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Marta Cagnola: “Sal Da Vinci all’Eurovision? Amato all’estero, non capisco certi italiani. Per sempre sì anche queer”

Quante possibilità ha Sal Da Vinci di fare bene al prossimo Eurovision Song Contest? Lo abbiamo chiesto a Marta Cagnola, una delle maggiori esperte della competizione che ha raccontato dell’amore estero per il vincitore di Sanremo e dell’amore per il Festival e le canzoni italiane.
A cura di Francesco Raiola
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Marta Cagnola e Sal Da Vinci
Marta Cagnola e Sal Da Vinci

Marta Cagnola è una giornalista e speaker radiofonica di Radio 24 nonché una delle maggiori esperte di Eurovision in Italia, benché lei si schernisca. È l'unica giornalista che segue la kermesse europea da quando l'Italia è tornata in gara ed è memoria storica della manifestazione. A Sanremo è stata una di coloro che ha azzardato subito la possibilità di una vittoria di Sal Da Vinci e la sua Per sempre sì al Festival di Sanremo. L'abbiamo contattata per farci raccontare quante sono le possibilità che il cantautore napoletano possa fare bene a Vienna, dove l'Eurovision si terrà dal 12 al 16 maggio 2026. Le reaction straniere alla canzone di Da Vinci, il messaggio che da tradizionale si allarga diventando queer, la canzone che non deve essere accorciata per rientrare negli standard della gara. Ma Cagnola, una delle decane della sala stampa, ha anche sottolineato l'importanza del Festival per la nascita e lo sviluppo dell'Eurovision e anche come l'Italia sia un paese amatissimo, come dimostrano i risultati di questi ultimi anni

Possiamo definirti una delle massime esperte di Eurovision?

Ma no… diciamo che lo seguo da un sacco di anni e, tanto per farti capire la follia, sono stata una dei fondatori originali di OGAE Italia (il Fan Club Italiano dell'Eurovision Song Contest, ndr) quando avevo 16 anni. E sono l’unica giornalista che lo segue come inviata consecutivamente dal 2013.

Cosa ti appassiona di Eurovision?

Sono molto appassionata di geopolitica eurovisiva: di quanto la storia di Eurovision rifletta la storia del continente allargato, perché ovviamente sappiamo che l’EBU non è solo Europa ma va oltre i confini europei. La geopolitica di Eurovision è uno dei miei argomenti d’elezione.

Quando hai cominciato a guardarlo?

Fin da quando ero ragazza, alla fine degli anni ’80. La mia prima edizione da spettatrice è stata quella dell’88, quando ha vinto Céline Dion. Da lì l’ho sempre seguito, anche quando non c’era in Italia.

Chi meglio di te, a pochi giorni dalla fine del Festival di Sanremo, può dirci se "Per sempre sì" è una canzone che, non dico possa giocarsi la vittoria, ma almeno posizioni buone?

Ti faccio intanto una premessa: il concetto di "canzone adatta a Eurovision" è scivolosissimo.

Perché?

Perché per abitudine gli italiani associano il concetto di canzone adatta a Eurovision a una canzone uptempo, magari con un balletto, con delle frasi ripetute. Sicuramente una parte di Eurovision ha quella tendenza, di europop allegro e scintillante. In realtà chi segue Eurovision sa che non esiste la ricetta perfetta, perché negli anni hanno vinto generi molto diversi. Se pensiamo, per esempio, che negli ultimi anni ha vinto anche un’opera pop con voci liriche e grande spettacolo, capiamo che la ricerca della formula perfetta è vana. Non esiste il pezzo perfetto.

Il Portogallo vinse con una ballad per esempio.

E vinso proprio nell’anno in cui tutti scommettevano che avremmo vinto noi con "Occidentali’s Karma" e la scimmia di Gabbani. Nell’anno in cui abbiamo vinto con i Måneskin molti pensavano che avrebbe vinto la Francia, che per anni si è ostinata a fare la classica canzone da cliché francese. Ricordiamo che la Francia sta cercando disperatamente una vittoria a Eurovision da decenni. Ti dico questo perché noi italiani siamo abituati a dire: "Eh, ma non abbiamo vinto". Dobbiamo abituarci a capire che vincere Eurovision non significa solo arrivare primi. Altrimenti uno dovrebbe battere sempre trenta e passa paesi e poi organizzare il festival l’anno dopo. È un’impresa enorme ed è giusto che sia difficile.

Quindi quando ci si può dire vincenti?

Bisogna guardare la media dei piazzamenti. E noi in Europa siamo amatissimi da quando siamo tornati. Siamo veramente tra le nazioni più amate, se non la più amata.

Quanto è importante il Festival di Sanremo in questo?

Gli stranieri hanno iniziato anche a seguire Sanremo e spesso dicono che il bello è che gli italiani non costruiscono una canzone per Eurovision, ma mandano quella che preferiscono a Sanremo. I fan eurovisivi hanno imparato che Sanremo non è la selezione italiana per Eurovision, ma che nella percezione italiana è più importante. Sanno anche che Eurovision è nata grazie al Festival di Sanremo.

Ecco, ci spieghi anche questa storia?

Ti faccio un excursus velocissimo: si dice sempre che Eurovision sia nata per omaggiare lo spirito europeo del dopoguerra. In realtà non è proprio così. Studiosi come Dean Vuletic hanno trovato documenti che dimostrano come l’EBU, la European Broadcasting Union appena nata, fosse alla ricerca di un format televisivo che permettesse anche di sperimentare i mezzi tecnici. E Sergio Pugliese dall’Italia disse: "Noi abbiamo una gara di canzoni che si chiama Festival di Sanremo. Sarebbe perfetto fare una gara di canzoni europea". Sottointeso: così possiamo anche testare i mezzi tecnici della trasmissione internazionale.

Sal Da Vinci, Sayf e Ditonellapiaga a Sanremo 2026 – ph Marco Alpozzi
Sal Da Vinci, Sayf e Ditonellapiaga a Sanremo 2026 – ph Marco Alpozzi

Quindi Eurovision deve la nascita a Sanremo.

Ormai i fan eurovisivi sanno che Eurovision è debitrice del Festival di Sanremo. Seguono tutti Sanremo dall’estero, anche con un po’ di curiosità e stupore e dicono sempre: gli italiani scelgono la classe, scelgono l’eleganza e ogni anno portano una proposta diversa, un genere diverso, un'ispirazione diversa.

Tra l’altro la canzone italiana è sempre tra le più ascoltate tra quelle in gara a Eurovision.

Sì, anche se è un dato un po’ drogato dal fatto che noi abbiamo l’ascolto "domestico" di Sanremo. Ovviamente Sal Da Vinci viene ascoltato molto più degli altri perché ha tutto il pubblico sanremese. E questa cosa incide anche sulle visualizzazioni dei video ufficiali, perché spesso il video ufficiale dell’artista esce prima di quello pubblicato sul canale Eurovision. Io sto guardando molte video reaction degli stranieri, perché ormai su YouTube esiste proprio questo genere: le reaction alle canzoni candidate a Eurovision. E ormai gli stranieri fanno anche le reaction a Sanremo. Durante la settimana sanremese gli youtuber fanno addirittura reaction alle esibizioni. Questa cosa con altri paesi non succede.

Sanremo è diventato un prodotto da esportare?

Non è un caso che la RAI abbia ospitato delegazioni di altri paesi che vorrebbero inventarsi un loro Sanremo. In Europa esistono festival storici come il Festivali i Këngës in Albania, il Festival da Canção in Portogallo o il Melodifestivalen svedese. Però per esempio la Spagna si è inventata il Benidorm Fest proprio con quell’idea. I colleghi francesi mi dicono sempre: è un peccato che noi non abbiamo qualcosa del genere.

Torniamo a Eurovision.

Esatto, intanto ti dico che a Eurovision non si parla di canzone ma di act. Non c’è solo la canzone o il cantante, ma tutta la costruzione della performance con la coreografia, lo staging. È una cosa che noi non abbiamo molto nella nostra cultura, perché il nostro act è sul palchetto dell’Ariston. A Eurovision invece i paesi costruiscono veri e propri piccoli show. Abbiamo visto, per esempio, quanto la Svizzera abbia investito per la performance di Nemo. Sanremo non ha il tempo di fare questo lavoro perché arriva a febbraio e noi non lavoriamo un anno intero su una performance come fanno altri paesi.

Quindi non basta la coreografia virale di Sal da Vinci.

No, nel senso che la sua coreografia è esplosa sul palco dell’Ariston. Come esplose la scimmia di Gabbani. Ma a Eurovision serve qualcosa di più, perché il palco è enorme e deve essere riempito. Serve qualcosa di più monumentale, anche la scimmia un po' scomparve. Però Sal Da Vinci parte molto favorito rispetto ad altri candidati italiani degli anni scorsi, perché ha già una canzone corta.

Sì, dura 2 minuti e 55.

Esatto, quindi non deve accorciarla. Accorciare le canzoni è sempre stato un disastro.

Il massimo è di 3 minuti.

Sì, ed è "colpa" di un napoletano: Nunzio Gallo. La sua "Corde della mia chitarra" durava più di cinque minuti e da allora misero il limite. Scherzi a parte, oltre all’act bisogna costruire anche una narrazione.

In che senso?

Eurovision ha una vera e propria marcia di avvicinamento. Può essere fatta sui social, con viaggi promozionali, ospitate televisive. Francesca Michielin, per esempio, fece un viaggio in Europa in autobus. Angelina Mango organizzò dei pre party in quattro città europee, mentre Lucio Corsi l’anno scorso fece video animati con sottotitoli in tutte le lingue, video divertenti con Tommaso Ottomano. Sal Da Vinci è amato all'estero e poi, se non sbaglio, parla inglese.

Questa è una cosa importante.

Sì, perché purtroppo molti artisti italiani hanno la barriera della lingua. Lui invece può comunicare direttamente con il pubblico internazionale. E poi suona dal vivo. E sembra banale, ma a Eurovision non è così scontato. Potrebbe esibirsi all’Eurovision Village, dove si fanno jam session e concerti. Se lui suona davvero e fa vedere quello che sa fare, può fare una grande impressione.

In più porta anche lo stereotipo del belcanto italiano.

Questa cosa l'ho vista anche nelle reaction. Al di là dei cliché, gli ultimi a portare quello stereotipo sono stati Il Volo a Vienna. E oggi l’italianità è molto di moda: Milano-Cortina, la dolce vita, il mare, il sud, l’estate italiana. È uno stereotipo, certo, ma è anche parte della nostra identità. Il paradosso è che gli stranieri non hanno problemi con questa cosa. Gli italiani sì.

Tutta la "questione Camorra" rimarrà in Italia, alla fine, no?

Allora, l’unica cosa che davvero mi fa arrabbiare — e infatti sto litigando sotto tutti i video — sono gli italiani che vanno a commentare sotto le reaction dicendo: "Ah, che schifo, mi vergogno come italiano". Io sono rimasta stupita da quanto questa cosa abbia triggerato e diviso. Forse perché siamo in un periodo di forte polarizzazione, ma davvero sembra che siano tutti impazziti.

Cosa intendi?

Cioè: non ti è piaciuto Sal Da Vinci? Va bene, magari a me non sono piaciuti altri… Invece sembra quasi lesa maestà, come se fosse stato violato chissà quale tempio dell’arte della musica leggera. E comunque, se si chiama musica leggera, ci sarà un motivo.

Questa polemica è soprattutto italiana?

Sì. Tutto questo ha triggerato soprattutto gli italiani. Gli stranieri no. Loro lo percepiscono semplicemente come una delle tante espressioni dell’italianità. Anzi, per anni dicevano che Sanremo portava sempre "another boring ballad", perché effettivamente c’è stato un periodo in cui abbiamo mandato una ballad dietro l’altra. Adesso invece dicono: "Gli italiani portano sempre qualcosa di diverso”. Eppure, in qualche modo, restiamo sempre eleganti.

Prima citavi Mengoni…

Sì, c’è una cosa che c’entra con Mengoni ma solo fino a un certo punto. Mengoni uscì dal podio per colpa del voto del "resto del mondo", che spesso ha premiato Israele — per ovvie ragioni. Magari quest’anno proprio il voto del resto del mondo potrebbe favorirci, visto che lui è comunque conosciuto anche negli Stati Uniti. Vedremo.

Sal Da Vinci a Sanremo 2026 – ph Marco Alpozzi/LaPresse
Sal Da Vinci a Sanremo 2026 – ph Marco Alpozzi/LaPresse

Da quando siamo rientrati nel 2011, solo due volte siamo andati oltre la decima posizione.

Per questo dico che è vero: abbiamo vinto una volta sola. Però questo dato racconta solo una parte della storia. In realtà siamo fortissimi in Europa, perché all’Eurovision non contano solo le vittorie: contano anche i piazzamenti.

Cioè?

Tra i fan eurovisivi, l’Italia è sempre considerata una potenziale top 10. I fan europei dicono ogni anno: "Cavoli, anche stavolta l’Italia potrebbe finire tra i primi dieci". E questo è già un successo enorme.

Qual è l’obiettivo realistico?

L’anno scorso, quando mi parlavano di Lucio Corsi, io dicevo sempre: l’obiettivo è la top 10, il sogno è la top 5. Per me l’anno scorso abbiamo vinto, davvero. Non è che siamo solo arrivati quinti: nella mia percezione è stata una vittoria. È come se nello sport considerassimo valido solo l’oro. In realtà siamo andati a medaglia.

C’è anche una discussione sul messaggio della canzone.

Qualcuno provocatoriamente dice che, siccome passa un messaggio molto tradizionale, questo potrebbe spaventare il pubblico queer, che all’Eurovision è molto influente — e non è un pregiudizio, è proprio un dato di fatto, spesso auto-dichiarato. In realtà molti stanno commentando dicendo: "Abbiamo saputo che lui non intende solo il matrimonio tradizionale". E questa è una cosa che lui stesso ha detto subito nelle intervista. È importante far capire che non si tratta di un messaggio retrogrado o passatista. È semplicemente una canzone d’amore universale. Se la vogliono cantare due uomini o due donne, va benissimo lo stesso. Non c’è nessuna esclusione in quel messaggio.

Questo è stato chiarito nelle interviste?

Sì, lui lo ha spiegato spesso nelle interviste fatte in Italia. Ci ha tenuto molto a dire che non gli interessava dare un’interpretazione limitante. A me lo ha detto dopo un minuto di conversazione.

E in Europa?

Ecco, questa cosa deve riuscire a farla capire anche in Europa. Perché poi tanti italiani vanno sotto i video a commentare: “Ah, è un ritorno al passato.” Ma per me non lo è affatto. Neanche dal punto di vista musicale. Se qualcuno pensa che questa sia una canzone degli anni Ottanta, vuol dire che lo hanno ingannato molto bene.

Abbiamo pubblicato un articolo in cui spieghiamo che il testo è stato scritto da autori milanesi e romani. La produzione è di Itaca, insomma: è un progetto che non nasce propriamente a Napoli. 

Se mi dici che è un omaggio a un certo tipo di canzone napoletana, sono d’accordo. Però è un omaggio scritto e prodotto in maniera contemporanea. Basta sentire l’arrangiamento. Quando qualcuno tira in ballo Nino D’Angelo — che io tra l’altro amo — secondo me non è un paragone corretto. Questo è un pezzo estremamente contemporaneo. E arriva in un momento un po’ plumbeo, forse una canzone così ci fa anche bene. Io, già al primo ascolto, ho sorriso. Ho pensato: ecco, io ho bisogno di questo. Non ho bisogno di ulteriore dolenza. Il mondo fuori è già abbastanza pesante: ogni tanto serve anche un momento di leggerezza.

È una canzone che rimarrà?

Secondo me sì. Tra qualche anno diremo: "Ti ricordi il Sanremo di Sal Da Vinci?".

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