
Si è chiuso nella notte tra sabato e domenica, dopo oltre venti ore fiume di colloqui diretti tra le delegazioni di Stati Uniti e Iran, con la mediazione del Pakistan, il primo incontro negoziale di alto livello tra i due paesi dopo l’avvio del cessate il fuoco di due settimane, annunciato lo scorso 8 aprile. Il presidente del parlamento iraniano, il politico conservatore, Mohammad Qalibaf, che guidava la delegazione iraniana ha denunciato che gli Stati Uniti “non si sono guadagnati la fiducia degli iraniani” dopo i due round negoziali finiti con la guerra dei 12 giorni nel giugno 2025 e con gli attacchi di Usa e Israele dello scorso 28 febbraio. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghei, ha denunciato “le richieste eccessive” della delegazione Usa in un clima di “sospetto, sfiducia e dubbi”.
La reazione degli Stati Uniti
Il vicepresidente JD Vance, a guida della delegazione di Washington e considerato più propenso a un’intesa degli altri delegati, Witkoff e Kushner, ha accusato l’Iran di non aver accettato i “paletti”, in particolare sul nucleare, imposti dagli Stati Uniti. Vance ha chiesto “un impegno” da parte di Teheran a non ottenere un’arma atomica e a non dotarsi “degli strumenti per averla”. Questo approccio di “arricchimento zero” dell’uranio è stato a più riprese rifiutato dall’Iran che ha sempre sostenuto di perseguire un programma nucleare solo a scopi civili, come sancito dall’accordo siglato (JCPOA) da Obama nel 2015. Tuttavia, l’Iran ha negato che i colloqui di Islamabad siano falliti perché ha “rifiutato di rinunciare al nucleare”.
Il blocco navale di Hormuz
E così il conflitto tra Iran e Stati Uniti sta diventando sempre di più una guerra navale per il controllo del mare. Dopo il fallimento dei colloqui, il presidente Usa Donald Trump ha annunciato il blocco navale dello Stretto di Hormuz. In un post su Truth, Trump ha riferito della possibilità che “a un certo punto” un’intesa sul passaggio libero delle navi commerciali, lungo lo Stretto da cui passa il 20% del commercio petrolifero e del gas liquefatto mondiale, sarà possibile. Secondo Trump, uno degli ostacoli per la completa riapertura di Hormuz è la presenza di mine, difficili da localizzare, che potrebbero essere bonificate dalla Marina militare Usa.
Il ritorno alle minacce
Trump ha anche reiterato le minacce di distruggere in “un solo giorno” le infrastrutture energetiche iraniane. Prima della tregua, il presidente Usa aveva minacciato di riportare Teheran “all’età della pietra” e di cancellare “un’intera civiltà” in una notte, attirando la levata di scudi delle opposizioni e anche di politici repubblicani negli Stati Uniti che ne hanno chiesto l’impeachment. Dal canto suo, l’Iran, dove non si ferma la repressione del dissenso, ha confermato che il controllo del traffico marittimo dello Stretto di Hormuz è nelle mani dell’esercito di Teheran.
Il modello venezuelano
Con l’annuncio del blocco navale di Hormuz, Trump ha fatto di nuovo riferimento al blitz mirato Usa che lo scorso gennaio ha portato all’arresto del presidente venezuelano, Nicolas Maduro. Il presidente Usa ha assicurato che nel caso iraniano si tratterà di un provvedimento su scala più ampia, suggerendo che in questo modo un maggior numero di petroliere arriverà negli Stati Uniti per acquistare petrolio Usa aumentando gli introiti per le casse di Washington.
Crescono i costi della guerra
In realtà questa guerra si è dimostrata molto costosa per gli Stati Uniti. Il Pentagono ha chiesto 200 miliardi di dollari in più in previsione di una possibile escalation militare in Iran. Non solo, molti analisti negli Stati Uniti hanno accusato Trump di non aver preparato gli americani a una guerra di lungo corso in Iran, come avvenne nel 2003 con l’Iraq di Saddam Hussein. Per questo il conflitto è percepito come estremamente impopolare negli Stati Uniti con il movimento No Kings che inizia apertamente a opporsi anche agli impegni militari all’estero voluti dal presidente Usa.
Il controllo iraniano su Hormuz
In seguito all’avvio della guerra, l’Iran ha permesso il passaggio delle navi dei paesi alleati, come Cina, Bangladesh, Pakistan, ma anche di Spagna e Turchia, e impedito l’attraversamento dello Stretto di Hormuz delle navi dei paesi coinvolti negli attacchi contro Teheran. La chiusura di Hormuz è illegale secondo il diritto internazionale ma rientra nella spirale del conflitto, innescato dagli attacchi di Usa e Israele il 28 febbraio scorso, quando Teheran non rappresentava una minaccia imminente alla sicurezza globale. Teheran aveva anche iniziato a imporre, nelle ultime settimane, un pedaggio in rial (la moneta locale) molto alto, in alcuni casi di 2 milioni di dollari, per il passaggio sicuro dello Stretto, sul modello dei dazi imposti nel Canale di Suez. Secondo le autorità iraniane, queste entrate extra dovrebbero andare a ripagare gli ingenti danni causati dagli attacchi di Usa e Israele.
Lo spazio per continuare i colloqui
La delegazione iraniana in Pakistan ha sostenuto che nessuno si aspettava un accordo già al primo incontro. Questo chiarisce che sono possibili nuovi round negoziali prima della scadenza del cessate il fuoco per realizzare un’intesa e che la carta dei colloqui non è da considerarsi archiviata. Lo stesso Vance, sempre in contatto telefonico con Trump, prima di lasciare Islamabad, ha fatto sapere che la “migliore offerta definitiva” Usa è sul tavolo e di attendere le valutazioni iraniane. In discussione in Pakistan c’erano i 10 punti, presentati dall’Iran i cui nodi principali riguardavano oltre alla riapertura di Hormuz, l’arricchimento dell’uranio e il cessate il fuoco in Libano. Anche Trump, parlando comunque di un clima positivo durante i faccia a faccia, ha fatto sapere che l’Iran potrebbe tornare al tavolo negoziale per accettare l’intesa.
L’ira degli Emirati Arabi Uniti
Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno tuonato contro l’imposizione delle restrizioni imposte dall’Iran alle navi che devono attraversare lo Stretto di Hormuz. In particolare, il ministro dell’Industria, Sultan Ahmed Al Jaber, ha parlato di un precedente “illegale, pericoloso e inaccettabile”. Le basi Usa, insieme a infrastrutture civili, negli Emirati, in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Bahrain sono state colpite dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele causando centinaia di vittime militari e civili. Dal canto suo, l’Arabia Saudita ha fatto sapere che il suo gasdotto East-West è tornato operativo dopo gli attacchi dei giorni scorsi. Le opinioni pubbliche dei paesi del Golfo sono contrarie alle guerre israeliane nella regione mentre politici e businessmen locali cercano in ogni modo il consenso Usa.
Non si ferma la guerra in Libano
Una delle conseguenze più gravi del mancato accordo con l’Iran, dopo i colloqui in Pakistan, è la continuazione della devastante guerra in Libano che fin qui ha fatto più di 2000 morti. Nonostante la richiesta iraniana di includere la tregua a Beirut per avviare i colloqui con gli Usa, Israele ha continuato a bombardare il paese causando lo scorso mercoledì 357 morti in un solo giorno. Almeno 11 persone sono rimaste uccise nei nuovi raid israeliani nel Sud del Libano a Qana e Maaroub, nella giornata di domenica.
La tregua in Libano è sempre più lontana
E così non ci sono le basi per sperare in una tregua nei colloqui tra Israele e Libano che dovrebbero iniziare martedì a Washington. I sostenitori del movimento sciita libanese Hezbollah sono scesi in massa in piazza a Beirut per protestare contro l’avvio di colloqui diretti con Tel Aviv. Come l’élite politica e religiosa iraniana è stata decimata, anche i vertici di Hezbollah, a partire dalla guida del movimento, Hassan Nasrallah, sono stati uccisi nei raid israeliani contro il cosiddetto Asse della Resistenza, che include Hamas, Jihad islamica, Hezbollah, gli Houthi in Yemen e ha avuto il sostegno iraniano.
Il ruolo del Pakistan
Da parte sua, la diplomazia pakistana si è dimostrata molto rodata nel favorire il dialogo tra le parti e continuerà a essere il punto di riferimento per futuri colloqui, come confermato dallo stesso Vance. Alla fine dei colloqui, i mediatori pakistani, incluso il premier, Shehbaz Sharif, e il capo delle forze armate, Asim Munir, hanno chiesto a entrambe le parti di “continuare a rispettare il cessate il fuoco” e che mantengano “uno spirito positivo per ottenere una pace duratura”.
Russia e Cina
Anche Russia e Cina continueranno a offrire intelligence e uno spazio di mediazione all’Iran. In particolare, Vladimir Putin ha parlato al telefono con il presidente moderato iraniano, Massoud Pezeshkian, offrendo la disponibilità a favorire una soluzione diplomatica alla crisi. Durante i colloqui in Oman, Mosca si era offerta in più occasioni di ospitare il trasferimento dell’uranio arricchito presente in Iran. Dal canto suo, la Cina avrebbe promesso nuovi sistemi di difesa a Teheran. E così Trump ha fatto sapere che imporrà dazi del 50% se Pechino invierà armi all'Iran.
Sia gli Stati Uniti sia l’Iran sostengono di aver vinto il conflitto e non vogliono cedere. L’avvio del cessate il fuoco ha dimostrato che la via militare difficilmente porterà a una soluzione della crisi. L’Iran ha dimostrato di saper mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz tenendo sotto scacco l’economia mondiale grazie al conseguente aumento del prezzo del petrolio e del gas. Se la guerra dovesse riprendere continuerebbero anche la distruzione e la sofferenza del popolo iraniano e di tutto il Medioriente. E così è ancora necessario tentare la strada del compromesso prima di archiviare le possibilità concesse da questa opportunità negoziale avviatasi con l’annuncio del cessate il fuoco.