"Il Katla si fa ancora sentire. Se scorgi una nube di fumo salire al cielo, sappi che io vi sono seduto sotto. Presto tutti questi castighi e quest'onta si placheranno e noi ci ritroveremo". Poche parole presenti nella ventiquattresima missiva che il Pastore Jón Steingrimsson invia alla sua amata Þórunn. Poche parole in cui è riassunto quello che lo scrittore islandese Ófeigur Sigurðsson rimanda al lettore moderno delle missive di un personaggio molto noto nella Storia e nella tradizione popolare islandese. Sì, perché "Jón & le missive che scrisse alla moglie incinta mentre svernava in una grotta & preparava il di lei avvento & dei nuovi tempi" (Safarà editore a cui va un ringraziamento per l'oggetto libro in sé, per la cura che ne ha e per le scelte che fa) – questo è il titolo completo dell'opera dello scrittore islandese – è una rivisitazione delle ventotto lettere che questo pastore protestante islandese inviò alla moglie incinta dalla quale si separò a causa dell'accusa di aver ucciso il suo ex marito.

La fuga di Jón

In quelle poche parole, però, è racchiuso un po' tutto quello che è questo libro. Che è un libro ricco di inventiva, di sconnessioni, di una lingua arcaica ma sempre in movimento, e che è senza dubbio uno degli elementi più interessanti di questo testo. C'è quest'uomo braccato dagli uomini e dalla natura con cui è in costante relazione e che è elemento costante in queste 28 missive, a partire dalla cornice dell'eruzione del vulcano Katla, un'eruzione che porta morte e distruzione, riempendo gli spazi di questo racconto. E sotto a quella nube nera c'è quest'uomo in fuga, che deve convincere tutti che non è l'assassino che molti accusano; accuse che lo portano a lasciare la moglie incinta per fuggire assieme al fratello verso il Sud dell'Islanda, attraversando panorami che chi è a proprio agio con la letteratura islandese può immaginare, e stabilendosi in una grotta che man mano costruisce come fosse una casa, in cui accoglie studiosi, uomini di potere o semplicemente malati.

Una lingua vulcanica

Il racconto di questa fuga e di questo stanziare e vivere e studiare e osservare è tutto in queste lettere scritte per la moglie, che non sappiamo se mai arriveranno a destinazione. Ventotto missive in cui il pastore ci racconta di questi castighi e di quest'onta che lo accompagnano in attesa di una primavera più mite in cui potranno raggiungerlo l'amata e il figlio. Missive che raccontano di Scienze e miti, con Jón che a differenza del fratello lavora alla scrittura di libri e alla tradizioni, in cui troviamo un racconto storico delle diatribe tra islandesi e danesi, una storia locale che si fa universale, appunto, e che ha nella lingua (la traduzione è della solita Silvia Cosimini, a cui si deve la nostra conoscenza di tanta letteratura islandese) uno strumento che Sigurðsson non si lascia sfuggire. Ne è un esempio – uno dei tanti – la Diciassettesima Missiva in cui si racconta proprio l'eruzione del Katla e e lo si fa con un racconto che si fa via via più serrato, fluido, senza punteggiatura, come lava che scorre incontrastata.

Un libro d'amore

Se dovessimo attenerci alla stagione, potremmo dire che non si tratta di "Tormentone estivo", questo libro è quanto più lontano da una lingua sciatta e temi parchi e banali, anzi, al contrario è un libro che è ricco di inventiva, di stimoli, di musica derivata dalla parola. Ovviamente è un libro che richiama alcuni topoi dei racconti nordici, dai miti (il libro stesso, appunto, è basato su un racconto mitico) che in qualche modo accompagnano i personaggi, ai paesaggi che hanno nel mare e nel freddo – e nella sua solitudine intrinseca – alcune delle chiavi principali, a cui si aggiunge l'oscurità causata dalle ceneri e dai lapilli che coprono tutto e portano morte e distruzione, ma anche, per esempio, questioni quotidiane come l'insoluta questione di questo Paese di pescatori che non sanno nuotare (bella la missiva in cui Jon cerca di insegnare ai locali a non affogare). "Penso a te costantemente, Þórunn, sei sempre con me qualsiasi cosa io faccia": ma è soprattutto un racconto amoroso, intriso di una forma d'amore, usata per raccontare la vita, che ha nell'amore il motore di tutto, il principio e la fine.