C'è un verso nella Divina Commedia di Dante Alighieri che può farci riflettere sulla nostra condizione attuale, in epoca da emergenza sanitaria di Coronavirus e che val la pena rileggere oggi nel Dantedì, 25 marzo, giornata scelta per celebrare il Sommo Poeta un po' ovunque nel nostro Paese. Quella in cui, secondo gli esperti, sarebbe la stessa che nel 1300 vide iniziare il viaggio nell'al di là dell'Alighieri. Si tratta del verso finale dell'Inferno, l'ultimo e famosissimo del XXXIV canto, il numero 139 per la precisione: "E quindi uscimmo a riveder le stelle".

È l'ultimo endecasillabo dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Siamo sul finale della storia, quindi è uno spoiler bello e buono, oltre che un rilancio potentissimo per il secondo libro, quello del Purgatorio, quando dopo aver faticosamente attraversato la natural burella, che collega l'Inferno alla spiaggia dell'Antipurgatorio, Dante e Virgilio contemplano il cielo notturno dell'altro emisfero ed è un ciel stellato meraviglioso, una sorta di presagio del nuovo cammino di luce e di speranza dopo le tenebre precedenti. E infatti quel cielo si mostra, ci dice Dante, "come pura felicità dello sguardo".

D'altro canto, le stelle per Dante sono l'obiettivo finale, non è un caso se ricorrono nel verso finale di ogni cantica della Commedia. Un parallelo che, in qualche maniera, oggi ciascuno di noi potrebbe fare con la condizione di quarantena nella quale siamo costretti a vivere (sempre meglio, giustamente si dirà, di chi invece è ricoverato in ospedale o combatte ogni giorno col rischio di ammalarsi): viviamo tutti nell'attesa di uscire dal nostro personale inferno, come Dante e Virgilio. Tutti speranzosi di trovarci preso almeno nel purgatorio di questa pandemia, di avere il nostro presagio di speranza. Ora come ora non possiamo far altro che aggrapparci a quest'idea. E rileggere Dante.