Perché Watchmen ha rivoluzionato il fumetto supereroistico

Il 1986 è stato un anno fondamentale per il fumetto. Negli Stati Uniti sono stati pubblicati Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons e Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller, mentre in Italia ha fatto il suo esordio Dylan Dog, la serie della Sergio Bonelli Editore creata da Tiziano Sclavi. È evidente che quell’anno si è trovato al centro di tanti cambiamenti e, in un certo senso, ha fatto quasi da spartiacque tra una cultura legata agli anni Settanta e un’altra, più moderna e avanguardistica, rivolta prepotentemente verso gli anni Novanta. Nel 1986 era ancora in corso la guerra fredda e nel dibattito pubblico si parlava di autoritarismi e stati di polizia (una cosa, va detto, non così dissimile da quello che sta succedendo oggi). La guerra in Vietnam era finita, sì, ma aveva lasciato un segno profondo nelle coscienze degli americani. Allo stesso tempo, se guardiamo alla specificità italiana, possiamo notare una compressione profonda della sfera pubblica e un’attenzione maggiore per il singolo individuo.
Nel 1986 andava in onda “Drive In” di Antonio Ricci e le televisioni di Silvio Berlusconi stravolgevano completamente l’immaginario degli spettatori. Un personaggio come Dylan Dog finì per rappresentare una piccola, grande rivoluzione. Non solo per il fumetto. Permise di affrontare temi attuali e di sollevare discussioni e confronti. E più volte costrinse la politica a intervenire e a prendere posizione. È quindi estremamente interessante provare ad analizzare il 1986 nella sua complessità, prendendo in considerazione tutte e tre queste opere. Cominciamo con Watchmen, che è diventata rapidamente un’opera cult, apprezzata dai lettori e capace di cambiare – se in tutto o in parte dipende dai punti di vista – un particolare modo di raccontare le storie.
Contrariamente a quanto sostengono alcuni addetti ai lavori, Watchmen non è un graphic novel né tantomeno un volume autoconclusivo. È nata come serie di dodici numeri, ed è stata pubblicata nel corso del 1986 e del 1987 dalla DC Comics. In Italia, prima di essere stampata in un’edizione definitiva, è stata pubblicata sulla rivista Corto Maltese. Il volume completo di Watchmen è uscito solo alcuni anni più tardi, nel 1993. La storia scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons è un’ucronia: una storia, cioè, ambientata in un universo alternativo, dove le cose sono andate diversamente. Vengono esplorate nello stesso momento due trame: una che potremmo definire verticale, perché si concentra su una situazione piuttosto specifica, e un’altra che prende in esame il contesto globale, con gli Stati Uniti prossimi a una guerra nucleare con la Russia.
Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere di un ex-vigilante: il Comico. In questa realtà Nixon è al suo quinto mandato presidenziale e gli Stati Uniti hanno vinto la guerra del Vietnam grazie al contributo fondamentale di un superumano, il dottor Manhattan. Nell’universo narrativo immaginato da Moore, i supereroi, individui dotati di capacità straordinarie, sono la normalità. Su questo, però, è necessario fare una piccola (ma importante) precisazione: l’unico essere ad avere effettivamente dei poteri è il dottor Manhattan. Gli altri vigilanti sono o individui particolarmente abili nella lotta corpo a corpo o dotati di caratteristiche abbastanza uniche (come, per esempio, quella di essere l’uomo più intelligente della Terra).
Mentre Rorschach, un altro vigilante, indaga sulla morte del Comico, scopriamo che ci sono complotti e trame decisamente più ingarbugliate. Moore, però, non esagera. Aiutato dai disegni di Gibbons, che cercano una concretezza e una coerenza visiva evidente, mette in scena una storia che indaga temi come l’assolutismo, la violenza, la società e il senso di giustizia. Il dilemma morale che affligge i protagonisti di Watchmen riflette una questione decisamente più ampia, che riguarda proprio la pace e la preservazione della vita umana. Watchmen è un fumetto complesso, ma non perché particolarmente ostico da comprendere o ricco di dettagli eccessivi e spesso inutili. È complesso perché affronta più cose nello stesso tempo e perché non si nasconde mai dietro la densità narrativa. Al contrario la sfrutta a proprio vantaggio per coinvolgere il lettore e porre dei quesiti fondamentali. Con Watchmen Moore non ha mai voluto esaltare la violenza o romanticizzarla. Ha provato a fare l’esatto opposto: prenderla per ciò che è, presentarla nella sua brutalità, e ribadire che non ci sono eroi assolutamente innocenti o cattivi completamente mostruosi.

Con il senno di poi, questa affermazione può suonare ovvia e a tratti addirittura banale. Ma è importante ricordare quello che, per tanto tempo, è stato il fumetto supereroistico americano, con una distinzione profonda dei ruoli e delle gerarchie. Moore decostruisce il supereroe come figura pura e incapace di violenza gratuita, e affronta quello che è il peso dell’autorità. Il genere supereroistico, nelle mani di Moore, diventa uno strumento di riflessione profonda sulla società e sulle sue regole. Se poi consideriamo anche l’impostazione registica di Watchmen, possiamo notare chiaramente le tante trovate narrative sintetizzate e sviluppate da Moore, proprio per rendere il racconto avvincente e, soprattutto, appassionante. La divisione in vignette, la gestione degli spazi, il modo in cui le immagini lavorano insieme, alternando particolari a inquadrature più ampie, sono solo alcuni degli elementi principali del lavoro fatto da Moore e da Gibbons, che è stato a sua volta in grado di raggiungere una sintesi stilistica e visiva decisiva, mettendosi a completa disposizione della storia.
Sebbene Watchmen nasca come serie a fumetti, i vari episodi funzionano in modo organico, senza dover ritornare spesso su determinati passaggi o dover spiegare nei minimi dettagli le scelte narrative fatte. In alcuni momenti Watchmen si affida completamente al lettore e alla sua capacità di cogliere a fondo la profondità di particolari questioni. Moore è cresciuto leggendo le storie di supereroi (se volete saperne di più, vi consigliamo di recuperare il documentario di Olorin23, disponibile su Youtube e intitolato “L’autore che ha rivoluzionato il fumetto”). E ne è stato profondamente condizionato. Con Watchmen ha voluto creare qualcosa di diverso e, allo stesso tempo, in continuità con il suo pensiero e la sua visione artistica. I personaggi di questo fumetto derivano tutti, chi più e chi meno, da archetipi narrativi, presenti già in altre storie e in altri volumi. Sono una distorsione voluta e abbastanza conclamata di diversi tipi di supereroe: il detective, l’eroe più intelligente; il puro di cuore, l’eroina pronta a fare la sua parte.
Moore e Gibbons hanno sempre fatto il massimo per trovare un’interpretazione differente e più interessante del genere. Sia dal punto di vista narrativo, quindi con una caratterizzazione precisa e facilmente apprezzabile dei singoli personaggi, sia da un punto di vista grafico, con una costruzione dei corpi e della fisionomia dei volti chiara ma non per questo appiattente o approssimativa. Watchmen ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un punto di svolta all’interno della produzione fumettistica mondiale. Perché non è mai una cosa sola e non si accontenta di fare le scelte più ovvie o più facili da intuire e anticipare. In Watchmen si parla di violenza, di potere e di ricordi. Si parla di politica e di umanità. Intesa sia come gruppo di persone che vive sulla Terra sia come insieme di elementi e di caratteristiche proprie che rendono unico un individuo.
Il dottor Manhattan, in questo senso, ribadisce un punto fondamentale: avere tanto potere ti allontana dagli altri, ti priva dei tuoi sentimenti e della tua emotività come persona. E così l’eroe, il supereroe anzi, non diventa un’esaltazione di tutto ciò che c’è di buono nel singolo individuo, ma al contrario diventa una sua negazione: il solo modo per fare la cosa giusta è non tenerci, è essere quasi estraneo a determinate dinamiche. Un altro esempio è rappresentato da Ozymandias, quello che da tutti viene considerato come l’uomo più intelligente del mondo. Non è cinico e non è neppure completamente disinteressato a ciò che succede intorno a lui. Eppure non esita a prendere decisioni che potremmo definire disumane.
Rorschach, al contrario, incarna l’esatto opposto: è pronto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, è incapace di scendere a compromessi e soprattutto è convinto di una sua personalissima visione di giustizia e, parallelamente, di giustezza. Torna quello che dicevamo poco fa, e cioè l’intenzione di Moore e Gibbons di decostruire il supereroe tradizionale e di trasformarlo in qualcos’altro: qualcosa di più estremo, di diverso, qualcosa capace di rispecchiare l’attualità e i dilemmi morali più stringenti e urgenti, come quelli sul potere e l’autorità.
Con Watchmen, il fumetto è stato portato a un altro livello, in cui disegno e parole collaborano costantemente per dare al lettore tutti gli strumenti di cui può aver bisogno per comprendere appieno ciò che sta leggendo, senza perdersi eccessivamente nella ricercatezza del tratto o in una pesantezza narrativa che non avvicina ma che, al contrario, allontana dal fulcro della storia. Non è un’esagerazione dire che Watchmen è un capolavoro e uno dei grandi esempi di ciò che si può fare, concretamente, con la nona arte. Dopo quarant’anni dalla sua prima uscita, conserva la stessa freschezza e la stessa potenza narrativa. E offre ancora spunti di riflessione attuali e per nulla banali.