Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Serenata di Serena Brancale e Alessandra Amoroso

Qualche giorno fa, FIMI ha pubblicato la classifica delle dieci canzoni e dei dieci album più ascoltati/acquistati del 2025 in Italia. Non deve stupire che 9 su 10 siano titoli italiani: l’Italia ha uno dei mercati musicali più impermeabili alle proposte internazionali (il quinto al mondo, secondo certi calcoli), e ognuno può trarre la conclusione che preferisce sulle conseguenze di questa più che decennale autarchia. Ma, a onor del vero, la propensione verso il provincialismo non è un’unicità nostrana: per quanto lo sciovinismo e la chiusura siano considerati da alcuni come tratti distintivi, perfino motivi d’orgoglio, le tendenze al consumo ombelicale sono diffuse in ogni angolo del pianeta. Perfino il progressivo ritorno del country al centro dell’attenzione in America può leggersi con questa lente: la globalizzazione del mercato musicale, nel quale ognuno può ascoltare quello che vuole da ogni dove, ci hanno spinto alle soluzioni più familiari. Ma a furia di consumarsi come un serpente ouroboros, inserendo solo particelle di influenze straniere nel proprio DNA sonoro, ogni scena rischia la stagnazione creativa: è così che si fanno largo sempre più spesso contaminazioni con le tradizioni folk; ed è così – con tutta probabilità – che Serenata di Serena Brancale e Alessandra Amoroso si è affermata come una delle canzoni più popolari dell’estate 2025.
Una prima ragione del successo del singolo, quindi, l’abbiamo ravvisata nel contesto. Di fronte all’arrancare dell’ennesima wave latino-americana o alla ripetizione di soluzioni già proposte in inverno, qualche ascoltatore preferisce l’immersione nelle radici di due artiste orgogliosamente pugliesi. Serenata, infatti, rimanda alle tradizioni del ballo centro-meridionale e si capisce da subito. Lo si sente dai colpi di tamburo che scandiscono il ritmo ternario della prima parte della strofa. Se fai caso alle percussioni sullo sfondo (TUM-pa TUM-pa TUM-TUM-TUM-pa) noterai un pattern tipico delle pizziche di un po’ tutta la Puglia come anche della tammurriata campana: spalmata in un beat in 4/4, la scansione in tre tipica delle danze tradizionali del Sud Italia emerge come sottotesto che non solo i più esperti nel folklore riconosceranno. Di fatto, con la popolarità nazionale di eventi come la Notte della Taranta, al cui Concertone peraltro Brancale ha partecipato qualche giorno fa, i ritmi della tradizione non sono più solo affare locale.
Così, è normale che queste tracce di antiche convenzioni musicali si insinuino in una produzione firmata dalla quotatissima ITACA, cioè lo stesso team milanese di produzione e songwriting della già analizzata OH MA – ricompaiono qui i nomi di Federica Abbate, Eugenio Maimone, dei produttori Merk & Kremont e si aggiungono i produttori Carlo Avarello e Gorbaciof e l’autore Alessandro La Cava, senza contare le due artiste. Una volta attivata la suggestione della tradizione, la seconda metà della strofa (o pre-ritornello, “Ed io domani glielo dico”) può dedicarsi a spingere più forte con una cassa dritta: nella sezione del brano che vuole illustrare la svolta nel pensiero della voce narrante, un cambio di groove è perfettamente logico, anche se dovesse portarci lontano per qualche secondo, come in una dialettica di tesi e antitesi.
Restando nella metafora filosofica incontriamo però una difficoltà nel ritornello, che non offre una sintesi, ma qualcosa di meno preciso, una virata improvvisa. E proprio per questo molto efficace, perché rompe l’abitudine e inserisce nell’equazione quella differenza che tante volte abbiamo decretato come necessaria per spezzare il comfort della familiarità. E si tratta di una rottura dell’ordine che anche l’orecchio meno educato potrebbe riconoscere. Quando Brancale e Amoroso cominciano a intonare “vita mia” (peraltro locuzione che non di rado si può incontrare nelle pizziche) il ritmo e il tempo, infatti, cambiano totalmente. Non sentiamo più un 4/4 sofisticato dalle scansioni di tamburello; non più una cassa in quarti quadrata da latin disco music; ma un 2/4 il cui marciare stentoreo (TUM pà, TUM pà) viene accentuato dal rallentamento irrituale del tempo. E qui sta davvero lo scandalo che cattura l’orecchio.
In contravvenzione rispetto alle consuetudini della produzione pop contemporanea, che nella stragrande maggioranza dei casi inchioda le canzoni a una sveltezza stabile (cioè una quantità di battiti per minuto, o bpm, fissa e immutabile), Serenata compie l’ardita scelta di rallentare e farci apprezzare tutti i colpi e le pause delle percussioni. Questo rubato ha l’effetto di cambiare del tutto il tempo del brano: non sentiamo più lo sviluppo di una battuta in quattro parti, ma la suddivisione basilare e binaria tra un tempo forte e un tempo debole. Proprio perché il passo non è sostenuto percepiamo immediatamente una gravitas, come una sorta di raccoglimento della voce narrante e dell’uditorio intorno a un concetto molto importante e a un’emozione da prendere con assoluta serietà – non a caso il 2/4 equivale al metro spondaico della lirica greca, il piede delle processioni sacre. D’altra parte, se spinto a velocità decisamente maggiori, lo stesso metro sostiene una varietà di danze innumerevoli e festose – restando nella metrica greca, per quei poveri sfortunati come me che se la portano dietro da anni, siamo più dalle parti del giambo. E Serenata, che certo non vuole buttarci giù di morale, dopo aver riflettuto sui turbamenti di cuore della protagonista non a caso riprende presto un passo svelto, l’euforia che segue a uno stravolgimento, la tempesta che viene dopo la quiete. Così, al rubato di inizio ritornello segue un accelerando sostenuto, che talvolta si può sentire nelle performance di un altro ballo tipicamente binario: la polka.
Facendo il giro nelle radici, insomma, la canzone dance-pop-folk di Brancale e Amoroso ci ha portato davanti a una delle più diffuse forme di ballo popolare, un caso di glocalizzazione ante-litteram che un po’ per trasmissione indiretta e un po’ per diaspora boema ha contaminato le musica di terre e nazioni lontane fra loro, dall’Irlanda alla Romagna, dall’Argentina agli Stati Uniti. Non è detto, infatti, che puntare sulle radici comporti una chiusura degli orizzonti: proprio perché si attinge a tradizioni consolidate da secoli, si ha la chance di toccare corde che sono comuni a molti altri popoli, che rimandano a un sentire primordiale ma non primitivo, arcaico ma non antiquato. E proprio per questo capace di rompere il rumore di fondo e il chiasso immane di un presente che nell’abbondanza dell’era digitale sembra sempre più simile a un caos dal quale si vorrebbe fuggire. Era stata questa la scommessa vincente di Bad Bunny qualche mese fa (DTMF è l’unico brano/album nelle top ten italiane menzionate sopra), e questa è la scommessa di Brancale e Amoroso che celebrando le proprie origini non vogliono certo rinunciare alla platea nazionale. Il fatto che il giro di accordi e la melodia di Serenata (“Digli no, no, no, che forse è meglio di no”) abbiano più che una somiglianza con una delle canzoni italiane più note dell’ultimo decennio (“Dimmi che sai, che non mi sbaglierei mai”) sarà da considerare solo una fortunata coincidenza, un incastro accidentale della storia che ha voluto trasformare un fraseggio così nazional-popolare in un simbolo della tradizione che si fa pop.