opinioni

Da Marracash a Sayf, il rap torna a parlare di rabbia sociale: la violenza non è solo quella di piazza

Immagine
Artie 5ive, Marracash e Sayf
Perché proprio adesso il rap torna a schierarsi con le proteste di piazza? Da Marracash a Sayf, i rapper riportano al centro le disuguaglianze e la rabbia sociale.

Si parla spesso di come i cantanti dovrebbero porsi rispetto alle cose che riguardano la società, dalla Palestina alle manifestazioni di piazza. In questi giorni alcuni di loro, soprattutto rapper molto noti nel paese, hanno scelto di prendere posizione al fianco dei ragazzi che sono scesi in strada per protestare. Non è una decisione scontata ma evidentemente quello che sta avvenendo in Francia ed è avvenuto in Spagna nelle scorse settimane, ha attirato l'attenzione anche sulle manifestazioni che hanno colpito tutta Italia, portando a scontri tra manifestanti e forze dell'ordine e alla devastazione di alcune vetrine di negozi, soprattutto a Milano. Le piazze si sono riempite per protestare contro il carovita, la precarietà, i salari bassi, gli enormi problemi che affliggono il welfare, dalla sanità alla scuola, problemi che hanno portato soprattutto migliaia di ragazzi in piazza per chiedere un futuro migliore.

Ma la domanda che sorge guardando in queste ore ai profili social dei rapper è: perché una parte della scena ha deciso di tornare a parlare di disuguaglianze proprio quando il dibattito pubblico rischia di ridurre tutto alla violenza di piazza? Non esiste una risposta precisa a questa domanda, di certo c'è che molti nomi di peso della scena hanno deciso di metterci la faccia, compreso chi, come Guè, negli anni ha scelto sempre di più un profilo meno politico (benché in passato abbia rappato: "In città la milizia sevizia colpi in fazza, morti in piazza, insabbiano la notizia (…) mentre fa un altro giro la ruota dell'ingiustizia la massa non realizza, si uniformizza"). Da Marracash a Sayf, passando per Artie 5ive, 22Simba, Nayt e Kid Yugi, tutti hanno deciso di esprimersi pubblicamente e usare il megafono dei propri social per appoggiare la protesta e rimandare al mittente le accuse di violenza.

Il rap, nella sua forma più conscious, con le antenne accese sulla questione sociale, ha sempre caratterizzato un pezzo della scena, spesso nascosta dietro barre di lusso. "Da Giuliani, Cucchi, dalla Diaz ed Aldrovandi, preferiscono spezzarci che recuperarci" rappava Marracash in "Loro", disegnando in poche parole una linea che porta dritti fino a oggi. Ribaltandone il senso, ovvero: da chi arriva veramente la violenza? Qual è la vera violenza? Quella che tiene la gente nella povertà privilegiando pochi o qualche vetrina rotta? "Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo – ha scritto il rapper, facendo riferimento a "È finita la pace" – . Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose”.

Marracash è senza dubbio uno di quelli che in questi anni si è preso sulle spalle un racconto più sociale, basti leggere i testi di canzoni come "Factotum", "Laurea ad Honorem", la stessa "È finita la pace". Ma nelle barre del rap è pieno di racconti che si rifanno alla periferia, alle difficoltà, a uno strato sociale abbandonato da chi decide. "Gli occhi dei bambini non saranno mai tristi anche se i colletti bianchi giustificano i razzisti" canta Sayf in "Top of the pops", l'ultimo 64 Bars. Perché, sebbene il rap sia visto, soprattutto da chi non lo frequenta, come l'ostentazione del lusso – e in parte lo è -, nessuno si chiede da dove nasca quel bisogno, come accade per le vetrine rotte. Nasce proprio dalle condizioni in cui molti di quegli artisti sono cresciuti: nell'indigenza, nel pregiudizio, nella mancanza dello Stato.

E quando quella rabbia si trasforma in rivalsa sociale e gli artisti, diventati famosi, ostentano le marche noi guardiamo solo la parte finale di quel processo, proprio come facciamo per le violenze di piazza. Senza mai chiederci: perché una generazione si sta ribellando? Cosa c'è che non va? Veramente aspettare quattro mesi per una visita specialistica in un ospedale (costringendoci spesso a rivolgerci al privato, pagando molto di più) è normale? O è normale avere prospettive lavorative e salariali peggiori di quelle dei propri genitori? Sayf lo riassume così: "Puntano il dito contro la violenza delle manifestazioni per delegittimarle, per togliere il diritto alle persone di ribellarsi a un sistema che non funziona, per togliere il diritto alle persone di avere un futuro senza dover essere presi per il culo da una classe dirigente degenerata" mentre Artie 5ive dice: "Abbiamo insegnato a questi ragazzi a distruggere piuttosto che creare e questo è il risultato".

Le loro parole sono importanti perché loro sono quei ragazzi, sono cresciuti con quelle difficoltà e ora che hanno un pubblico lo gridano forte. Il rap ha sempre cercato di parlare di quello che accadeva intorno, a volte lo ha fatto bene, a volte meno bene. Ma anche nei testi di rapper che nell'immaginario sono meno impegnati, come Sfera Ebbasta, ci sono racconti crudi, come quello dei bravi ragazzi nei brutti quartieri che "senza un lavoro normale se lo inventano, quello che non hanno loro se lo prendono". E se oggi appoggiano le proteste è perché vedono nelle piazze istanze che sentono loro, che rivendicavano nelle loro prime canzoni di rabbia o in quelle della consapevolezza, come Marra. E ci vedono ragazzi che potrebbero essere loro amici, vedono la violenza di chi li vuole silenziosi e senza un futuro dignitoso.

Immagine
Giornalista dal 2005, sono responsabile dell'Area Musica di Fanpage.it dal 2013. Sono stato tra i fondatori di Agoravox Italia, e ne sono stato direttore dal 2011 al 2013. Ho scritto di musica, tra gli altri, per Freakout Magazine e Valigia Blu e sono stato relatore al Master di I° livello “Scuola di Giornalismo Post Laurea” dell'Università degli Studi di Salerno. Sono stato per diverse edizioni tra i relatori al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia.
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views