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Leon Faun: “Gli artisti giovani devono sbattersene, meno ansie, non stiamo andando in guerra!”

Leon Faun, dopo l’esordio nel 2021 con C’era una volta, è tornato nelle scorse ore con il suo secondo progetto dal titolo Leon. Qui l’intervista al cantante.
A cura di Vincenzo Nasto
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Leon Faun, Comunicato Stampa
Leon Faun, Comunicato Stampa

Leon Faun, nome d'arte di Leon de la Vallée, è ritornato con il suo secondo album dal titolo Leon, dopo il grande successo di C'era una volta, pubblicato nel 2021. Il progetto, allora, superò gli 80 milioni di stream, con Gaia e Occhi Lucidi come brani più ascoltati del disco: rispettivamente 13 e 23 milioni di ascolti su Spotify. Poi l'esordio cinematografico con La terra dei figli pochi giorni dopo l'uscita di C'era una volta, seguito nel 2022 da Piove del regista Paolo Strippoli, un horror in cui interpreta i panni di Gianluca. Leon, il nuovo album, è stato anticipato dall'uscita di Profezia, Anima e Funerale mio, oltre a una massiccia campagna social in cui l'autore si interrogava sul destino del suo secondo album, a cui ha trovato una prima risposta. Qui l'intervista a Leon Faun.

In un trailer del disco, ti chiedevi: cosa inventare dopo due anni di silenzio artistico? Sei riuscito a darti una risposta?

Dopo questi due anni, appunto, ho vissuto, perché per scrivere bene bisogna vivere. Ho avuto il tempo per metabolizzare e capire alcune cose della mia persona che mi hanno permesso poi di affrontare in modo diverso questo progetto.

Perché la scelta di Profezia e Anima come singoli per aprire il disco?

Profezia è il progetto con cui è partito l'album, l'incipit del disco, mentre per Anima il ragionamento è stato diverso. Volevo iniziare a mostrare qualche colore, sonorità nuova che avrebbe avuto il progetto.

Poi c'è Funerale Mio.

Quella è ancora un altro aspetto di questo disco. Spero che tutte queste anime musicali rafforzino anche il discorso live: è un disco che si presta tanto a quel tipo di soluzione.

Un disco in cui è tangibile l'esigenza di raccontarsi, ma anche una rabbia invadente e la voglia di rivalsa.

L'esigenza di raccontare mi ha permesso di affrontare alcuni miei demoni, compresa la rabbia, ma anche la scrittura. Quest'album è stato composto con una scrittura molto più umana, sensibile e sincera. Avevo bisogno di essere più esplicito per liberarmi da alcune catene e anche per un discorso di sound, per affrontare diversamente il discorso live: vorrei portare una band sul palco, magari, e non solo far partire il beat da una consolle.

In merito a Ragazzo Normale, c'è un tentativo di legare la tua esperienza musicale a quella cinematografica?

Sicuramente è un pezzo molto visivo, ci siamo ispirati a più cose, anche a un immaginario vicino a Tim Burton. È il racconto di una delusione amorosa vista attraverso l'incoscio dell'omicida. Volevamo rendere una cosa molto triste, un racconto quasi giocoso, non giocando con il melodrammatico.

E invece, in Vibes nel Fight c'è: "Peccato che non sappiano che io ero già pazzo, ecco un altro che si proclama artista dell'anno".

Non è tanto dire che un artista non può essere la persona dell'anno, che non ce la possa fare. Il problema è che esserlo dovrebbe essere una consegnuenza dell'arte, non il suo fine.

Mentre in Non dubitar di me, c'è una riflessione sociale in cui canti: "Se vivo in un Paese in cui in Italia c'è Giorgia, leggo geroglifici sul fondo della sua grotta".

Dal punto di vista del sound volevamo fare una roba molto minimal e in generale ci interessava un'outro decisiva. Ci siamo divertiti molto e in futuro ci potrebbero essere più brani su questo filone.

Qual è il loop di cui parli anche in Funerale mio?

Semplicemente ricadere nel tranello della rabbia, non abbandonarsi a quella sensazione lì, a quelle emozioni che possono essere un'arma a doppio taglio. Da una parte, possono darti un sacco di carica, un sacco di fame e allo stesso tempo possono diventare un enorme veleno e buttarti giù negli abissi. Ho sperimentato la volontà di essere una persona più serena, anche per le persone che mi circondano. Riconosco che non è facile avere a che fare con me.

In Profezia c'è un passaggio in cui canti: "Poi, sai, mi chiamarono pazzo quando feci quell'album", in riferimento a C'era una volta. Quanto ti ha influenzato/condizionato la risposta del pubblico al tuo disco d'esordio nella produzione di Leon?

Credo che il riscontro, ai tempi, sia stato buono. Intendo "pazzo" non per forza con un'accezione negativa, soprattutto se parliamo del mio progetto, ma anche della mia persona. Diciamo che poteva andare meglio per il problema ai live, ma quando abbiamo fatto le date la gente ha risposto molto bene. Credo anche che questo disco si presti meglio ai live, anche per il suo sound: sono fiducioso del nuovo percorso.

Allora che morale ha questo disco, citando Arte e Libertà?

La morale è che basta, non esiste una morale (ride ndr). Ho semplicemente raccontato la mia persona e se ci vogliamo trovare una morale, un messaggio è: Fate sempre il ca*** che vi pare. Parlo agli artisti e non solo a quelli della mia generazione.

Quanto pesa questo aspetto?

Da una parte è fondamentale sentirsi liberi dalle catene, dai blocchi, dall'altra è importante viversi tutto nel bene o nel male. Usare questo bagaglio a nostro favore semplicemente.

Credi sia più facile per te riuscire a liberarti dai condizionamenti, vivendo due ambienti artistici, quello della musica e i set cinematografici?

Semplicemente io sono grato di riuscire a lavorare in entrambi i campi che sono sempre stati i miei sogni da quando sono piccolo. Dall'altra parte però i due mondi non possono combaciare, altrimenti contrasterebbero molto. Ad esempio, se io vado a girare un film e sto sul set per 6/7 mesi, in quei mesi, io non posso lavorare a un album o a un provino.

C'è qualcosa che ti ha entusiasmato/stimolato più di tutto nella produzione di Leon?

Mi ha aiutato sperimentare molto in studio, dalla musica alla mia voce, anche con diversi strumentisti. Anche per la visione che si stava creando man mano che i pezzi uscivano e riuscivo a riconoscermi. Poi, fondamentalmente, ho fatto fino alla fine il ca*** che mi pare, come dovrebbero fare tutti e farsi meno pippe mentali.

Credi ti abbia aiutato?

È una cosa che dovremmo fare tutti, soprattutto la mia generazione. Siamo forti e stiamo facendo musica, non stiamo andando in guerra: c'è bisogno di viverlo per ciò che è.

In questi anni sei salito anche sul palco con Caparezza, che in passato cantava: "Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista". Lo è stato anche per te?

È stato un salto nel vuoto, poi dipende uno come se la vive. Mi sono messo alla prova, cosa che mi ha creato delle ansie, ma allo stesso tempo tante curiosità. Mi ha stimolato anche a sbattermene sulla riconferma da un punto di vista numerico, ma concentrarmi dal punto di vista artistico.

E invece mi puoi raccontare le origini di Fuga da Genova?

È una storia vera, il racconto di una ragazza di origine toscana conosciuta a Roma, che aveva questo sogno. Mi parlava sempre che voleva andarsene a Genova, perché aveva dei parenti o amici. È una lettera d'addio, perché questa situazione magari ha creato un po' dei paletti per quello che si stava andando a creare.

Alla fine è andata a Genova?

No, è ancora a Roma.

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