In Cina ormai il 20% o forse più delle transazioni sul web avviene utilizzando le “criptomonete” o monete digitali che dir si voglia come i Bitcoin, un fenomeno che neppure la bancarotta dichiarata il 28 febbraio dal maggior broker mondiale, MtGox (che dopo aver mandato in fumo 850 mila Bitcoin, di cui circa 750mila degli utenti, ha fatto sapere con una nota di aver ritrovato in un file digitale 200mila Bitcoin, che al cambio attuale di circa 584 dollari per bitcoin, ovvero circa 619 euro, equivalgono a poco meno di 117 milioni di dollari, circa 85 milioni di euro) ha modificato di molto, come comprovano del resto quotazioni che, in calo di quasi il 50% dai picchi di oltre 1147 dollari di inizio dicembre erano scivolati sotto i 535 dollari proprio a seguito del crack di MtGox ma sono ora risalite solo 4 dollari sotto i valori a cui oscillavano nelle ore precedenti l’annuncio ufficiale.

Nel frattempo però le autorità iniziano ad osservare più da vicino i Bitcoin e i loro fratelli, che sebbene rappresentino una frazione infinitesima rispetto al valore complessivo dei 100 mila miliardi di dollari di titoli di debito esistenti al mondo piuttosto che dei 53.800 miliardi di dollari di titoli azionari (tutti espressi in valute ufficiali, valgono nel complesso comunque circa 16 miliardi di dollari (dieci dei quali rappresentati dai soli Bitcoin) solo contando le prime dieci più diffusecriptomonete”. In particolare dopo il mezz via libera giunto nei mesi scorsi dalla Federal Reseve come “mezzo di pagamento”, seguito dalla bocciatura da parte della banca centrale di Pechino che ne aveva negato lo status di moneta giudicandoli un prodotto finanziario, i Bitcoin sono stati giudicati anche dall’Irs (il fisco statunitense) non una moneta ma un bene.

Nel concreto questo significa che le transazioni effettuate utilizzando criptomonete come i Bitcoin fa scattare una tassazione nel momento in cui il “baratto” avviene sulla base di un “cambio” differente rispetto a quello originale al quale era stato acquistata la cripto moneta. Se ad esempio per comprare 2 dollari di caffè utilizzaste una frazione di Bitcoin che avevate “messo in portafoglio” quando quella stessa frazione (un bene digitale) valeva la metà di ora, sulla differenza l’acquirente dovrebbe pagare una tassazione sulla plusvalenza (ossia la differenza tra il valore a cui il bene-Bitcoin è stato acquistato e quello in base al quale è stato ceduto in cambio del caffè). Mentre il venditore si troverebbe tassato sul reddito generato dalla transazione, ossia sulla differenza tra i ricavi e i costi sostenuti per il prodotto o servizio venduto (oltre eventualmente ad essere tassato sulla plusvalenza tra il valore del caffè al momento in cui l’ha acquistato e quello a cui l’ha venduto).

Ora: il fatto che il fisco voglia mettere le sue mani su qualsiasi transazione generi valore aggiunto (o reddito) è sicuramente disincentivante e il rischio che l’esempio del fisco Usa sia seguito dalle autorità fiscali di altri stati è elevato. Tuttavia va rilevato che già oggi ogni transazione, commerciale o finanziaria che sia, che genera del plusvalore sia che sia effettuata tramite il meccanismo del baratto sia che preveda il pagamento di un corrispettivo in denaro è nella larga maggioranza dei casi sottoposta a una (o più) tassazioni. Da questo punto di vista dunque per i Bitcoin e i suoi cugini meno noti non cambia molto. Quelli che restano critici sono semmai altri aspetti che coincidono spesso con i presunti “pregi” che “rivoluzionari virtuali” di mezzo mondo attribuiscono alle criptomonete, a cominciare dalla mancanza di un’autorità centrale che ne governi la creazione.

Anche se gli algoritmi alla base delle criptomonete e i Bitcoin in particolare dovrebbero impedire che lo stesso Bitcoin possa essere utilizzato più volte da un identico soggetto per più transazioni, la possibilità di un hackeraggio del sistema, o di fallimenti di intermediari, resta concreta, come pure il rischio (che sembra essere stata in ultima analisi la ragione della presa di posizione dell’Irs) che possa nascere un mercato “nero” di cui possano servirsi organizzazioni criminali e contribuenti fiscali infedeli. In questo caso Bitcoin e compagni finirebbero con l’assomigliare molto da vicino al contante, non a caso da alcuni anni sottoposto a sempre più rigida regolamentazione in tutto il mondo, Italia compresa.

Di certo l’Irs sembra temere l’ipotesi tanto è vero che la definizione avrà effetto immediato e i suoi effetti si sentiranno su transazioni passate e future già dalle prossime dichiarazioni fiscali americane anche se l’Irs ha dichiarato di essere pronto a evitare sanzioni a quei contribuenti che abbiano effettuato transazioni in Bitcoin prima di questa decisione e siano in grado di addurre una “causa ragionevole” per la mancata o sottostimata indicazione della transazione stessa in dichiarazione.