Riemerge dalle sabbie d’Egitto il tempio a valle del faraone Nyuserra: “Parte del santuario del dio Sole”

Il portale in quarzite rossa perfettamente conservato era una delle entrate per i sacerdoti, poiché qui iniziava un percorso sacro che dalla riva del Nilo li avrebbe portati fino al tempio sulla collinetta. L’ultima scoperta ad Abu Ghurab, a una ventina di chilometri a sud del Cairo, sito tra i più importanti dell’Antico Regno, rivela nuovi dettagli sui complessi solari egizi e soprattutto sul loro prolungamento a valle. Ci sono volute due campagne di scavo, pari a sei mesi di lavoro, per liberare quasi la metà del tempio inferiore di Nyuserra, faraone vissuto nella metà del terzo millennio a.C.
Una fatica dovuta alla difficoltà di rimuovere i circa due metri di sabbia del deserto e uno di fango indurito delle piene del Nilo dai resti di una struttura già individuata alla fine dell’Ottocento e poi inghiottita di nuovo dal tempo. La missione guidata da due egittologi napoletani ha permesso che la parte bassa del complesso cultuale del faraone Nyuserra, in antichità lambita dal sacro fiume, fornisse ulteriori informazioni sulla storia di uno dei più antichi santuari d’Egitto dedicati al culto del dio sole Ra.
Cos’erano i templi solari
"È uno dei sei templi solari, costruiti nell’arco di sessant’anni, conosciuti dalle fonti epigrafiche, e il meglio conservato – spiega Massimiliano Nuzzolo, professore associato di Egittologia all’Università degli studi di Torino, condirettore dello scavo insieme a Rosanna Pirelli dell’Università Orientale di Napoli -. Solo due sono stati localizzati con certezza, ma l’altro santuario, quello di Userkaf, scoperto negli anni Cinquanta del secolo scorso, è oggi in pessime condizioni". Questi monumenti rivestivano un ruolo fondamentale nel culto destinato al faraone ed erano ubicati sulla riva ovest del Nilo, vicino ai più noti complessi funerari dei sovrani, le piramidi, luoghi invece di sepoltura. "Mentre la piramide – puntualizza l’egittologo – era il simbolo della rinascita oltre la morte del faraone, il mezzo attraverso il quale egli eternava la sua presenza nella comunità umana, il tempio solare invece era l’orizzonte del trionfo del re nella sua immedesimazione con il dio supremo Ra. Siamo nel 2450 a.C. circa, è proprio in questo periodo, tra IV e V dinastia, che si concretizza tale processo di definizione dell’ideologia regale: il sovrano non è il rappresentante del dio, ma già in vita ne condivide la sua stessa natura".
Il faraone Nyuserra
"Colui che appartiene al potere di Ra": questo il significato di Nyuserra, nome che esprime in forma programmatica il legame diretto tra il sovrano e la divinità solare. "È il sesto faraone della V dinastia – chiarisce Nuzzolo -, ma in assoluto è uno dei più significativi del terzo millennio, perché è un innovatore, sia dal punto di vista religioso che dell’architettura. È lui che sviluppa in maniera completa quest'idea del faraone come figlio del dio Sole Ra. Portatore di una svolta religiosa notevole, una sorta di ‘antesignano' dell’eretico Akhenaton. Non arriva alla codificazione di un unico dio cancellando tutte le altre divinità, ma teorizza che queste sono una manifestazione del dio Sole, il quale è l’unico vero dio, di cui il faraone è il figlio. Di lì a poco, nel giro di due generazioni, i testi sulle pareti delle piramidi non faranno altro che mettere per iscritto questa concezione". Sotto l’imponente obelisco, cioè il simbolo del dio Sole, non si celebrava quindi solo Ra, ma anche la sacralità della funzione regale. Sacralità che dal dio proveniva e si incarnava nel sovrano dell’Alto e Basso Egitto, Nyuserra.
La storia dello scavo
Il primo a visitare il suo complesso funerario fu nell’Ottocento Karl Richard Lepsius, seguito da John Shae Perring. Ricerche superficiali che agli inizi del XX secolo l’archeologo tedesco Ludwig Borchardt, noto al grande pubblico per la scoperta del famoso busto di Nefertiti, approfondì. "Nyuserra si fece costruire il tempio superiore, che rivaleggiava con le piramidi, grande più di un campo di calcio – illustra Nuzzolo -. Qui durante la campagna del 2022 abbiamo scoperto un edificio in mattoni crudi, più piccolo e innalzato forse da suo fratello, precedente a quello individuato da Borchardt che si limitò all’analisi della parte monumentale in pietra, rinvenendo i numerosissimi blocchi decorati, reperti eccezionali che oggi impreziosiscono lo Staatliche Sammlung Ägyptischer Kunst Museum di Monaco di Baviera e lo Staatlicle Museum di Berlino".

La moderna missione
Un sito archeologico è depositario degli interventi e dei saperi dell’uomo da leggere stratigraficamente, ma è anche la storia dello scavo, cioè di chi è riuscito a decifrare questi elementi depositati. La missione italiana opera sul sito di Abu Ghurab dal 2010. "Siamo stati noi a far ripartire le ricerche – racconta Rosanna Pirelli, docente di Egittologia e Archeologia egiziana all’Università Orientale di Napoli, che guida la spedizione con Nuzzolo -. La planimetria generale di Borchardt è ancora affidabile, un punto di partenza imprescindibile, ma quella in dettaglio necessitava di ulteriori approfondimenti sul campo. Grazie all’odierna tecnologia per il rilievo (stazione totale, laser scanner 3D, acquisizione di immagini radar tramite l’Agenzia Spaziale Italiana e quella canadese) abbiamo intrapreso un’indagine topografica di tutto il complesso cultuale nei pressi dell’odierno villaggio di Abusir, a metà strada tra Giza e Saqqara, lungo l’importante asse monumentale della necropoli di Menfi, l’antica capitale dell’Egitto".
Le difficoltà del cantiere a valle
La capillare ricognizione dell'area ha avuto come obiettivo quello di "operare un riesame globale dei dati archeologici ancora disponibili in situ". "Il tempio inferiore è stato da noi indagato negli ultimi due anni – continua Pirelli -. Borchardt aveva identificato una parte della struttura, disegnando un'ipotesi ricostruttiva molto accurata, ma dovette fermarsi dopo due settimane di lavoro a causa dell'elevato livello della falda freatica". Un processo di documentazione e comprensione ancora in corso, dunque, e che prende mosse dalle investigazioni dell'archeologo tedesco che un secolo fa scriveva: "Poiché il pavimento era sommerso, non abbiamo potuto esaminarlo con la stessa precisione con cui era stato fatto nel tempio stesso". "Le attuali condizioni ambientali – evidenzia l’egittologa – sono mutate a causa degli effetti della grande diga di Assuan, che ha ridotto la portata dell’acqua a monte impedendo le inondazioni un tempo caratterizzanti questo territorio, e a causa dei cambiamenti climatici e dello spostamento del corso del Nilo verso est. La falda è scesa di circa cinque metri, siamo potuti arrivare al livello di fondazione, cioè cinque metri e settanta da quello di calpestio attuale. Ed è stato così possibile raggiungere il pavimento originario in calcare".
Il tempio "inferiore" e la sua funzione
Mille sono i metri quadrati finora scavati nell’area del tempio a valle, che doveva essere alto più di cinque metri. In genere, il complesso templare, dove si venerava il sole stesso attraverso spazi aperti, altari e cammini rituali, era caratterizzato, come le coeve piramidi, da una lunga rampa processionale che univa il tempio superiore a quello inferiore. "Il tempio a valle era l’edificio più vicino al Nilo o a un suo canale – spiega Pirelli -, il punto di contatto tra mondo umano e divino, la soglia da cui cominciava il percorso cerimoniale ascendente che dalla riva del fiume conduceva al santuario solare vero e proprio, collocato sull’altura al confine con il deserto. Qui attraccavano le imbarcazioni, arrivavano i visitatori, i sacerdoti, il personale che provvedeva al rifornimento di materiali e offerte. Il tempio basso di Nyuserra distava circa trecento-quattrocento metri da quello in alto. Era l’approdo dei devoti e delle merci".

I ritrovamenti
Incroci, sovrapposizioni, permanenze. I reperti rinvenuti raccontano dell’architettura sacra e delle pratiche cultuali di un Egitto maestoso, ma anche di insediamenti abitativi che seguirono. "Oltre a colonne in calcare e granito, sono riemersi – espone il professore Nuzzolo – un architrave intero, con i frammenti del muro di facciata, che menziona il nome di Nyuserra. Sui blocchi decorati, trovati per l’appunto nell’area del portico di ingresso, sono invece nominate in geroglifico alcune feste religiose, come quella di Sokar e di Min o la processione di Ra. Una sorta di lungo calendario festivo, per meglio dire un elenco pubblico con le indicazioni delle feste a cui partecipava tutta la comunità locale. Si tratta della prima attestazione di iscrizioni del genere perché, ad esempio, il calendario del faraone Ramesse III a Medinet Habu, risale ad un periodo molto posteriore". Le indagini stratigrafiche hanno inoltre evidenziato che il complesso, dopo un utilizzo cultuale della durata di circa un secolo, fu abbandonato.
Da tempio a insediamento abitativo
"Nella parte interna del tempio – specifica Nuzzolo – abbiamo rintracciato evidenze archeologiche della cultura materiale che attestano l’uso successivo a quello sacro. Il tempio a valle viene rioccupato e rifunzionalizzato come insediamento abitativo da comunità locali per un periodo di oltre tre secoli". Ma perché fu abbandonato? "Perché il culto solare si affievolì – risponde Nuzzolo -, i faraoni della VI dinastia lasciarono la zona di Abusir e Abu Ghurab, anche Giza fu parzialmente abbandonata, e si spostarono verso sud, nella zona più meridionale di Saqqara, vicino a Dahshur. Nello stesso periodo il riadattamento degli spazi sacri si verifica anche nei templi a valle di Chefren e Micerino a Giza". Pirelli sottolinea che "spesso, soprattutto in età tarda, quando i templi cadono in disuso, dentro la cinta muraria si costruiscono abitazioni, come succede per i templi del Nuovo Regno a Tebe, in particolare in quello di Ramesse III a Medinet Habu; poteva trattarsi di case o centri di produzione, nel nostro caso è ancora presto per capirlo". E quali sono queste evidenze archeologiche? "Ceramica da cucina – prosegue Nuzzolo – e databile tra la fine della VI dinastia e gli inizi del Medio Regno, insieme ad oggetti di vita quotidiana".
Non solo Egitto faraonico
Si attende ora la terza campagna di scavo presso il tempio a valle prevista per la prossima primavera. Il progetto è finanziato dall’Università di Torino, dall’Orientale di Napoli e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, grazie ai permessi rilasciati dal Ministero Egiziano delle Antichità e del Turismo (MoTA), con il supporto tecnico-operativo dell’Ispettorato di Saqqara, responsabile dell’area archeologica di Abu Ghurab. Il team internazionale, composto da una quarantina di professionisti tra archeologi, architetti, topografi, paleobotanici e archeozoologi provenienti da tutto il mondo, beneficia altresì del sostegno dell’Ambasciata d'Italia in Egitto e dell’Istituto Italiano di Cultura al Cairo. "Tra le testimonianze di vita quotidiana abbiamo rinvenuto due pedine del senet – conclude Nuzzolo -, uno dei più antichi giochi da tavolo conosciuti, antenato del backgammon. Il senet è molto comune nelle tombe egizie, faceva parte del corredo che il defunto portava con sé nell’aldilà e infatti gli esemplari ritrovati sono sempre in pietra. Qui è di legno, cioè usato nella vita terrena. Non esiste solo l’Egitto faraonico e monumentale, legato al sovrano, ma c’è un mondo di genuina ordinarietà, fatto di azioni semplici che ci restituiscono la realtà popolare di quei tempi antichi".
Una memoria a più voci
"Si parla sempre di grandi monumenti perché le tombe si sono conservate in quanto realizzate per durare in eterno – chiosa Pirelli -, mentre le abitazioni erano costruite in mattoni crudi, facilmente deperibili, quindi ne abbiamo un’evidenza archeologica molto ridotta. Ma l’archeologia urbana in Egitto è assai sviluppata, basti pensare alle città di Avaris, di Elefantina, al villaggio operaio di Deir el-Medina. Nostro compito è ampliare la ricerca in una prospettiva metodologica dove nessun elemento viene reputato inutile per la ricostruzione della Storia".