La visita del Capo dello Stato Sergio Mattarella a Trieste, che si concluderà con un Protocollo di intesa che prevede un percorso che si concluderà con la restituzione del Narodni Dom, (Casa del Popolo) alla minoranza slovena in Italia, può già definirsi storica. Il 13 luglio del 1920 infatti, dopo un comizio in piazza Unità d'Italia, fascisti e nazionalisti attaccarono una ventina di attività pubbliche gestite dalla comunità slovena, il consolato jugoslavo e, soprattutto, il Narodni dom, cuore culturale di quella comunità che venne distrutto.

Oggi, quindi, ricorre il centesimo anniversario di quei fatti e alla presenza dei Capi di Stato Sergio Mattarella e Borut Pahor, il complesso, verrà restituito alla comunità slovena. Un atto doveroso, che tuttavia non ha mancato di suscitare diverse polemiche nella destra locale, in aspra polemica sulle ragioni storiche dell’evento e che rischiano di macchiare una significativa svolta storica di riappacificazione e di identità di vedute tra i due paesi.

Ciò, soprattutto in ragione delle diverse ricostruzioni storiche che ancora si affastellano attorno a quest'evento, dimostra come i fatti del 13 luglio 1920 bruciano ancora, a Trieste, un secolo dopo. Questo perché Trieste è un luogo fortemente simbolico. La città è stato spesso il segno di storie opposte e in conflitto, luogo di confine e divisione, tra cui quella relativa alle foibe, ancora oggi contestata da una parte e dall'altra, o assurdamente strumentalizzata da chi vuole equiparare fascismo e comunismo.

Per tutti questi motivi la scelta del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non riguarda solo gli italiani, riguarda egualmente tutte le altre presenze nazionali in quel vasto territorio che è segnato da molti luoghi di memoria intrisi di sangue, tra cui Basovizza, l’isola di Arbe, Fiume, la Risiera di San Sabba. Quattro luoghi molto vicini tra loro che, tutti insieme, raccontano il Novecento e il sangue versato in nome di assurdi totalitarismi.