La storia di Maracaibo: David Riondino senza diritti per anni, la firma mancata gli costò milioni

David Riondino – morto ieri – scrisse Maracaibo, ma per anni non guadagnò nulla. Solo nel 2017 un Tribunale gli riconobbe la paternità di "Maracaibo", una delle hit immortali dell'estate italiana e mondiale. Una firma mancata lo costrinse a rinunciare a decine di migliaia di euro in royalties. La canzone è diventata famosa grazie all'interpretazione di Lu Colombo – pseudonimo di Maria Luisa Colombo – che negli anni è risultata unica autrice. L'attore, regista e musicista fiorentino, invece, non risultava alla SIAE, con la perdita di molti soldi. Solo una causa vinta nel 2018 gli permise di tornare a poter ufficialmente raccogliere anche le tante royalties che la canzone produce ogni anno, come lui stesso dichiarò in una lettera aperta.
"Maracaibo, mare forza nove, fuggire sì, ma dove, Zazà" è uno dei versi più noti, cantati e ballati in Italia e lo si deve proprio a Riondino che scrisse la canzone nel 1979. Il brano fu pubblicato da Carosello nel 1981, riarrangiato da Mario Saroglia e diventando un vero e proprio tormentone che resiste ancora oggi. Riondino spiegò che la canzone nacque durante un tour teatrale in cui l'attore recitava "Canto della terra sospesa" di Ruzante per la regia di Savelli e musiche di Piovani. Sul palco era insieme ad Antonio Piovanelli e Fabienne Pasquet e "sera dopo sera, dopo le repliche con gelosie di soldati e contadini cinquecenteschi, inventavamo una storia su chi fosse davvero questa bella tropicale che si aggirava per l’aretino in vesti medievali".
Fu lì che nacque la storia che tutti cantiamo, fatta di ballerine, mare forza nove, traffico d'armi, Miguel e la zanna bianca del pescecane. La canzone, che al principio era più lunga, fu successivamente ridotta. Riondino, quindi, finito il tour, decise di conservare questa storia e per non dimenticarla la mise in musica. Per questioni tecniche la canzone fu registrata alla SIAE solo con la firma di Colombo con la promessa – disse Riondino – di ridepositarla a doppia firma appena possibile. Quell'"appena possibile" però non arrivò fino al 2018. Nel frattempo Riondino sostenne che Colombo gli disse che in fondo la canzone non dava tanti soldi di SIAE, che "era morta, non rendeva niente, o spiccioli che reinvestivi (rivolto a Colombo, ndr) per tenerla un po’ viva".
Quando il Tribunale stabilì che quella canzone esisteva grazie a Riondino, l'attore cominciò a vedere quanto fruttasse e rimase sbalordito. Il primo assegno Siae che arrivò al cantante fu di 20 mila euro e da lì al 2025 avrebbe fruttato, spiega sempre Riondino, 100 mila euro. Il cantante non ha mai chiesto gli arretrati benché abbia chiesto, per curiosità, a quanto ammontassero. "Avevo firmato nel pieno delle mie facoltà" disse ricordando come avvenne il deposito. In questa lettera aperta, Riondino parlò anche di morte: "Siamo ultra settantenni, prendiamone atto. E la canzone ci sopravviverà. Dovrei andarmene prima io di te, gli uomini durano meno delle donne" scrisse.
E cercò un patto, nella maniera ironica che lo contraddistingueva. Scrisse che se fosse scomparsa prima Colombo "lascerai scritto che mi rientri dalla Siae la tua parte, fino a quando non sia completo il conto. Poi naturalmente tutto andrà agli eredi", se fosse accaduto ciò che veramente è accaduto, ovvero che fosse lui ad andarsene per primo, lei facesse il contrario, lasciando parte dei ricavi alla figlia e alla moglie, perché "le canzoni durano nel tempo oltre a noi, e non è bene che agli eredi tocchi qualcosa che non apparteneva al defunto: il denaro di altri porta sfortuna".