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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

A Gaza un altro neonato è morto di freddo: tre palestinesi uccisi dai raid di Israele

Nuovi raid israeliani a Gaza violano la tregua: tre morti e nove feriti. Proseguono demolizioni e attacchi mentre il freddo e il blocco aggravano la crisi umanitaria.
A cura di Davide Falcioni
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La tregua tra Israele e Hamas continua a mostrare profonde crepe. Nelle ultime 24 ore almeno tre palestinesi sono stati uccisi e nove feriti in una serie di attacchi israeliani in diverse aree della Striscia di Gaza, secondo fonti mediche locali. Gli episodi si inseriscono in un contesto di violazioni ripetute del cessate il fuoco, entrato in vigore a ottobre, e di una pressione militare che non accenna a diminuire.

I bombardamenti e i raid hanno interessato il sud della Striscia, in particolare Rafah e Khan Younis, ma anche Gaza City e i quartieri orientali, fino al centro e al nord dell’enclave. A Khan Younis, riferiscono fonti sanitarie, un drone israeliano ha colpito un uomo palestinese mentre veniva trasportato in ospedale. A est del quartiere Zeitoun, a Gaza City, due uomini sono stati uccisi dal fuoco delle forze israeliane. Nella stessa zona sono stati segnalati colpi di artiglieria e raffiche provenienti da veicoli militari.

Attacchi aerei hanno colpito anche l’area orientale del campo profughi di Bureij, nel centro della Striscia, e le zone di Jabalia e Beit Lahia, nel nord. Lungo la costa settentrionale sarebbero entrate in azione anche unità navali israeliane. Sul terreno, raccontano testimoni, il rumore costante dei droni scandisce le giornate e le notti, alimentando un clima di tensione permanente.

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Secondo osservatori sul posto, l’attuale fase militare si distingue per un’intensificazione delle demolizioni in aree già evacuate. A Rafah, sotto controllo israeliano da circa due anni, così come in parti orientali di Khan Younis e nel campo profughi di Jabalia, interi isolati vengono rasi al suolo. Un’azione che, secondo analisti e reporter locali, potrebbe puntare ad ampliare le zone sotto controllo militare israeliano in vista di futuri negoziati sulla seconda fase dell’accordo di tregua. Una strategia che solleva interrogativi sulla reale natura di queste operazioni: sicurezza o ridisegno territoriale.

L’esercito israeliano, dal canto suo, ha dichiarato di aver ucciso tre palestinesi nel nord e nel sud della Striscia perché ritenuti una minaccia per i propri soldati, sostenendo che uno di loro avrebbe sottratto equipaggiamento militare. Non è stato possibile verificare se si tratti degli stessi episodi segnalati dalle fonti palestinesi.

Il bilancio complessivo del conflitto resta drammatico. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, dall’inizio delle operazioni militari israeliane oltre due anni fa sono stati uccisi più di 71 mila palestinesi e più di 171 mila sono rimasti feriti. Dall’entrata in vigore della tregua, l’11 ottobre, si contano comunque centinaia di morti e oltre un migliaio di feriti, a dimostrazione di una calma solo apparente.

A questo scenario si aggiunge una crisi umanitaria sempre più grave. Sabato, un neonato palestinese di appena sette giorni è morto a Deir el-Balah, nel centro della Striscia, a causa del freddo intenso. Le temperature notturne sono scese fino a 9 gradi e migliaia di persone, costrette a vivere in tende improvvisate, non hanno alcuna protezione adeguata contro vento e pioggia.

La Protezione civile di Gaza parla apertamente di “catastrofe”. Un recente sistema di bassa pressione ha distrutto o danneggiato migliaia di tende, già fragili perché realizzate con teli di plastica e tela sottile. Le autorità locali denunciano che Israele continua a limitare o impedire l’ingresso di beni essenziali come tende, moduli abitativi e materiali per le riparazioni, in violazione degli accordi di tregua e degli obblighi previsti dal diritto internazionale.

“Non è un’emergenza meteorologica, ma il risultato diretto del blocco e dello stop alla ricostruzione”, ha dichiarato un portavoce della Protezione civile, sottolineando come decine di migliaia di persone vivano ormai senza sicurezza né dignità. Secondo le Nazioni Unite, circa l’80 per cento degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, lasciando centinaia di migliaia di palestinesi senza casa.

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