gaza e che oggi sono condannate. Manca persino il materiale per la dialisi. E poi ci sono le necessità basiche: mancano i pannelli solari per far funzionare i sistemi di distribuzione dell'acqua potabile. Senza acqua pulita, la diarrea e le malattie infettive diventano killer letali quanto le bombe.

Torniamo alla decisione del governo Netanyahu di espellervi, ora congelata dalla Corte Suprema. Qual era l'obiettivo di quelle nuove regole di registrazione imposte dal Ministero della Diaspora?
È stato un continuum di ostacoli. Già a metà dell'anno scorso sono emerse queste nuove regole che prevedono clausole inaccettabili. Ci hanno chiesto di consegnare liste dettagliate del nostro staff palestinese e internazionale, con dati sensibili che riguardano anche i loro familiari. Ma la clausola più cinica è quella politica: l'obbligo di dimostrare che non si dichiara nulla di "anti-Israele", il che include denunciare il genocidio in corso o parlare di crimini di guerra. È un tentativo palese di delegittimare e denigrare l’azione umanitaria indipendente. È un’arma di guerra, come la fame, usata contro la popolazione palestinese. Noi non siamo una parte politica, siamo medici. Se vediamo un bambino amputato da un missile, il nostro codice etico ci impone di dire che è stato un missile, non possiamo tacere per compiacere Netanyahu.
Si può ipotizzare che l'allontanamento del personale internazionale serva a far fuori i "testimoni" scomodi del genocidio?
È un timore molto concreto. In un contesto dove ai giornalisti internazionali è vietato l'accesso, il personale delle ONG è rimasto l'unico occhio esterno sulla Striscia. Noi facciamo della testimonianza e dell'advocacy un punto fondamentale: denunciare le cause delle sofferenze che curiamo è parte della nostra missione. Rimuovere gli operatori umanitari internazionali significa lasciare il personale palestinese ancora più vulnerabile e isolato. Probabilmente il disegno è proprio questo: eliminare chi ha il dovere di uscire e raccontare al mondo le violazioni delle leggi internazionali.
Un altro tema caldissimo è il "Board of Peace", questo nuovo organismo per la gestione della ricostruzione di Gaza a cui partecipa anche l'Italia come osservatore. Voi siete stati molto duri al riguardo. Perché?
Perché gli organismi internazionali esistono già. Sono le Nazioni Unite, sono le agenzie multilaterali nate dalle Convenzioni di Ginevra. Possono non essere perfetti, ma in questi mesi sono stati deliberatamente delegittimati e indeboliti. Creare organismi paralleli con governance dubbie e agende dettate da interessi economici o politici è estremamente pericoloso. Abbiamo visto il disastro della Gaza Humanitarian Foundation, dove gli aiuti erano assoggettati all'esercito israeliano e ad attori privati statunitensi. È stato un fallimento scientificamente documentato. Noi riteniamo che vadano rinforzati gli organismi che ci sono, non creati di nuovi per aggirare le responsabilità dei governi. Il Board of Peace rischia di essere un paravento per una gestione degli aiuti che non mette al centro la protezione della popolazione, ma altri interessi.
A proposito dell'Italia, che ruolo sta giocando il nostro governo?
L'Italia è firmataria delle Convenzioni di Ginevra e ha un rapporto stretto con il governo di Israele. Noi abbiamo cercato costantemente il dialogo con la Farnesina per dire: "Guardate cosa sta succedendo, aiutateci a fermare questo genocidio", perché i medici non fermano le guerre, lo fanno i governi. Pensiamo che l'Italia possa avere un ruolo cruciale, ma non dentro il Board of Peace. Può averlo aumentando le evacuazioni mediche. Siamo in trattativa continua per questo: ci sono 1.100 persone nelle nostre liste che sono già morte aspettando di essere evacuate. Noi eravamo pronti ad aumentare la nostra risposta, avevamo già stanziato 120 milioni di euro per il 2026. Siamo disposti a collaborare con il governo a patto che la priorità sia il supporto reale alla popolazione palestinese e la fine delle ostilità.