Giorgio Poi sfida l’idea che il pop sia solo commerciale: lo dimostra ai concerti e nei dischi

Quando periodicamente sento persone dirmi che non ascoltano più musica contemporanea o italiana, mi dispiace sempre perché si perdono tante cose belle. Una di queste, per esempio, è Giorgio Poi. Benché non ne avessi bisogno, ne ho avuto ulteriore conferma all'ultima data del suo tour, al Duel Beat di Napoli, uno dei club storici della città. Un'occasione che serve per ripercorrere un po' quello che rappresenta oggi nella musica italiana. Quattro musicisti, una scenografia da club, quindi scarna ma rappresentativa, un Duel strapieno, con un singalong che è durato per tutta l'ora e cinquanta di concerto, in cui il cantautore ha riproposto l'ultimo album "Schegge", bellissimo, e alcuni classici del suo repertorio.
E infatti il concerto è un racconto per canzoni della carriera di uno dei migliori cantautori che il Paese abbia visto negli ultimi anni. Perché se alcuni alla parola "pop" storcono il naso è perché lo identificano solo con le cose più commerciale che ci arrivano. Ma basterebbe un po' di ricerca, minima, per imbattersi in qualcosa di diverso, come quello che suona Giorgio Poi, in cui le melodie oniriche, malinconiche, diventano psichedeliche, in cui il suono è stratificato, mai derivativo e fine a se stesso, con soluzioni musicali che senza voler strafare riescono ad andare oltre il pop da classifica a dimostrazione che basterebbe un minimo di attenzione in più per andare oltre l'idea fordista della musica, ottenendo un pop di pregevole fattura. E la musica è ciò che sta più a cuore a Poi ("Non è questione di testo, è questione di musica"). Dietro a tutto questo si nasconde una delle menti migliori della musica italiana, un autore superbo, un produttore e un musicista che pensa al prodotto più che al proprio status.

Prendiamo "giochi di gambe", la canzone con cui si apre "Schegge", l'album pubblicato nel 2025, che racconta un momento complesso della sua vita, con la fine di una lunga relazione e la morte del padre. Abituati a un pop da migliaia di fan che vuole semplificarci la vita e prendendoci per stupidi ci imbocca ogni minimo dettaglio, svelandoci anche ciò che forse vorremmo scoprire – un po' come quando nelle serie scarse vediamo un attore descrivere un gesto, invece che farcelo semplicemente solo vedere – e raccontandoci ciò che dobbiamo sentire, Poi va dall'altra parte. Là dove ci sono gli autori migliori.
Il concerto comincia con il verso: "Giro con il dito sullo scotch". Il gesto che facciamo per cercare il punto da cui partire per srotolarlo. Un'immagine che è metafora, che lascia che sia l'ascoltatore a comprendere, sforzarsi di capire che dopo un periodo difficile, forse quel gesto è la ricerca di un modo per ricominciare. E se non si capisce, non fa nulla, resta quell'immagine. Ma pochi secondi dopo, in quattro versi, Giorgio Poi ci fa vedere come non serve sempre fare i fuochi d'artificio, ma si può prendere un'immagine a volte scontata, dandole una veste nuova: "Dalla fortuna schiaffi e carezze" dice il cantautore per poi dedicare questa prima strofa al padre – la canzone è la prima anche dell'album -: "Entra un raggio di luna dalle finestre, è mio padre che dice che mi protegge", canta Poi usando un'immagine che già abbiamo sentito, eppure la chiusura è che "In questa grande esplosione siamo le schegge".

La quotidianità che diventa universale, certo, ma anche la capacità di usare oggetti quotidiani per raccontare altro. Per esempio, c'è l'Acqua minerale che serve per raccontarci un litigio quotidiano con la propria compagna, piccole incomprensioni che rischiano di ingigantirsi a valanga: "La bocca si trasforma in un groviglio se il filo del discorso è un rospo da ingoiare con l'acqua minerale. Un fragile soccorso per ricominciare a lasciarsi andare, a volersi bene, a sentirsi bene". Il pubblico canta "Nelle tue piscine" che racconta l'indecisione tra la sicurezza e l'ignoto, ma anche una canzone sulla difficoltà di fare regali "Rococò", o il racconto di qualcosa di più grande di noi, come racconta in "Uomini contro insetti" in cui il focus è proprio su questo bisogno dell'essere umano di distruggere l'ambiente per mantenerne il controllo. Chitarra, basso, batteria e synth accompagnano la sua voce.
Quando arriviamo alla fine, dopo aver cantato a squarciagola "Niente di strano" o "Musica italiana" ("Le mani nei capelli quando partiva Vasco. Battiato che paura, chissà che lingua parla. Battisti e Lucio Dalla fanno musica di merda. Calcutta e Giorgio Poi, madonna che tristezza") che racconta ancora di expat, o "Vinavil" e "Missili", con Vincenzo ci guardiamo come a dire: "È già finita?", "Sono passate quasi due ore". Intanto c'è "Les jeux sont faites" è partita, tutti sono presi bene, benché la canzone racconti la fine di un amore, di come alla fine, di una relazione resta cenere, eppure: "Perdere tempo è davvero un peccato, non tutto il tempo perso, però, è tempo sprecato". Il concerto è finito, anche il tour, ma l'occasione per ascoltare Giorgio Poi non lo è.