"Il decreto Dignità servirà a ridare diritti ai giovani precari sfruttati. Altri punti riguarderanno la sburocratizzazione del mondo delle imprese, la stretta sulle delocalizzazioni e poi il divieto di pubblicità sul gioco d'azzardo". Il vicepremier Luigi Di Maio, responsabile del provvedimento in quanto titolare del ministero del Lavoro, conferma i punti salienti del decreto Dignità, di cui aveva già parlato alcuni giorni fa. Il ministro dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro, aveva specificato in mattinata alcune misure come "l'abolizione del redditometro, dello spesometro e tutte quelle misure che chiedono le imprese". Sulle tempistiche e sulle voci di un possibile slittamento, Di Maio spiega che il decreto "è un punto di partenza e se è pronto per stasera arriva stasera, sta facendo il giro delle ‘sette chiese', bollinature varie. Il testo è pronto deve essere solo vidimato dai 1000 organi di questo paese". Le bozze in circolazione in questo momento sono costituite da 11 articoli. In particolare si andrebbe a incidere sulle norme del Decreto Poletti sul lavoro, spesso con un ritorno al passato rispetto alle liberalizzazioni della riforma renziana.

I contratti a termine dopo il decreto Dignità

Verrebbe confermata la stipula del primo contratto a tempo determinato di durata massima di 12 mesi, senza l'indicazione di causali, che però scatterebbero – questa la novità – a partire dal primo rinnovo. Per giustificare i rinnovi verrebbero reintrodotti tre tipi di causali: in caso di esigenze temporanee ed oggettive (comprese le sostituzioni), estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro; per incrementi temporanei, significativi e non programmabili d’attività; connesse a lavorazioni e a picchi di attività stagionali, individuati con decreto del ministero del Lavoro. Resterebbe in vigore il tetto massimo di 36 mesi continuativi di contratto a termine, ma ogni rinnovo, dopo il secondo, avrà un costo contributivo crescente dello 0,5% (in versioni precedenti era l'1%). Le proroghe tornano dalle attuali cinque a quattro. Si parla poi di un ritorno da 180 a 270 giorni del periodo in cui è possibile impugnare il contratto a termine in tribunale. Queste disposizioni riguarderanno i contratti già in essere, senza periodi transitori (che dovrebbe invece essere presente per i contratti di somministrazione in corso).

Il lavoro a somministrazione 

Un aspetto importante del decreto dovrebbe essere quello relativo all'ex lavoro interinale, una tipologia di contratto in base al quale un'impresa (utilizzatrice) può richiedere manodopera ad agenzie autorizzate (somministratori) iscritte a un Albo del Ministero del Lavoro. Verrebbe abolita la somministrazione a tempo indeterminato, mentre quella a tempo determinato avrà un costo contributivo crescente dello 0,5% per ogni rinnovo, dopo il secondo. Inoltre la somministrazione sarà conteggiata nel limite del 20% alle assunzioni con contratti a tempo determinato per ogni datore di lavoro (oggi i limiti sono definiti dai contratti).

Multe per chi delocalizza

Le imprese che trasferiscono le proprie attività all'estero saranno obbligate a restituire gli aiuti ricevuti dallo Stato nei dieci anni precedenti, anche se il trasferimento avviene all'interno dei confini dell'Unione Europea (nei giorni scorsi il predecessore di Di Maio, Carlo Calenda aveva infatti ricordato che la norma esiste già, ma limitata ai casi extra Ue). Il contributo dovrà poi essere restituito con gli interessi, maggiorati fino al 5%. Sarà prevista una sanzione da due a quattro volte l’importo degli aiuti. Le nuove norme interesserebbero anche l’iperammortamento fiscale di Industria 4.0 (gli aiuti sugli investimenti effettuati dalle imprese nei settori più innovativi): nel caso le imprese che vendano o spostino all’estero quanto acquistato grazie agli incentivi saranno costrette a restituire gradualmente l'importo percepito.

Revoca incentivi pubblici alle aziende che licenziano

Dovranno essere restituiti (totalmente o parzialmente in base alle situazioni e alle dimensioni) gli incentivi pubblici in caso di riduzione prima di dieci anni dei livelli occupazionali da parte delle imprese beneficiarie. La norma interesserebbe quegli aiuti "che prevedono la valutazione dell’impatto occupazionale ai fini dell’attribuzione dei benefici", ma anche nei casi in cui la riduzione dell’occupazione abbia impatti industriali o economici.

Misure fiscali

Le misure fiscali dovrebbero essere essenzialmente tre, anche se il nodo continua a rimanere quello delle coperture. Si punterebbe a prorogare di sei mesi, al primo gennaio 2019, l’entrata in vigore dell'obbligo della fattura elettronica per i benzinai. Nel caso in cui il provvedimento riguardasse tutta la filiera, si parla di un mancato gettito di 200 milioni, mentre se dovesse valere solo per la vendita al dettaglio il costo oscillerebbe tra i 30 e i 50 milioni di euro. Dovrebbero poi essere adottati dei "correttivi allo split payment", ossia il pagamento dell'Iva direttamente da parte dell'amministrazione pubblica invece che dal fornitore da cui acquista beni o servizi. Se la scelta riguardasse solo i professionisti, l'impatto sarebbe di circa 35 milioni mentre i costi salirebbero di molto costoso se venisse estesa a tutti i fornitori. Verrebbe abolito lo spesometro (l'obbligo per gli operatori finanziari e i commercianti di comunicare all'Agenzia delle Entrate il codice fiscale di chi effettua acquisti oltre una certa soglia) e rinviato al 31 dicembre l’invio cumulato dei dati (la prossima scadenza sarebbe stata settembre).

Gioco d'azzardo

Sul contrasto alla ludopatia, uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle, sarebbe previsto il blocco totale degli spot sul gioco d’azzardo, che dal 2019 scatterebbe anche sulle sponsorizzazioni e "tutte le forme di comunicazione" comprese "citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli". Le multe saranno del "5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità" comunque di "importo minimo di 50.000 euro" e i fondi raccolti saranno devoluti al fondo per il contrasto al gioco d’azzardo patologico.

Decreto Dignità, le reazioni

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha criticato il contenuto del decreto perché "perché l’occupazione non si genera irrigidendo le regole. Sono solo elementi formali che non porteranno alcuna positività, compresa anche l’idea sulle causali. Bella la forma ma la sostanza non la vediamo". Confcommercio parla di un possibile aumento del contenzioso e auspica un coinvolgimento delle parti sociali, invece di agire per decreto.

La rappresentanza delle agenzie di settore difende la tipologia di contratto a somministrazione:

Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d'Italia, parla di un decreto che ha "un'impostazione da partito comunista, con lavoratori sfruttati e imprenditori cattivi. La precarietà non si combatte per decreto ma mettendo al centro gli imprenditori". Per Giorgio Cremaschi, ex leader della Fiom e oggi in Potere al Popolo, "non basta solo l'annuncio, i provvedimenti bisogna andarli a vedere"  e comunque anche dagli annunci sembra prevalere l'idea di "un ritocco dei contratti a termini ma lasciando inalterata la sostanza del Jobs Act". Una posizione paradossalmente non dissimile da quella del deputato PD Luigi Marattin, economista e consigliere economico di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio durante la scorsa legislatura. Sulla stretta sui rinnovi dei contratti a termine, Marattin ha dichiarato ironicamente ieri "se è questa l'abolizione del Job Act…" , mentre per le misure fiscali "lo spesometro lo ha già abolito il governo precedente con le comunicazioni trimestrali dell'Iva", qualcosa che gli somiglia, ma in prospettiva si sarebbe passati "a comunicazioni semestrali fino al completo annullamento con l'entrata a regime della fatturazione elettronica"; critiche anche sulle norme contro le delocalizzazioni: "Se pensiamo che si possa dire alle aziende di non muoversi all'interno dell'Ue o allo Stato di controllarle, stiamo dicendo qualcosa che solletica la pancia di chi sta male ma non sono soluzioni reali". Marta Fana, ricercatrice in economia a Sciences Po Parigi a autrice di "Non è lavoro, è sfruttamento", parla del decreto come di "fumo negli occhi":

L'intenzione di reintrodurre le causali per il tempo determinato (cosa buona e giusta) viene posta dopo il primo anno di contratti. Peccato che il 78% dei contratti a termine non dura più di 365 giorni. Questo significa che razionalmente lì dove possono le imprese continueranno a fare contratti brevi, facendo ruotare i lavoratori, quindi quelli sopra un anno diminuiranno. Magari non succede, ma in ogni caso non si è risolto il problema principale: eliminare i contratti di breve durata che producono ricattabilità, vulnerabilità economica, scarsi salari e così via. Lo stesso vale per la somministrazione (che è gestita ormai da una vera a propria lobby).

Concorda con la Fana sulla scarsa incisività del provvedimento, Francesco Seghezzi, Direttore della Fondazione ADAPT fondata da Marco Biagi e ricercatore all'Università di Modena e Reggio Emilia, che sottolinea lo scarso numero dei contratti a termine di oltre 12 mesi.

Michele Tiraboschi, giuslavorista allievo di Marco Biagi, critica duramente l'abolizione della somministrazione lavoro a tempo indeterminato, "la forma più garantita di lavoro".