È probabile, dopo settanta Festival di Sanremo, che questa edizione a cura di Amadeus, rappresenti un punto di svolta nel futuro della kermesse più amata dagli italiani. In che modo? Semplice. Non abbiamo più bisogno delle canzoni in gara, possiamo permetterci che diventi tutto esclusivamente varietà. Provo a spiegarla meglio.

Quella che finora è stata derubricata a mera questione delle lungaggini, infatti, o di una dimensione spettacolare volano dello share che ha preso il sopravvento sulle canzoni, nonché della marginalizzazione di queste ultime a una più che avanzata seconda serata, rappresenta qualcosa di più serio di un caso isolato. È, invece, apripista per ciò che finora è stato sempre sotto traccia e di cui si potrebbe anche iniziare a discutere: perché non fare in modo che il festival di Sanremo abbracci definitivamente ed esclusivamente la dimensione di show (e di quello che un tempo sarebbe stato chiamato varietà) rinunciando a imporci il supplizio della gara tra le canzoni?

Pensateci: a chi frega davvero delle canzoni in gara? Forse più a qualche spettatore nostalgico che agli organizzatori del festival (e meno che mai ai suoi autori), se nelle prime due serate di Sanremo si è compiuta la scelta di far partire la gara non prima delle 22:30, cioè quasi due ore dopo dall'inizio del prime time, come stratagemma per tirare la volata allo share (i dati della serata di ieri sono stati definiti, giustamente, "mostruosi"). E, a maggior ragione, se Dio-share per crescere ha bisogno di tenere il più lontano possibile la gara, le canzoni, il povero Piero Pelù, allora è del tutto evidente che la prossima frontiera sarà un Festival di Sanremo senza le canzoni del Festival di Sanremo. Non è un desiderio personale, è come potrebbero mettersi le cose.

O forse no, non si metteranno mai così. Perché la macchina sanremese (ma sarebbe più corretto dire la macchina dello showbiz attuale) ha bisogno di contemplare tutto dentro di sé, di aumentare il suo numero di ore, di essere sempre presente, di allagare le nostre vite ben oltre la diretta: è l'orizzonte del binge watching a cui, tra pay tv, on demand e quant'altro, ci siamo ormai abituati, e che rappresenta una dimensione dell'onnivoro capitalismo contemporaneo (come raccontato ne "Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri" di Shoshana Zuboff) che punta a cancellare anche l'ultimo baluardo rimasto a cittadini con diritti e libertà sempre più compresse: il sonno. Cioè l'unico aspetto della vita umana in cui smettiamo di essere consumatori, l'ultima frontiera in cui siamo ancora cittadini e la vita può essere vissuta ancora gratis.