Si è molto discusso, in questi giorni, del dramma dell’abusivismo edilizio nel nostro Paese. Problema non nuovo, come sappiamo. Problema irrisolto, come è noto. Problema troppo spesso male impostato, come vorrei sottolineare nelle righe che seguono.

La risposta che puntualmente la politica offre la conosciamo, non fossa altro perché è sempre la stessa: bisogna contrastare l’abusivismo tutelando la legalità. Occorre combattere gli scempi della costruzione senza criterio applicando pene draconiane. Opponendosi senza pietà a chi viola le leggi.

Tutto giusto, senz’altro. Necessario, aggiungerei. Resto, tuttavia, convinto che queste soluzioni da sole non bastino, pur essendo indispensabili. Sono rimedi che vanno ad agire sugli effetti, lasciando sussistere le cause. Occorre, invece, ripartire dalla cultura. Solo ove vi sia consapevolezza critica e culturale si possono evitare scempi e abusi edilizi: meglio prevenire che curare, si potrebbe dire con il lessico medico. Cioè, meglio andare a rimuovere le cause, di modo che non si debba poi sempre da capo intervenire sugli effetti.

Penso qui soprattutto alla Sicilia, la regione più bella del Paese più bello del mondo. Penso non soltanto alla Valle dei Templi, nell’agrigentino, e all’orrore edilizio che la circonda. Penso anche alle ville oscene costruite sulla battigia. Per evitare che ciò accada e si ripeta, occorre la cultura: la bellezza è una promessa di felicità, diceva Stendhal. Occorre, allora, moltiplicare le ore di storia dell’arte nelle scuole, invertendo l’odierna tendenza a sacrificare la storia dell’arte sull’altare dell’informatica e dei lineamenti di economia finanziaria.

Occorre ricorrere – diciamo così – alle “armi di istruzione di massa”, affinché tutti prendano coscienza della ricchezza artistica e paesaggistica del nostro Paese.

Sempre più spesso accade oggi che i nostri studenti, sottoposti alle pratiche dell’aziendalizzazione della scuola, camminino per le strade di Roma o di Venezia, magari parlando inglese, senza sapere ciò che hanno intorno: senza avere coscienza storica del loro mondo, senza essere consapevoli della storia culturale che li circonda. Pure teste calcolanti, vittime dell’efficientismo tecnico che vuole esseri misuranti e non pensanti.

Diciamolo chiaramente: un Paese senza cultura è destinato a morire, a disseccarsi nelle sue stesse radici. A perdere la propria identità e, dunque, a smarrire in un colpo solo radici e progetti, memoria e prospettiva. Ed è ciò che sta accadendo, nel tempo in cui lanciamo le sonde nello spazio, usiamo le “bombe intelligenti” (sic!) e non siamo più in grado di erigere un tempio e una chiesa. Ripartiamo dalla cultura, dunque.