“C'è questa regola dell'unanimità, secondo la quale tutti i 27 paesi dell'Ue devono essere d'accordo per cambiare il sistema fiscale. Paradossalmente, io credo sia necessario che qualcuno che inizi a cambiare le cose in modo unilaterale, nel suo Paese, così da aprire la strada a un coordinamento e infine a un accordo globale”. Parola di Gabriel Zucman, 34 anni, francese, docente di Economia alla University of California, considerato uno dei massimi esperti al mondo in tema di paradisi fiscali e consigliere economico di Bernie Sanders. Sono di Zucman, ad esempio, i numeri che nelle ultime settimane circolano sui media di mezzo mondo a proposito dei danni subiti dall'Italia (e da altri Paese europei) a causa dei paradisi fiscali. Allievo di Thomas Piketty, Zucman ha stimato di recente che nel solo 2017 le piazze offshore hanno sottratto all’Italia circa 7 miliardi di euro. Gran parte di questa somma (quasi il 90%) è stata persa a causa delle politiche fiscali di altri Paesi europei: Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Malta e Cipro. Un'ingiustizia che può essere risolta, ci ha spiegato Zucman quando l'abbiamo incontrato a Parigi, poco prima dell'inizio del lockdown.

Molti sostengono che la competizione fiscale fra i vari Stati dell'Ue sia giusta. Lei cosa ne pensa?
Penso che non sia sostenibile. Penso che se la Ue viene vista come sinonimo di competizione fiscale, con aliquote basse in quei Paesi che beneficiano maggiormente dell'integrazione europea, assisteremo a uno scollamento sempre maggiore tra la gente – tra la classe operaia e la classe media – e la stessa Unione europea. Già oggi questo divorzio è in atto. C'è disaffezione in molti paesi verso l'Ue, e questo dipende principalmente dall'incapacità, da parte delle istituzioni di Bruxelles, di costringere i grandi vincitori della globalizzazione a contribuire per ridurre le diseguaglianze. Il prossimo passo per la Ue deve essere quindi questo: fornire risposte concrete per risolvere il problema della competizione fiscale tra Stati, per andare verso un'armonizzazione fiscale, una politica fiscale comune. Il problema è come farlo. C'è questa regola dell'unanimità, secondo la quale tutti i 27 paesi dell'Ue devono essere d'accordo per cambiare il sistema fiscale. Paradossalmente, io credo sia necessario che qualcuno che inizi a cambiare le cose in modo unilaterale, nel suo Paese, così da aprire la strada a un coordinamento e infine a un accordo globale.

Qual è la proposta che lei ha teorizzato insieme al suo collega Emmanuel Saez?
Quello che sosteniamo è abbastanza semplice. Alcune multinazionali oggi hanno un deficit fiscale. In altre parole, pagano meno imposte rispetto a quelle che dovrebbero pagare se, diciamo, i loro profitti venissero tassati al 25% in ogni Paese in cui operano. Quello che sosteniamo noi è che ciascun Paese può scegliere di incassare questo deficit fiscale.

Ci fa un esempio di come funzionerebbe?
Si parte dal deficit fiscale, che ogni nazione oggi può calcolare. Poi si va a vedere dove la singola multinazionale vende i suoi prodotti, ad esempio dove vende la pubblicità, o beni materiali, o altri servizi. Queste informazioni sono già oggi nelle mani delle autorità fiscali dei vari Paesi. Quindi, se il 10% delle vendite di quella multinazionale avviene in Italia, l'Italia può fare questo: riscuotere quel 10% del deficit fiscale, e porre questa come condizione necessaria affinché la multinazionale possa continuare ad avere accesso al mercato italiano. È quello che si fa già oggi imponendo alle società il rispetto delle norme ambientali o sul diritto del lavoro. Si tratta quindi di aggiungere una condizione a quelle già esistenti, e cioè se hai un deficit fiscale devi pagare per avere il diritto di entrare nel nostro mercato.

Quali sarebbero le conseguenze a livello internazionale di una riforma del genere?
Se un Paese come l'Italia inizia a farlo, gli altri la seguiranno perché diranno: guarda, ci sono dei soldi sul tavolo, e possiamo prenderli anche noi, se iniziamo a raccogliere questo deficit fiscale delle multinazionali. A quel punto le multinazionali non avrebbero più alcun incentivo a registrare i loro profitti nei vari paradisi fiscali, perché le tasse bassissime che pagano ad esempio alle Bermuda sarebbero compensate da quelle riscosse dalla Germania, dall'Italia o dalla Francia. E così anche i paradisi fiscali non avrebbero più alcun incentivo ad offrire tassazioni bassissime alle multinazionali. Il risultato sarebbe la fine della competizione fiscale, della corsa al ribasso, della gara a chi offre maggiori sconti fiscali, e l'inizio invece di una gara al rialzo. E dunque, invece di competere sul dumping fiscale – che è  un genere di competizione molto nocivo per la maggioranza degli Stati – i vari Paesi dovrebbero competere per attirare le multinazionali  offrendo loro le migliori infrastrutture, i lavoratori più produttivi, le migliori università. Questa sarebbe una globalizzazione diversa, che porterebbe vantaggi alla classe media, ai lavoratori, e riconcilierebbe le persone con la globalizzazione.

Molti esperti dicono però che tutto questo è irrealizzabile. Lei invece nel suo libro, “Il trionfo dell'ingiustizia”, sostiene che questo già avviene in alcuni Paesi.
Corretto, succede già a livello locale. Succede in alcuni Stati degli Usa come la California, il New Jersey; in alcune province del Canada; in alcuni municipalità tedesche. Ognuno di questi enti ha la propria imposta societaria. Quello che fanno è usare delle formule – le cosiddette apportionment formula – per calcolare quanti profitti di una certa società devono essere tassati in quella giurisdizione. Ad esempio, se la California calcola che Coca Cola ha fatto il 10% del suo fatturato nazionale in California, Coca Cola deve pagare il 10% dei suoi profitti nazionali in California. Quello che diciamo è che si può estendere questa logica a livello internazionale, usando le stesse formule già collaudate de questi enti locali negli anni. Sappiamo che funziona tutto relativamente bene, quindi nessuno ci vieta di fare lo stesso a livello globale.

Perché crede che nessuna nazione finora abbia fatto qualcosa di simile?
Penso che succederà. Le sfide imposte dalla globalizzazione sono relativamente nuove. L'abitudine delle multinazionali di spostare i loro profitti nei paradisi fiscali, il fatto che il 40% dei loro profitti totali siano oggi registrati in paradisi fiscali, è un fenomeno relativamente nuovo, cominciato all'inizio del XXI secolo. È normale che ci vuole tempo per capire questi meccanismi e trovare soluzioni. L'altro fattore che frena il cambiamento è il fatto che ci sono nazioni e gruppi sociali che beneficiano dello status quo, che guadagnano da questa corsa al ribasso, dalla competizione fiscale. Credo quindi che sia necessario un dibattito pubblico più ampio su questo, per spiegare alcune cose. Chi beneficia di questo sistema? Soprattutto quelli che sono già i grandi vincitori della globalizzazione. Questo è sostenibile? No. Una volta che si inizierà a discutere pubblicamente di queste cose, vorrà dire che avremo iniziato a percorrere il sentiero che ci porterà ad adottare le soluzioni.

E se invece la competizione fiscale tra Stati proseguirà?
Se la gente percepisce che globalizzazione vuol dire necessariamente tasse più basse per i vincenti, non è sorprendente vedere poi reazioni protezioniste, xenofobiche, nazionaliste. D'altronde, questo non è effettivamente un processo sostenibile, e l'unico esito può essere il tentativo  di distruggere la globalizzazione da parte degli sconfitti, da parte chi in questa situazione continua a perdere. Per questo motivo è importante spiegare a tutte le persone che sostengono la globalizzazione, che invece è possibile conciliare globalizzazione e giustizia fiscale, globalizzazione e un sistema di tassazione realmente progressivo.