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24 Ottobre 2011
16:36

Teatro Valle, ovvero quando l’occupazione diventa bene comune (REPORTAGE ESCLUSIVO)

Continua l’occupazione del Teatro Valle di Roma, una protesta che dura da oltre 4 mesi ed è diventata un vero simbolo, un laboratorio unico: creare nuovi modelli di gestione basati sulla libera partecipazione è possibile.
A cura di Enrico Nocera
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“Il 14 giugno 2011 è stato occupato il Teatro Valle di Roma”. Questo l’annuncio che quattro mesi fa inaugura il nuovo corso dello storico teatro settecentesco della Capitale. Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo protestano contro la politica culturale dell’attuale governo, che con la Finanziaria varata in agosto cancella l’Ente Teatrale Italiano, chiudendo i rubinetti del finanziamento pubblico. “Questo significa – continuano gli occupanti – che il Teatro Valle rischia di venire affidato a privati che ne tradiscano l’identità di spazio dedicato alla scena contemporanea con respiro internazionale”. Chi immagina barricate e cariche di polizia è, però, fuori strada: la protesta degli attori e di tutti i lavoratori del teatro romano è progettuale, oltre che pacifica. L’intento degli occupanti è, infatti, quello di creare nuovi modelli di gestione, basati sulla libera partecipazione di chiunque voglia contribuire. “Il modello cui pensiamo – dice Ugo Mattei, giurista di fama internazionale e promotore del nuovo statuto del Teatro Valle – è quello dell’assemblea, cui spettano le decisioni sulla gestione artistica. Non ci sarà nessuno che prenderà il sopravvento sugli altri solo perché, magari, ha messo più soldi. Il mio voto vale come quello di tutti gli altri”. Questi i progetti per il futuro.

Il Teatro Valle di Roma: un modello "radicalmente alternativo"

Dopo oltre 4 mesi di occupazione, uno spazio culturale mai così vivo

Il presente, intanto, racconta di uno spazio culturale mai così vivo. Basta fare un giro lungo le strade del centro storico romano per capire come la cittadinanza, non solo romana, abbia riscoperto questo antico teatro che vide, ai primi del Novecento, la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. Dalle iniziative per coinvolgere il pubblico, come i laboratori di scrittura, editoria, recitazione e danza, ai reading librari e fumettistici. E poi concerti, rassegne cinematografiche, mostre fotografiche, seminari. Definire il Valle Occupato solo come un teatro pare quindi riduttivo. Anche uno sguardo agli ospiti che, in questi quattro mesi, si sono alternati sul palco conferma questa sensazione: Niccolò Fabi, Sergio Staino, Stefano Bollani, Nanni Moretti, Silvio Orlando, Stefano Rodotà, Peter Stein, Paolo Rossi, Giorgio Agamben e Renzo Arbore sono solo alcuni dei nomi con cui il Valle Occupato ha potuto arricchire il suo variegato cartellone. Tutto a sottoscrizione libera, perché chiunque possa contribuire con ciò che ha al mantenimento del “bene comune”, così come i lavoratori dello spettacolo definiscono il teatro.

“Le risposte giunte dal sindaco Alemanno non ci soddisfano – affermano gli occupanti – perché non chiudono del tutto le porte all’ingresso dei privati nella proprietà del teatro. La nostra proposta di fondazione è del tutto diversa. Quando sarà completamente definita la presenteremo agli enti locali competenti per stabilire un confronto”. L’obiettivo non è, infatti, quello di tagliare fuori le istituzioni. Regione, Provincia e Comune, nelle intenzioni di chi occupa, saranno interlocutore privilegiato per quanto riguarda il sostegno economico. Una prospettiva che, allo stato attuale delle cose, rischia di apparire come semplice utopia: “Il sistema culturale italiano è in uno stato di continua emergenza – come ammettono gli stessi attori – gravato dai continui tagli non solo alla cultura, ma alla scuola, all’università e alla ricerca e dall’assenza di un progetto politico che miri ad impegnarsi nell’attuazione di riforme che portino a soluzioni efficaci e definitive”.

Come conciliare, allora, le richieste degli occupanti e le politiche di chi, in questo momento, governa Roma, il Lazio e l’Italia intera? “Il nostro lavoro produce ricchezza – ci dicono – ricchezza che non viene redistribuita in alcun modo, né in termini di finanziamento, né in termini di reddito”. Con la cultura, insomma, si mangia eccome, secondo gli artisti. Che ora vogliono vedere tutelati i propri diritti di lavoratori. Fino ad allora il Teatro Valle resterà luogo occupato e aperto al tempo stesso, fucina di idee e progetti cui, forse, si comincia a dare un contenuto che vada oltre la romantica teoria delle intenzioni.

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