17 Agosto 2022
18:00

“Minerva”, supereroina di Napoli: il romanzo di Mario Coppola

Dopo venticinque anni di narrazioni impantanate nella mitologia della criminalità organizzata, Minerva (Giunti) è una bonifica.

“Napoli ha la sua eroina”, recita la fascetta: è Minerva di Mario Coppola, edito da Giunti (pagg. 432, euro 18), il primo tentativo riuscito di inserire il genere letterario supereroistico nella città di Napoli.

È la storia di Eva, cresciuta con dei poteri rigenerativi che la rendono invincibile. Una delle prime scene è esemplare: da bambina diventa un’attrazione per il gruppo di scugnizzi del quartiere, che le chiedono di lasciarsi esplodere una ‘minerva’ tra le mani. Come un trucco di magia, il petardo non lascia ferite. Quello che può apparire come un dono divino viene invece visto da Eva, che incontriamo nella narrazione già trentenne, come una condanna: è convinta infatti di aver causato la morte dei suoi genitori, proprio a causa del suo incredibile potere. Non è così. Sono gli sversamenti tossici ad averla resa quello che è. Gli stessi sversamenti che hanno martoriato la sua terra e hanno ucciso i suoi genitori. Inizia così la vendetta di Eva.

Mario Coppola possiede ritmo nella scrittura. Le scene d’azione esplodono sulla faccia del lettore come tante splash-page di un fumetto; si sposano benissimo le illustrazioni di Giuliana Guzzi, che accompagnano i momenti chiave del romanzo.

Piazza dei Martiri vista da Giuliana Guzzi
Piazza dei Martiri vista da Giuliana Guzzi

Lo scrittore è anche architetto e ricercatore, esperto dei conflitti tra spazio costruito, comunità e cambiamenti climatici. Un valore di non poco conto nella prosa: “Come un transatlantico solca l'oceano indifferente alle correnti e alle bestie che lo popolano, così il Centro Direzionale fa con Napoli. Una chiglia colossale, grande come un quartiere, capace di infrangere ogni onda: quelle dei flussi di persone che si cercano, quelle degli spazi della città che si allungano, quelle delle automobili che sfrecciano.”

Oppure: “Via Manzoni è un brandello d’asfalto che plana sul mare. In un’altra epoca era stata una strada nobile, coi palazzoni moderni e le Duetto che di sera sfrecciavano verso il Pruneto. Era la stagione dell’ottimismo, delle grandi costruzioni, delle lambrette nella brezza d’estate; il tempo mitico del sesso libero e dei pantaloni a zampa d’elefante. Adesso via Manzoni è una rovina industriale”

La statua di Diego Armando Maradona (illustrazione di G. Guzzi)
La statua di Diego Armando Maradona (illustrazione di G. Guzzi)

Mario Coppola racconta Napoli, la sua visione di Napoli, e se ne assume tutti i rischi, consapevole della difficoltà di un lavoro che ha lasciato con l’amaro in bocca tanti e tanti abili narratori prima di lui. Napoli è una città che basta a se stessa e che non è possibile correggere, semmai è il contrario: è Napoli che sa come deformare chi prova ad avere a che fare con lei. Questo Mario Coppola lo sa e questo stesso percorso lo lascia fare alla sua eroina. Non è un caso che il libro sia diviso in tre parti: Genesi, Nemesi e Catarsi. Soltanto alla fine, attraverso una serie di passaggi che porteranno la protagonista a specchiarsi con il maledetto sistema che l’ha condannata a una vita spezzata, Eva riesce a diventare, finalmente, Minerva.

La scrittura è ricca e piena di colore. I dialoghi mischiano di continuo il dialetto con l’italiano, anche nei momenti chiave tipo questo: “Sfiorando la coda dell'elicottero urla un «vafammocc'» di gioia adamantina”. Un romanzo che sa quando accelerare e quando prendersi meno sul serio. Di Napoli, manca l'oleografia, lo stereotipo. Viene preso in giro anche un certo ‘gomorrismo’ gonfio di steroidi con personaggi che sono volutamente caricaturali. Un esempio: “«Ti pensi che ce ne futtimm’ quaccos’ e murì? Nun ce ne futtimme nient’! È megl’ a mort’ e ’na vit’ e merd’!». Gli solleva l’arma in faccia, da fuori al finestrino distrutto. «Mi trovi d’accordo». Spara.”

Dopo venticinque anni di narrazioni impantanate nella mitologia della criminalità organizzata, Minerva è una bonifica.

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