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Cosa succederà in Iran dopo l’uccisione di Ali Khamenei e chi prenderà il suo posto

Si apre in Iran una lunga fase di successione che in parte era stata già preparata dallo stesso Khamenei: ecco cosa potrebbe accadere a partire dai prossimi giorni dopo l’uccisione della guida suprema.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Con l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, insieme a sua figlia, suo genero e suo nipote, nei raid israeliani e statunitensi dello scorso sabato, i sostenitori del regime degli ayatollah perdono il loro leader carismatico. Le immagini della sua residenza devastata dalle esplosioni rimandano all’uccisione del leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, a Beirut nell’autunno del 2024 e all’assassinio mirato del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, sempre a Teheran nel luglio dello stesso anno. E così i vertici del cosiddetto Asse della Resistenza, che si è duramente opposto alla guerra israeliana a Gaza, sono stati tutti eliminati. Ora si apre una lunga fase di successione che in parte era stata già preparata dallo stesso Khamenei. Nei raid israeliani e statunitensi sono state uccise oltre 200 persone ed è stata colpita una scuola elementare a Minab nella provincia dell’Hormozgan. Qui hanno perso la vita 148 studentesse. I raid reciproci sono ancora in corso

L’interim di emergenza

Il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ha dichiarato che in Iran "sono giorni di lutto ma non sarà un lutto passivo". A questo punto, sarà l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri elettivi, a dover scegliere il successore di Khamenei, morto a 86 anni nei raid del 28 febbraio e da 37 anni al potere in seguito alla morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini nel 1989.

Ma già la scorsa domenica, consapevole che la strada negoziale fosse davvero difficile da percorrere nei colloqui sul nucleare che erano in corso in Oman e a Ginevra, Khamenei aveva nominato alcuni politici come suoi potenziali sostituti ad interim in attesa della nuova guida da scegliere nel clero sciita. La guida suprema aveva indicato quattro livelli di sostituti militari e governativi per sopperire alle uccisioni dei vertici che eventuali raid Usa avrebbero potuto causare.

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La carta Larijani

L'ayatollah Alireza Arafi, membro del Consiglio dei Guardiani, sarà la guida suprema ad interim, parte del Consiglio di transizione che include il presidente Massoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei e lo stesso Arafi.

Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, sarà il primo responsabile della sopravvivenza del sistema della Repubblica islamica in questa fase critica. "L’America e il regime sionista hanno bruciato i cuori della nazione iraniana. Noi bruciamo i loro cuori", ha dichiarato Larijani quando è stata confermata la notizia della morte di Khamenei.

Nella lista di suoi possibili successori nel caso venisse ucciso, figurano anche il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e l’ex presidente moderato Hassan Rouhani.

Ovviamente in seguito alla riunione dell’Assemblea potrebbero emergere i veri candidati credibili alla successione di Khamenei, come suo figlio Mojtaba o l’ex presidente iraniano riformista, Mohammad Khatami.

La Repubblica islamica dopo Khamenei

E così anche i vertici militari dei pasdaran, dopo l’uccisione di leader come Mohammad Pakpour e del capo delle forze armate, Abdolrahim Mousavi, e del ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, verranno sostituiti uno dopo l’altro per mantenere in vita il sistema. In realtà le vere minacce alla stabilità iraniana vengono da più fronti.

I partiti curdi, centrali per le manifestazioni di opposizione al regime nel Nord Ovest del paese, hanno deciso di formare una coalizione che potrebbe portare a una richiesta di maggiore autonomia da Teheran sul modello del Kurdistan iracheno. In questo caso la Turchia potrebbe avvantaggiarsi di un indebolimento sul controllo territoriale nelle province curde di Sanandaj e Kermanshah da parte del governo di Teheran.

Non solo, la provincia del Khuzestan dove vive la minoranza araba potrebbe avanzare richieste di maggiore indipendenza. Anche qui si sono svolte ampie e partecipate manifestazioni di dissenso negli ultimi anni.

Gli oppositori alla prova della crisi

Così il vaso di pandora potrebbe portare a Teheran un governo, sulla carta molto debole, di figure attive all’estero tra i gruppi terroristici in Iran come Mojahedin-e Khalq (MEK) che ormai da settimane sono ampiamente presenti nelle manifestazioni contro la Repubblica islamica. Un ruolo potrebbero averlo anche altre opposizioni, in caso di completo sgretolamento del sistema, come i comunisti del Tudeh o di altre formazioni. Tuttavia, questi gruppi non sono visti positivamente dai giovani che si sono mobilitati dopo il 28 dicembre scorso.

È stato soprattutto il figlio dello Shah Reza Pahlavi a volersi presentare come guida di questa fetta di oppositori. Tuttavia, quest’ultimo non gode di un sostegno popolare ampio e riporterebbe indietro nel tempo le lancette della storia alle fasi precedenti alla Rivoluzione del 1979, quando gli iraniani si mobilitarono in massa contro suo padre.

Le reazioni regionali

Fino a questo momento la Repubblica islamica ha fatto quadrato intorno al suo leader, già diventato martire. Le immagini dei raid aerei contro 27 basi Usa nella regione, a Tel Aviv, Abu Dhabi, Dubai, Kuwait e Doha hanno dimostrato fino a che punto i pasdaran vorrebbero coinvolgere i paesi arabi vicini per allargare la portata del conflitto. Così come la chiusura dello Stretto di Hormuz avrà sicuramente un impatto imponente sul commercio marittimo internazionale nel Golfo.

Eppure, Cina e Russia hanno dimostrato, pur avendo partecipato nei giorni scorsi ad un’esercitazione congiunta con l’Iran, di non voler fare molto per sostenere la tenuta della Repubblica islamica. Teheran invece aveva giocato in tutti i modi la carta dell’asse con Mosca con la fornitura dei droni Shahed, usati nella guerra in Ucraina. Proprio il sostegno militare iraniano a Putin aveva incrinato non poco i rapporti bilaterali tra Iran e paesi europei.

Scenario iracheno

Tuttavia, la resilienza dei sostenitori del regime potrebbe allungare non poco il conflitto che Trump vorrebbe chiudere in pochi giorni. In questo caso si aprirebbe uno scenario che avvicina l’Iran al disastroso conflitto in Iraq del 2003. Il leader repubblicano non può permettersi una campagna militare di lungo periodo con l’invio di truppe di terra che alienerebbe completamente la sua base MAGA, contraria agli interventi Usa in Medio Oriente. E così Trump sostiene di avere già in mente un successore di Khamenei, sul modello dell’intervento lampo in Venezuela che ha prodotto la fine della presidenza di Nicolas Maduro.

Uno scenario di questo tipo implicherebbe che le istituzioni della Repubblica islamica si sgretolassero sul modello della Siria di Bashar al-Assad nel 2024 ma fin qui non ci sono indicazioni in questo senso.

I raid di questi giorni stanno innescando invece sentimenti antiamericani nella regione. Per esempio, è stato assaltato e dato alle fiamme il consolato Usa a Karachi in Pakistan. Mentre gli iraniani stanno attivando quello che resta della loro rete di milizie sciite in Siria, Yemen, Libano e in Iraq dove sono stati dichiarati tre giorni di lutto per la morte di Khamenei.

La notizia dell’uccisione di Ali Khamenei è stata accolta con scene di lutto e festeggiamenti per le strade di Teheran. A questo punto si apre una fase molto delicata per la sopravvivenza della Repubblica islamica. L’ex guida suprema ha preferito morire nel suo paese da martire piuttosto che firmare un accordo con gli Stati Uniti, vedremo quali sono le scelte politiche del suo successore nel caso il sistema post-khomeinista dovesse reggere a questi attacchi senza precedenti.

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